Si è conclusa la sera del 19 giugno la splendida tripletta che ha visto i Fontaines D.C. ospiti attesissimi e acclamatissimi nel nostro Paese: dopo Bologna e Roma, è stata il Carroponte di Sesto San Giovanni l’ultima sede italiana a poter vantare l’onore di aver accolto la band irlandese – possiamo dirlo – più stimata degli ultimi anni.
Diciamolo subito, per poi concentrarci a cuor leggero sull’analisi di quel che ci interessa davvero, ovvero la musica: la gestione organizzativa ha lasciato molte perplessità.
A partire dall’acustica insufficiente per l’effettiva affluenza, che ha consentito di ascoltare l’esibizione in maniera soddisfacente soltanto a quella parte di pubblico riuscita a occupare la parte più frontale rispetto al palco.
La capienza del luogo, a quanto pare sovrastimata, si è rivelata problematica anche per via della conformazione che lo spazio ha assunto negli ultimi anni: un’area per il pubblico stretta e allungata, che probabilmente non avrebbe mai potuto soddisfare allo stesso modo le dodicimila persone che hanno acquistato il biglietto.
Ultima nota accolta con malcontento: un pit non annunciato, pur rispondendo alle normative sulla sicurezza, ha di fatto diviso il pubblico tra chi era arrivato con largo anticipo e chi, invece, si è presentato a ridosso dell’inizio dello spettacolo.
A proposito di pubblico, mai come questa sera mi è capitato di percepire, a un concerto dei Fontaines D.C., una moltitudine così variopinta: giovanissimi – persino bambini – ragazzi e persone “in età”, arrivati da ogni parte d’Italia, ma anche da diversi Paesi europei. Insomma, non c’era davvero un pubblico-tipo, ma una commistione di presenze diverse, eppure forse più simili di quanto si immagini.

Lo spettacolo è iniziato, puntualissimo, alle 20:30, orario annunciato per gli straordinari Shame, il gruppo di apertura.
La band post punk londinese ci ha intrattenuto per oltre quaranta minuti con uno show esilarante, divorando palco e pubblico: dal memorabile crowd surfing del frontman Charlie Steen all’acrobatica capriola del bassista Josh Finerty, performances che però non hanno certo rubato spazio alla musica.
Il gruppo ha spaziato nella discografia regalandoci anche una spettacolare prima live dell’ultimo singolo, Cutthroat.
Tutti i presenti – chi li aveva già conosciuti in vista degli headliner (me compresa), i fan della prima ora e anche chi li ha scoperti solo dal vivo in questa occasione – sono rimasti piacevolmente sorpresi: gli Shame sono sì una band scanzonata e ironica, ma anche dei veri professionisti.
Il tempo di un rapido cambio palco e, infrangendo la tradizionale scaletta rispettata sin dall’uscita di “Romance”, i cinque irlandesi – insieme a Chilli Jesson, amico e polistrumentista che ha arricchito ulteriormente il set – sono entrati in scena con Here’s the Thing, uno dei brani più attesi del disco.
Una scelta in controtendenza, che ha spostato l’ipnotica ouverture Romance verso il fondo della scaletta, come apertura del bis.
Sorpresa particolarmente gradita a molti di noi, per i quali questa non era la prima data dopo la presentazione del nuovo album, e che ha portato con sé una piacevole novità.

La serata si è mantenuta costantemente accesa, senza un attimo di stallo, alternando esordi e pezzi più recenti.
Si è passati dai brani del capolavoro “Skinty Fia”, come Jackie Down the Line, al cupissimo “A Hero’s Death” con Televised Mind, fino al diamante grezzo Boys in the Better Land, tratto dallo sporco e intoccabile “Dogrel”, per poi tornare al recentissimo passato con Roman Holiday, Big Shot e Nabokov.
Unica grande assente, dal disco del “maledetto cervo” – per mio soggettivo ed egoista desiderio, sia chiaro – è stata la cavernosissima title track Skinty Fia.
Questo spaziare nel tempo, ne sono sempre più convinta, sta a significare che non c’è passato o futuro, in realtà, perché tutti i brani dei Fontaines D.C. continuano a rappresentarli.
Continuano a rappresentare quei cinque ragazzi connessi alla propria terra, amanti della poesia e fermi nella convinzione che, se parli a dieci o a dodicimila persone, ciò in cui credi devi comunque dirlo forte e a testa alta.
Dal punto di vista tecnico, Grian, Conor, Deego, Carlos e Tom sono ineccepibili e coesi.
Si percepiscono, però, in queste ultime date, alcuni segni dell’inevitabile “pilota automatico” – comprensibile, vista la quantità di date del tour mondiale – e anche la voce leggermente affaticata del frontman Grian Chatten.
Niente di tutto ciò ha però tolto valore a quello a cui abbiamo assistito.

I Fontaines D.C. sono definiti da molti – e a ragione – una delle migliori formazioni in circolazione. Hanno affrontato, nei loro dieci anni di attività (ricordiamo che, nonostante l‘esordio, “Dogrel”, sia del 2019, la band si è formata nel 2014), diverse evoluzioni che li hanno portati a contaminarsi di vari generi e sottogeneri.
Nati come band post-punk, hanno aggiunto alla propria arte una dose di dark rock, ma anche basi shoegaze, fino ad approdare in territori street e hip hop.
Sono giunti addirittura a confezionare meadley raffinatissimi, tra cui la bellissima Starburster / In Heaven ( Lady in the Radiator Song) – contenuta nell’edizione deluxe di “Romance”– dove rielaborano in chiave propria un tema della soundtrack del film di David Lynch “Eraserhead”.
Ma torniamo alla serata; l’ultimo album è stato grande protagonista della seconda parte del concerto, introdotta da un’intensissima Before You I Just Forget: brano scuro ma melodico e street, la cui cupissima vocalità di Conor Curley – a cui eravamo abituati in veste più “cristallina” in Sundowner – ha conferito una solennità surreale.
La resa live è stata persino migliore rispetto al disco.
A questo punto, certamente, la magia ha raggiunto il suo apice e ha nuovamente lasciato spazio al passato: abbiamo ascoltato l’immancabile poesia punk A Hero’s Death e il manifesto profetico Big.

Prima del bis, i ragazzi ci hanno salutato con la dolcissima Favourite, pregna di gioiosa malinconia e pronta a condurci verso la fine di questo sogno.
Grian e gli altri non sono artisti da molte chiacchiere, si sa: preferiscono lasciar parlare i loro pezzi, per cui non aspettatevi discorsi, ringraziamenti o siparietti intermezzi a separare le esibizioni.
Sin dalla prima volta in cui li ho visti, la scorsa estate all’Auditorium di Roma, ho subito compreso che questo essere di poche parole non è freddezza, né tantomeno snobismo.
I Fontaines D.C. sono consci dell’importanza delle parole, della risonanza dei palchi che occupano: per questo, quando parlano, lo fanno per dire qualcosa di importante.
E, nel finale del loro spettacolo, quel qualcosa è stato un appello per esortarci a far sentire il nostro dissenso contro la gravissima guerra che si sta combattendo in Palestina, per la quale i ragazzi non hanno mai omesso di lanciare messaggi risonanti.
Messaggi che rimangono impressi anche visivamente grazie a bandiere e slogan luminosi.
E’ in questa emozionante atmosfera che hanno preso vita – dopo Romance, Desire e In the Modern World – le devastanti I Love You e infine, Starburster. Con un finale del genere non puoi che desiderarne ancora.
Ogni volta che ho la fortuna di vedere live i Fontaines D.C., aggiungo un tassello alla mia rosa di convinzioni. Questa volta, la certezza che ho maturato è che gli esseri umani, chiunque essi siano, hanno bisogno di qualcuno che unisca i loro pensieri, che sappia veicolarli ed esprimerli, che sia portatore di giustizia e di libertà.
Qualcuno che sappia usare le parole così bene da creare un linguaggio che metta d’accordo tutti.
Magari non sarà un eroe, a portare tutto questo.
Magari saranno solo questi cinque ragazzi giunti dall’Irlanda, con i loro ideali e le loro parole, a insegnarci che si può dire quello che si vuole.
Rispettando le parole e il potere che abbiamo quando ci è concesso usarle.
Setlist:
01 Here’s the Thing
02 Jackie down the Line
03 Televised Mind
04 Boys in the Better Land
05 Roman Holiday
06 Big Shot
07 Death Kink
08 Before You I Just Forget
09 It’s Amazing to Be Young
10 Hurricane Laughter
11 Bug
12 Nabokov
13 A Hero’s Death
14 Big
15 Favourite
16 Romance
17 Desire
18 In The Modern World
19 I Love You
20 Starburster
Foto Alessia Ambrosini


