“Sette sonde sui cromosomi” è il nuovo album di Autune, composto da 10 tracce e disponibile dal 12 marzo 2026.
Questo lavoro, per quanto profondamente personale, segue un percorso che ci ricorda come l’arte, anche quando parla di noi, non possa mai essere davvero solitaria.
A dimostrarlo sono i diversi studi in cui, tra il 2023 e il 2025, sono state registrate le tracce: Soppressa Records (Riazzino – CH), Slap Studio (Castellana Grotte – IT) e Safe Port Production (Lugano – CH).
La produzione e gli arrangiamenti sono curati dallo stesso Autune, con il supporto di Sebastiano Lillo; il mix, ancora una volta affidato ad Autune, si arricchisce del contributo di Paolo Palmieri, mentre il mastering è stato realizzato da Francesco Guadalupi. Un insieme di collaborazioni che ha contribuito a plasmare il risultato finale, consegnandoci l’album nella sua forma definitiva.
Se i nomi citati finora riguardano principalmente la dimensione produttiva, sul piano strumentale troviamo invece Damiano Lovecchio, autore delle backing vocals in alcune tracce, Fabrizio Semerano alla batteria e alle percussioni, Leo Pusterla al basso elettrico, Niccolò Monté alle trombe e Carlo Elias Gonnella alla chitarra e al basso nel brano Kambusa.
In questo caso è già la copertina a definire le emozioni e alcuni dei temi predominanti dell’album. Seated Nude di Edgar Degas (1895) è infatti una scelta particolarmente azzeccata: il dipinto raffigura una donna seduta sul letto mentre si infila i collant.
Un gesto semplice, spontaneo, un momento di cura verso se stessi. Eppure, quando si attraversa un periodo di depressione, anche qualcosa di apparentemente così elementare può trasformarsi in un segnale di guarigione, quasi nel simbolo della fine di un momento difficile.
Nella sua solitudine, la protagonista del quadro si prende cura di sé in un contesto intimo e domestico; una dimensione che, in relazione ai temi dell’album, rende già il primo impatto visivo profondamente catartico e carico di significato.

In questo disco Autune compie ciò che si potrebbe definire una vera e propria montagna russa emotiva, un continuo saliscendi capace di attraversare molteplici stati d’animo. Il tema di base potrebbe sembrare la depressione, ma in realtà il centro del racconto è piuttosto il viaggio, in cui questa condizione non appare mai statica.
Già il titolo, “Sette sonde sui cromosomi”, suggerisce un atteggiamento di analisi e di esplorazione: una ricerca che attraversa prospettive e sensibilità diverse. Spesso si tende a immaginare la depressione come come qualcosa di statico, immobile, in cui la persona è paralizzata e vive in uno stato di non morte
La realtà, invece, è molto più sfaccettata e complessa
Un corpo che dall’esterno può sembrare fermo è in realtà un corpo che brucia con la forza di mille fuochi, pieno di energia e di vita. Se tutto questo resta invisibile è perché, molto spesso, quelle stesse energie vengono consumate per il semplice atto di sopravvivere al dolore.
Ridurre questa esperienza a una mera assenza di emozioni sarebbe quindi estremamente semplicistico, e l’album riesce a comunicarlo con efficacia proprio attraverso i continui cambi di registro musicale, che generano atmosfere e sensazioni sempre diverse, restituendo tutta la complessità di questo percorso interiore.
Il viaggio dell’album si apre con Rame o Ruggine, dove la frase “Mi scuso sai se incostante ho sofferto” condensa, a mio parere, alcuni dei concetti chiave del disco: la vergogna, l’odio verso se stessi, una sofferenza così viscerale da portare quasi a scusarsi per il modo in cui si soffre. È un sentimento complesso, che genera anche un sottile rancore verso le persone a cui si finisce per chiedere scusa.
I toni orchestrali ed evocativi, insieme alla voce quasi robotica, sembrano tradurre musicalmente la sensazione di una vita che continua a scorrere e ad espandersi anche quando ci pare di andare avanti per inerzia, come se fossimo programmati, quasi dei robot incapaci di fermarsi.

In Moka, invece, il verso “Dove sei / retta via svanita”, accompagnato da sonorità elettroniche che si intrecciano con suggestioni jazz. L’atmosfera ha qualcosa di cinematografico, come se ci trovassimo nei panni di un personaggio di Cowboy Bebop, che cerca la sua via nell’infinito dello spazio. Rappresenta quella fase di ricerca di cui parlavamo prima, evocativa, introspettiva
“Non posso respirare, non voglio soffocare” in Sinusite inchiostrata mostra quella lotta vitale di cui parlavo all’inizio, che emerge anche attraverso lo sviluppo musicale della canzone: da una dimensione inizialmente più dilatata diventa via via sempre più carica ed energica, trovando il suo picco nella parte finale con l’ingresso della tromba.
Qui non c’è soltanto una retta via smarrita, ma anche il sospetto, la paura, uno sguardo inquisitore rivolto agli altri, che potrebbero distruggerci da un momento all’altro e che allo stesso tempo sono gli stessi che possono salvarci. Perché è proprio nella relazione — di qualsiasi tipo essa sia — che possiamo migliorare e smettere di rimanere bloccati nello stesso punto.
Il fumo nella yurta torna invece a una dimensione più classica, sia attraverso l’uso del pianoforte sia attraverso la voce, che in alcuni passaggi appare priva di effetti aggiuntivi.
“Bazzichi nella sicurezza, in quei flussi che ti danno certezza”: è questa la frase che introduce un possibile punto di svolta. È attraverso un ritorno alle origini che diventa possibile fare chiarezza e andare oltre quella sensazione di confusione.
Si tratta di una chiarezza dura, ma necessaria e rivelatrice: anche nel dolore non siamo soli al mondo, e questo è al tempo stesso una consolazione e una responsabilità. “È duro sentirsi come chi ti sta infastidendo”, perché solo comprendendo che anche gli altri, proprio come noi, possono essere vittime delle stesse fragilità diventa possibile guarire e andare avanti, lasciando alle spalle egoismo e protagonismo.
Hentai rappresenta invece, a mio parere, una sorta di punto riassuntivo di molti dei temi dell’album. Con un ritmo più incalzante rispetto alle altre canzoni, il brano diventa un elogio del caos: è proprio il caos, infatti, a permetterci di purificarci e di trovare nuove dimensioni. Anche il continuo cambiamento musicale che attraversa il disco sembra sottolineare e celebrare questa idea.
“Nell’occhio del ciclone, mi hanno spinto nel vortice, ma stavolta no, lo definirei vertice”: una frase che racchiude bene questa trasformazione, dove ciò che prima appariva come caduta o perdita di controllo può diventare invece un punto di osservazione più alto, una nuova prospettiva.
Proseguendo nel testo troviamo un’altra frase, a mio parere molto rappresentativa della condizione di chi soffre. La negatività non è totalizzante: può sembrarla, ma non dovrebbe farci perdere di vista ciò che, in fondo, tutti desideriamo, cioè stare bene. “Nella testa polvere, distanzi dalle negative energie” sembra indicare proprio questo passaggio verso una nuova consapevolezza, quasi una forma di risoluzione interiore.
Allo stesso tempo emerge anche un senso di comunione con ciò che ci circonda: Tralicci nella notte gialla mescola efficacemente l’elemento evocativo con quello più sognante, creando immagini molto nitide. Nel mio immaginario richiama una notte urbana senza stelle, ma non per questo meno suggestiva.

Kambusa invece è quella parte del viaggio in cui l’ostacolo più grande diventiamo noi stessi, o meglio l’odio e la rabbia che nutriamo nei nostri confronti che irrimediabilmente contagia i legami con gli altri: “lontano da quel posto / legame non corrisposto”. Questo shift si percepisce anche nei giri arrabbiati della chitarra, che attraversano la traccia “Mi domando perché la curiosità si sia mutata in violenza”: anche qui la rabbia viene sviscerata, ma è una rabbia che qui opera nell’unico modo possibile per legittimare la propria esistenza, ossia vivendo, abitando le strade, addolcendosi attraverso il contatto con uno sconosciuto che ci sorride, perché forse alla fine la rabbia è solo una grandissima sopravvivenza alla solitudine e all’abuso.
“Avrei voluto rimanere vivo ma di malattia io sparirò” in Finch mostra uno degli inevitabili saliscendi emotivi dell’album. Può sembrare quasi un ritorno indietro, ma personalmente mi appare piuttosto come un passaggio decisivo verso il compimento del messaggio complessivo del disco: “Tutte le cose di cui ho parlato non han constatato alcun male” (2720).
In fondo non c’è nulla di intrinsecamente positivo o negativo nel dolore: esiste me basta.
Trovo che questo album possieda un sound unico e riconoscibile, qualità tutt’altro che scontata considerando i numerosi cambi di tono che attraversano le canzoni. È un lavoro che scava in profondità nei diversi stati d’animo, opponendosi a una visione semplicistica e stereotipata delle emozioni e, di conseguenza, anche della vita.
Consigliato.
Tracklist:
01.Rame o ruggine
02. Moka
03. Sinusite inchiostrata
04. Il fumo nella yurta
05. Hentai
06. Tralicci nella notte gialla
07. Kambusa
08. Metro
09. Finch
10. 2720


