E’ dimostrato che le onde sonore attivano neurotrasmettitori del cervello e alterano il nostro stato d’animo: tristezza, felicità, malinconia, ma anche emozioni più complesse.
E, se a dare il titolo al disco oggetto del nostro ascolto di oggi è il neurotrasmettitore del piacere per eccellenza, l’ascolto è certamente interessante; soprattutto se questo disco è il quinto lavoro dei Fontaines D.C.
Band osannata e additata di tradimento, innalzata su un piedistallo, o quasi odiata per non essere rimasta fedele a se stessa, poco importa: non è possibile negare che l’evoluzione che ha interessato il quintetto irlandese sia molto spiccata e per nulla scontata. Mi viene da definire “gossip dell’ascoltatore dal palato esigente” tutte le discussioni sul bene o male del loro operato.
“Dopamine Chamber” (XL Recordings) – questo il titolo completo del quinto disco, dunque, uscito lo scorso 16 ottobre – prosegue la strategia commerciale di “Romance” del 2024: grafica e palette cromatica riconoscibili, visual styling molto ben definito, annunci e countdown col contagocce, ma studiati per creare un’hype davvero altissima. E forse è questo che stuzzica la necessità di aspettare al varco e cogliere in fallo, come ci fosse più gusto a stroncare, se l’opera è attesa. Ma questa è una mia opinione personale.
La produzione dell’album è a opera di James Ford (che ha lavorato ai dischi – per citarne alcuni – degli Arctic Monkeys, dei Depeche Mode, dei Blur) come fu per “Romance”.
I musicisti hanno messo in piedi il disco tra l’Inghilterra e l’Italia, in particolare Venezia e Palermo, dove Grian Chatten ha registrato le voci in una sala prove di fortuna, autoprodotta con materassi e cuscini.
Quindi, togliamoci subito il pensiero: no, il post punk di “Dogrel” e “A Hero’s Death” non si percepisce più.
Vi confesso che ho avuto il piacere di prendere parte a uno degli appuntamenti dei listening party globali che i Fontaines hanno organizzato per la sua presentazione, ben una settimana prima dell’uscita ufficiale. Questo ultimo dettaglio temporale, credetemi, ha fatto sì che l’esperienza fosse ancor più mistica: un piccolo negozio di dischi, gente seduta o in piedi, senza telefono, con in mano un taccuino e una penna. Tutti in silenzio ad ascoltare tutto il disco, dalla prima all’ultima traccia, ben sapendo che si trattava di un’esperienza unica e preziosa, che rendeva noi pochi fortunati custodi di un suono che tutto il resto del mondo doveva aspettare ben sette giorni per poter ascoltare.
E’ continuando le percezioni di quel listening party, e poi approfondendole, che voglio dunque raccontarvi “Dopamine Chamber” perchè questo – più di tanti altri dischi – va ascoltato tutto come è stato concepito, come un grande unicum.
La porta d’ingresso nella camera della dopamina si apre e vi accoglie nell’anticamera denominata Six Shot Morning, che si presenta come la colonna sonora di un film che ti porta a esplorare uno spazio lontano, con tanto di sinth, note lunghe, beat bassi – quasi infrasuoni – e riverberi.

La voce di Grian è metallica, robotica e ipnotica: è tutto bellissimo, un sogno. Ma comprendi subito che qualcosa non va, che qualcosa stride. Si tratta di un avvertimento, più che di una consolazione: la sofferenza non nasce necessariamente da un mondo brutto, ma anche dall’incapacità di sentirsi parte di un mondo che continua a ostentarsi bellissimo. “It’s a beautiful world” è la formula, il mantra che ci ripetiamo per non guardare in faccia quello che non funziona.
Ci avete mai pensato a quanto di ciò che desideriamo nasce per davvero da noi, e quanto è invece il prodotto di un immaginario che ci viene continuamente mostrato? Benvenuti nel patinato mondo contemporaneo, una gabbia dorata che scricchiola e pesa come un macigno, una trappola travestita da libertà.
Questa sarà la sensazione che vi accompagnerà per tutto l’ascolto.
Ci sono dischi in cui riconosci i brani come appartenenti a un unico mood; per “Dopamine Chamber” ho avuto certamente questa percezione nelle sensazioni umorali che mi davano i pezzi, ma ho trovato anche moltissima varietà: da Mimesis, in cui i Depeche Mode e la dance anni ’80, bassi e tonnellate di riverberi padroneggiano, fino a One Man, bellissimo pezzo soft fatto in apertura solo da tastiere echeggianti e la voce altalenante di Grian arricchita di riverberi, per poi divenire ritmata, positiva e – solo apparentemente – piena di speranza.
Il protagonista in One Man merita un piccolo approfondimento: vuole essere amato, ma non vuole necessariamente essere messo in discussione; vuole volare, galleggiare, dimenticare il dolore, cerca gratificazione e leggerezza, ma non riesce a sottrarsi a ciò che sente. E allora si ripete che è “soltanto un uomo”: ma quando riconosciamo di avere dei limiti, stiamo davvero accettando la nostra umanità oppure stiamo semplicemente cercando un alibi per non cambiare? Questo, come tutti i brani del disco, lasciano aperte questioni e interrogativi che non siamo più abituati a porci.
Where is Gone? era forse il brano più atteso, da quando è stata annunciata la tracklist di “Dopamine Chamber”, precisamente da quando il nome di Rosalia è comparso come featuring. Premetto che non amo le sonorità latine, né sono particolarmente attratta dall’ascolto di voci calde e cristalline come la sua, per questo motivo ero parecchio scettica.
Eppure durante il mio primo ascolto, in quell’ora scarsa in un piccolo negozio di dischi sui Navigli, in cui testa, cuore e cervello erano dedicati all’ascolto per la prima volta, è stato il brano che mi ha maggiormente emozionato: una bellissima ballata dove le voci di Rosalia e Grian, perfettamente bilanciate tra un cielo limpido e l’abisso dei suoni più cupi, parlano di amore, di perdita e di ricordo.
Where is Gone? esplora la diatriba tra il desiderio di andare avanti e l’impossibilità di cancellare il passato, attraverso un semplice quanto arduo quesito: dove finisce ciò che non esiste più? “The darkest room on the brightest day” è una verso potentissimo: anche nel momento apparentemente più luminoso può esistere una stanza buia.
“Dopamine Chamber” è stato descritto come un album pop e “catchy”, persino; non che ci sia qualcosa di male, ma per capire come non sia propriamente così, ascoltate Happy for You, dove la voce calda e cupa di Grian ti porta giù nelle profondità di una tristezza che stride con ciò che dice, le parole contrastano con le atmosfere melodiche.
Molti pezzi giocano molto su questa tensione, che vi conduce a riflettere sul vero senso di quello che si sta dicendo, sul reale significato di quel che intendiamo quando, a nostro piacere, ma anche sottovalutandone l’importanza, utilizziamo le parole. L’assurdo è che il linguaggio diventa uno strumento insufficiente, persino quando le parole non mancano.
La contraddizione è proprio pilastro portante del disco: Demolition è un continuo alternarsi di tenerezza e risentimento, di bisogno dell’altro e di desiderio di liberarsene; Tongue (dopo Marianne il secondo singolo, ne abbiamo già parlato QUI) è un brano ossessivo e ripetitivo, che trova il suo apice in una parte centrale incredibilmente bella, dove gli strumenti sembrano prendere strade autonome, ciascuno con una propria identità e un proprio ritmo, fino a intrecciarsi in un equilibrio perfetto.
Chatten trasforma il testo in uno scioglilingua martellante – un gioco di parole solo in apparenza, perché al centro ci sono il potere distruttivo della parola, l’impossibilità di comunicare senza qualcuno disposto ad ascoltare e il rimpianto di aver pronunciato ad alta voce ciò che sarebbe stato meglio tenere per sé.
Esplosivo il finale, forse un chiaro tributo all’impronta orchestrale, drammatica, teatrale e tesa dei Muse.
Dopo aver terminato l’ascolto approfondito posso dirvi che a mio avviso questo album rappresenta veramente una stanza della dopamina.
In effetti passando da un brano all’altro si sperimentano un po’ tutti gli effetti della sostanza: dalla mania e dall’ossessione depressiva di Happy for You si passa alla quiete e ai benefici sull’umore della musicalmente dolcissima Japan (ma ascoltate attentamente il testo, supportandovi anche con il bellissimo video, diretto da Luna Carmoon – che già aveva diretto lo splendido corto musicale che faceva da sfondo a Here’s the Thing, tratto da “Romance”.
La vostra percezione cambierà di parecchio quando realizzerete che la storia è tutt’altro che idilliaca: il desiderio di piacere, di evasione e di gratificazione può diventare a sua volta una prigione); e ancora, alla schizofrenia, fino all’estrema quanto artificiosa iperconcentrazione su cui gioca Tongue, con quella bellissima filastrocca quasi elettro-trap.
Non è tutto: da non molto Grian Chatten ha scoperto di soffrire del disturbo da deficit di attenzione (ADHD): la diagnosi – ha raccontato il musicista – è arrivata dopo un periodo costellato da frequenti attacchi di panico (ricordiamo la pazzesca Starburster, da “Romance”, nata proprio per dare voce al primo di questi terribili episodi, e che include anche quei sospiri da “fame d’aria” tipici di queste sensazioni, e noti soltanto a chi le ha vissute). Ebbene, la dopamina è uno dei neurotrasmettitori coinvolti nei meccanismi cerebrali che regolano attenzione, motivazione, desiderio, apprendimento e gratificazione; nell’ADHD questi meccanismi possono funzionare in modo differente.
Tornando all’album, rispetto ai precedenti – dicono gli autori – questo disco ha meno umanità ed è più corrotto. La chiave è il rapporto con il mondo contemporaneo: se “Romance” raccontava un universo già molto contaminato, artificiale, distopico e seducente, “Dopamine Chamber” sembra voler entrare ancora più a fondo nelle sue contraddizioni.
Nei lavori precedenti dei Fontaines D.C. sopravviveva una forte componente umana: l’amore, il desiderio, la ricerca di bellezza e di appartenenza erano ancora possibili forme di resistenza, e anche dentro un universo inquietante c’era spazio per la speranza.
Ora il confine è molto più sottile: l’automazione, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la sovraesposizione alle notizie, la violenza e la ricerca compulsiva di stimoli – in quella che Chatten e compagni hanno definito, non a torto, “una gloriosa età della distrazione” – non sono più soltanto elementi esterni che minacciano l’essere umano, ma finiscono per modificarne il modo di sentire, desiderare e relazionarsi.
La corruzione non consiste semplicemente nell’utilizzare un sound più cupo, gelido o aggressivo, ma nell’esplorare cosa succede quando il desiderio, il piacere, le relazioni e persino il linguaggio vengono alterati da un ambiente che ci condiziona continuamente. Non è più soltanto un mondo che ci fa paura: è un mondo nel quale rischiamo di non riconoscerci più.
“Dopamine Chamber” non ha un briciolo di ottimismo. Come dice Chatten: “Ho pensato che sarebbe stato più potente lasciare fuori la speranza e riflettere onestamente la bruttezza. Questo disco doveva suonare più come un avvertimento catastrofico.”
E questa intenzione si concretizza con l’uso di strumenti che sottolineano continuamente questa percezione, come sintetizzatori glaciali, assenza di chitarre, che in diversi brani lasciano il posto a sample e trigger connessi alla batteria, oppure ad archi provenienti dal pop italiano anni Sessanta, mischiati con l’elettronica e fautori di quel mood di alienazione che pervade gran parte dell’ascolto.
E il finale corona degnamente questo trip all’interno delle connessioni neuronali, delle emozioni, delle sensazioni e della consapevolezza del mondo: Intimate rappresenta “una festa decadente alla fine del mondo, nella quale il bisogno di intimità convive con la perdita di ogni autentica umanità.”
Una curiosità: la “floating city”, la città galleggiante citata nel brano, è Venezia, dove Chatten ha iniziato a scrivere i testi del disco, colpito dalla sua bellezza e conscio della sua fragilità. “Dying and dying and dead” ripete ossessivamente il pezzo: l’umanità sta assistendo al proprio declino senza fermarsi, senza far nulla per provare, quantomeno, a porvi rimedio.
Ricordate quel bellissimo film chiamato “Don’t Look Up”? in cui il mondo riceve la notizia catastrofica della scoperta di una cometa destinata a distruggere la Terra? Quel che accade nel film è che l’umanità non riesce a elaborare questa notizia in modo razionale: la minaccia viene trasformata in dibattito televisivo, propaganda, intrattenimento, e la cosa più inquietante è che quella catastrofe diventa progressivamente un contenuto da consumare. Come in questo caso, anche in Intimate la tragedia non è soltanto qualcosa che sta per accadere, ma qualcosa che l’umanità sembra incapace di guardare davvero in faccia.

Ma non è un disco più semplice, quello no, e spero di avervene dato modo per riflettere: “Dopamine Chamber” non è un album facile, ma è un album di una complessità differente da quella di “Dogrel”.
Forse non scuoterà a sufficienza le menti come dovrebbe, ma beato chi ha avuto la fortuna di rimanerne sconvolto e di assumerlo, come un medicinale, o una droga che dà conforto, benché temporaneo.
Quindi, questo è l’effetto che fa “Dopamine Chamber” : è quello di darti un piacere distorto, corrotto, fasullo. Del resto, siamo appagati da stimoli veloci, da ganci digitali che ci consentono di non dover neppure più pensare a quel che stiamo vedendo o sentendo: il progresso della comodità ha toccato livelli esasperati, ha raggiunto le nostre menti e le ha fatte accomodare in poltrona: non serve più pensare.
Grian Chatten, come un filosofo pensatore dell’Antica Grecia o come un cantore di poemi con protagonisti eroi digitali sconfitti, si scontra con un mondo non più a misura d’uomo, sempre più distante dai ritmi della vita umana.
Fedeli a se stessi, li volevano alcuni. Fedeli al post punk, ai brani suonati “da band”, fedeli all’Irlanda.
Fedeli a quello che è il loro modo di leggere il mondo nel quale vivono, con la posizione che occupano, il ruolo che ricoprono, i pensieri che di esso hanno e le sensazioni che li pervadono: così li voglio, e li vedo io.
Tracklist:
01. Six Shot Morning
02. Marianne
03. Mimesis
04. Happy for You
05. Demolition
06. Tongue
07. One Man
08. Where is Gone?
09. You Miss Me
10. Japan
11. Intimate
Foto Even Spencer


