“Transeunte” è un disco che con la sua lucidità riduce tutti a nudo, mette tutti in silenzio, implacabile nella sua visione del mondo.
I testi delle canzoni invitano sempre a tenere accesa una consapevolezza; ci costringono a rispondere a domande come: Ma non lo vedi chi sei? Non lo vedi dove viviamo? È questo lo sguardo che Nodo Prusik, aka Elias Goddi, traduce in musica.
I pezzi non fanno sconti, non ammiccano, non seducono, mostrano la vita nella sua verità più cruda, nella sua durezza disarmante.
Un disco che scuote chi si gongola nell’effimero, nel superficiale, nella società immaginaria rappresentata e non vissuta.
Transeunte come la fugacità, la transitorietà degli esseri umani di passaggio.
Un approccio così dirompente, abrasivo, brutale mi ha fatto sorgere delle domande; dalla curiosità e dalla voglia di approfondire è nata questa intervista.
L’album è prodotto assieme a Federico Coppola, pubblicato da La Chute Dischi e distribuito da Audioglobe.

Il titolo del tuo album richiama una parola dal forte peso filosofico. L’idea di transitorietà e impermanenza attraversa molte tracce, emerge quando racconti i cicli della vita o il tentativo — spesso vano — di trattenere ciò che scivola via.
Qual è l’intuizione o l’immagine che ti ha portato a eleggere proprio questa parola come chiave di lettura dell’intero progetto?
Il termine transeunte mi ha folgorato quando l’ho ritrovato ne Il libro dei consigli di Kay Ka’us ibn Iskandar, un sovrano della Persia islamica che giunto alla vecchiaia decise di redigere un libro con quello che aveva appreso nella vita e di donarlo al figlio. Tra questi scritti lessi una frase significativa: Nei momenti di sconforto spera, sapendo che la disperazione è legata alla speranza e la speranza alla disperazione: ogni atto si risolve nel suo essere transeunte. Ovviamente me ne sono subito appropriato, i miei pezzi andavano proprio in quella direzione. La transitorietà delle cose che ci capitano è al centro dell’album: rapporti umani, fallimenti o conquiste. Tutto inevitabilmente passa.
Mi colpiscono molto le canzoni che “stanno in piedi da sole”, ossia con una presenza vocale forte, protagonista ed un tappeto sonoro, come in Nessuno sopravvive alla vita. C’è una tensione che mantiene forza in ogni frase.
Che rapporto hai con la tua voce? Esiste una zona di vulnerabilità quando la usi o la risenti?
Sono attratto anch’io da questo genere di pezzi. Comunque non ho un rapporto idilliaco con la mia voce, è la mia ovviamente ed essendone consapevole cerco di utilizzarla secondo le mie possibilità, sia che parta da un testo scritto che detta il ritmo e quindi la musicalità sia che parta dal canto e quindi dalla melodia.
Nel riascoltarmi cerco più che altro di concentrarmi sul risultato finale, e quindi di correggere il tiro per arrivare ad ottenere quello che avevo in mente quando ho scritto il testo: il suono, il timbro, l’enfatizzazione o la pronuncia.
Ovviamente in fase finale ci sono dei difetti che in origine non erano previsti, ma che magari lascio perché in quel momento sono adatti.

In mezzo a cicli di impermanenza e momenti duri, c’è uno spazio nelle tue riflessioni o nelle tue canzoni che invita a percepire qualcosa di eterno?
Se parliamo di questo lavoro no, le canzoni affrontano l’aspetto terreno dell’esistenza. Se parliamo in linea generale: l’amore e la morte, per rispondere alla tua domanda, quelli immagino possano essere considerati eterni. Ma ho dei dubbi anche su questo.
Il punto di vista di Dio ha un tono profondo e apocalittico Il testo evidenzia in modo molto diretto fallimenti delle istituzioni, dei comportamenti sociali e delle persone.
È una riflessione personale su esperienze vissute, o più un’osservazione universale sul comportamento umano?
Più la seconda, ma incentrata sull’Italia. È un piccolo quadro apocalittico, una sfuriata di un dio minore su questo nostro corrotto e bestiale paese.
Quando ho scritto il pezzo certe cose mi avevano fatto veramente incazzare e quindi l’ho buttato giù pensando che noi, come popolo, fossimo peggiorati brutalmente nei decenni, ma in seguito, scavando di più nella nostra storia, mi sono accorto che sciagurati, separati e corrotti lo siamo sempre stati. In più oggi vedendo il nostro stivale svenduto e ridotto a parco giochi per i turisti in ciabatte e le città trasformate completamente il quadro è completo.
“Mani di gesso” è un grido rabbioso e sarcastico contro l’alienazione del consumo, ma anche una radiografia sociale senza filtri.
La scrittura è viscerale, diretta, non fa sconti (passami il termine)! “non vi perdono voi e il vostro acquisto compulsivo”. Cos’altro non perdoni nel muoversi delle persone?
Tutte le brutture che ci circondano nel nostro quotidiano derivano da un mondo plasmato per i consumatori, non si sfugge. Il resto: la sete di protagonismo, la modifica che c’è stata dei corpi e delle vite intime delle persone ne sono solo una conseguenza. Non perdono noi tutti che abbiamo permesso che venisse attivato tutto questo. Direi che basta.

Rimanendo sul tema del consumismo: come interpreti la realtà dei live e dei concerti di oggi, spesso con biglietti sempre più costosi?
Quello è ovviamente un mostro che fa parte di quello di cui parlavamo qui sopra.
Ormai è stato svegliato è sarà difficile riaddormentarlo. Dove c’è la musica cosiddetta underground per fortuna ci sono ancora delle piccole realtà che sopravvivono anche se con difficoltà. Dall’altra parte invece la musica è una scusa, non conta nulla.
Lì contano gli incassi vertiginosi, i palchi enormi, i fottuti gadget e l’evento da creare sui social.
Ah e non dimentichiamo il/la cantante che si commuove al momento giusto per essere instagrammabile o spara la frase a effetto su qualche evento politico o sociale per acchiappare una bella fetta di pubblico, importantissimo.
Ti consideri un’artigiano da un punto di vista musicale?
A volte mi considero un operaio, io assemblo. Non è una battuta, sono figlio della classe operaia e, ispirazione iniziale a parte, al momento di costruire i pezzi ragiono in quei termini.
Transeunte parla di passaggio, attraversamento. Quando componi qual è l’equilibrio tra il fermare qualcosa e il lasciarlo andare?
Eh, bella domanda. Tendo a cercare la sintesi migliore per poter esprimere un concetto, se intendi questo. Tutto ciò che è superfluo lo lascio andare.

Racconti un buio che illumina molto più della luce, qual è per te il ruolo della musica, del raccontare attraverso le canzoni?
È un mezzo, un linguaggio, un processo di trasformazione, almeno per me. Non voglio sminuire la musica in quanto arte, ma la stessa arte è un linguaggio e serve ad esprimere qualcosa che altrimenti sarebbe solo chiacchiera al vento. Io scrivo solo ed esclusivamente se devo liberarmi di qualcosa, a quel punto lo comunico trasformandolo in un pezzo.
Il nodo Prusik si stringe solo sotto tensione. Vale anche per la tua musica? Ti esprimi al meglio solo quando senti pressione?
Se intendi la pressione come esigenza espressiva si, altrimenti non solo, non c’è un sentimento ideale. La rabbia va benissimo, ma può essere anche l’amore a tirare fuori qualcosa oppure una conversazione o un atteggiamento che mi ha catturato.
Chiude il disco 4 Haiku un flusso di immagini molto diverse tra loro, dallo splendore del Rinascimento ai fast food, passando per i viaggi di Kerouac. E’ il brano in cui si prende respiro. L’aspetto salvifico è la grammatura della carta straccia, ci sono quindi scampoli di bellezza ? 😊
Assolutamente si, altrimenti come si potrebbe vivere? Il problema è che la realtà fatta di brutture ci circonda, il mondo è un luogo abbastanza atroce ma anche farsesco. Ci sono però quelle due o tre cose che ci salvano e vanno preservate, anche se non saranno per l’eternità. Forse.


