Neoprimitivi: una bolla sonora contro la velocità del tempo

Ho sentito
(Shock in my town)
urla di furore
di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi…  
Franco Battiato

A sorpresa, senza annunci altisonanti né campagne promozionali, i Neoprimitivi sono tornati a febbraio con un nuovo album e riaffermano ancora una volta la loro natura sfuggente e radicale.
A meno di un anno da “Orgia mistero”, il collettivo romano – formato da Andrea e Flavio Gonnellini, Pietro Rianna, Giacomo O’Neil, Martino Petrella, Roberto Callipari ed Emilia Wesolowska – pubblica per 42 Records “Il sangue è pronto”, una lunga suite di oltre trentotto minuti che rifiuta le logiche della frammentazione contemporanea per trasformarsi in un’esperienza immersiva, oscura e cinematografica.

Nato dall’esperienza di sonorizzazione dal vivo del cult horror “Riti, magie nere e segrete orge nel Trecento” di Renato Polselli e sviluppato durante la residency mensile al Trenta Formiche di Roma, il disco attraversa psichedelia crepuscolare, suggestioni esoteriche, ambienti dub e derive sperimentali che guardano più ai Coil che ai Can.

Brani che confluiscono in un unico flusso sonoro, seducente e inquieto, capace di muoversi tra tensione rituale e libertà compositiva.
Con la produzione di Flavio Gonnellini e la collaborazione di Giacomo Fiorenza, Gaia Banfi e Acrartep, “Il sangue è pronto” amplia ulteriormente il linguaggio della band, spingendolo verso territori ancora più liberi e difficili da classificare.

Folgorata dalla loro musica e dalla libertà che attraversa il loro modo di fare arte, in questa intervista ho parlato con i Neoprimitivi del nuovo disco, del rapporto tra improvvisazione e scrittura, dell’estetica, del gusto musicale e dei riti live.

Penso che il vostro nome calzi perfettamente con quel che esprimete musicalmente: in quel cortocircuito tra “neo” e “primitivi” sembra nascere una trance che è insieme costruita e istintiva.
Ho la sensazione che la forma resti sempre aperta, in movimento, senza mai fissarsi del tutto mentre suonate: vi riconoscete in questa idea?

Siamo figli dei paradossi del nostro tempo: la scelta del nome ci è servita a sublimarli. Nel marasma postmoderno abbiamo scelto una veste musicale che ci piaceva e che, come dite, è costantemente mutabile.

La vostra musica parla al corpo prima che alla testa o al gusto. Incontra gli aspetti energetici più densi, radicati, primari. Credo dipenda dal suo linguaggio, della dimensione rituale e quasi ancestrale del ritmo.
Mi incuriosisce la base di questa commistione di suoni, io ci sento rimandi ai Velvet Underground ed ai primi album dei Talking Heads quando l’incontro con Brian Eno apriva già a forme più circolari, ipnotiche, fisiche.
Di cosa vi siete nutriti musicalmente, quali ascolti hanno formato la vostra sensibilità musicale e il vostro modo di stare insieme nel suono?

Partiamo tutti da basi comuni: psichedelia, Velvet Underground, krautrock, jazz, post-punk, sperimentazione in generale. Ultimamente siamo approdati anche su lidi più moderni, come i Coil, di cui siamo grandi fan, oppure a musica proveniente dal mondo non anglofono, come l’eterna Umm Kulthum.

Già con il primo disco sembravate fuori da molte coordinate della scena: una scelta che avrebbe potuto creare isolamento invece si muove in libertà. È una dimensione che avete cercato o è emerso semplicemente suonando?

Sinceramente, quando abbiamo iniziato sapevamo di fare qualcosa di diverso dalla media, ma l’intento era divertirci: non c’era una visione generale o sul lungo termine. A questa ha sicuramente contribuito l’incontro con 42 Records.

“Il sangue è pronto” nasce da una vostra sonorizzazione dal vivo del film “Riti, magie nere e segrete orge nel Trecento” di Renato Polselli, durante una delle serate della residency al Trenta Formiche. Cosa succede a un suono quando perde le immagini da cui è nato?

Pur essendo nato con questa funzione, in realtà più di metà del disco contiene materiale originale che non avevamo suonato live. Diciamo che l’ispirazione del film di Polselli è stata una scintilla iniziale, ma poi il disco ha preso la sua forma e il suo senso.

In un tempo in cui l’ascolto sembra sempre più frammentato e accelerato, “Il sangue è pronto” va nella direzione opposta: una suite unica di 38 minuti che rifiuta la logica della frammentazione e del consumo vorace. L’assenza di immediatezza per voi è una scelta estetica o un modo per invitare ad un altro tipo di attenzione?

È stata innanzitutto una scelta dettata dal gusto. Ci siamo immersi in queste jam improvvisate e abbiamo notato l’effetto che ci facevano: la possibilità di staccare e di fermare l’incessante velocità del tempo nella nostra bolla. Abbiamo provato a traslare tutto questo attraverso i concerti e gli album, cercando di dettare il nostro linguaggio al pubblico.

Al disco ha partecipato anche Gaia Banfi. Come è nato questo incontro? Che tipo di presenza ha portato all’interno della vostra dimensione sonora?

Abbiamo conosciuto Gaia durante un festival a Gubbio. Eravamo curiosi, essendo già grandi fan di suo padre, Baffo Banfi, e ci ha colpito la sua esibizione, carica di energia e senza compromessi: esattamente ciò che poi ha portato anche nel disco.

Vi ho visti live, in un concerto molto coinvolgente a Milano, c’è un grande senso di libertà sul palco, che si riflette perfettamente tra il pubblico, una fusione tra corpo e suono che sfocia in un palpabile senso di gioia e stati estatici. In quei momenti di massima intensità, come funziona la comunicazione tra di voi sul palco?

Dato che suoniamo tutto il set senza interruzioni, ovviamente abbiamo dei segnali e seguiamo una direzione durante il concerto. Flavio, all’organo, è quello che dirige l’andamento.

Al di là dell’esperienza che si crea nel momento, che cosa vi interessa che resti davvero a chi esce da un vostro concerto?

La percezione di aver partecipato a un rito e di essere diventati, tutti insieme, qualcosa di più forte delle nostre individualità, così come accade a noi nel gruppo da quando suoniamo insieme.

Cosa non vorreste mai diventasse la vostra musica?

Una pubblicità. Le pubblicità sono le preghiere del capitalismo. E il capitalismo è una merda.

Foto Giorgia Bronzini