Lo Straniero: racconti sonori di disperazione e bellezza

E’ uscito lo scorso dicembre “Mazapè”, quarto e ultimo album de Lo Straniero, interessantissimo progetto che riunisce in un unico viaggio musicale Giovanni Facelli, Federica Addari, Valentina Francini e Francesco Seitone.
Uniti sotto la buona stella della musica dal 2014, da allora la band ha collezionato menzioni, collaborazioni e premi grazie ai quali non è difficile comprendere la validità del loro percorso: dall’apertura di uno dei concerti dei Tre Allegri ragazzi Morti, all’incisione di un brano insieme ai Sick Tamburo, alla vittoria del Premio Musicultura in Tour nel 2019, fino alla collaborazione con il buon Federico Dragogna, che vediamo coinvolto nella produzione e, in parte, nella sonorizzazione proprio di “Mazapè”.
Per approfondire il disco e la loro storia, i ragazzi hanno risposto ad alcune nostre domande, con cui ci hanno anche svelato qualche curiosità.

Ciao ragazzi, vi faccio i miei complimenti per il vostro ultimo disco “Mazapè”. E’ un lavoro variegato e coeso, in cui ho trovato moltissimi lati di voi, che però mi hanno riportato a un’essenza definita: ci raccontate come avete costituito il concept dell’album?
Siamo felici che ti sia piaciuto! L’idea di realizzare un concept album non era una priorità, inizialmente volevamo sviluppare la nostra musica dando maggior valore ai timbri acustici e a determinate atmosfere.
Man mano è anche emerso un filo conduttore: il contrasto che attraversa un “paese”, che in qualche modo è metafora di uno spazio più ampio collocabile altrove, dove incontri la bellezza esaltante e angoli di disperazione.

“Mazapè” è sia il titolo dell’album che di una traccia: una parola netta, sonora e definita, che rappresenta un luogo geografico focale attorno cui ruota il vostro disco: ci svelate che cosa c’è dietro a questo termine?
La geografia umana in qualche modo ci ha sempre ispirato.
Un amico collaboratore mi ha fatto notare che questo disco ha un focus su un ambiente più vicino a noi, ma al contrario ha reso questa idea molto più universale.
“Mazapé” è una grande e lunga collina tra Piemonte e Liguria, da sempre osserva la nostra sala prove/studio. La parola significa “ammazza piedi”.
Risalire lungo le sue coste impervie è un’impresa, ma arrivati sulla cresta lo spettacolo è suggestivo. È una zona incontaminata, un labirinto in salita abitato da animali selvatici, piante e funghi.
È però uno spazio ambiguo: Mazapé è bucato da una galleria ferroviaria e da una strada, è in mezzo al triangolo industriale, vede transitare ogni giorno gente che si muove fra la pianura e il mare. Una zona di confine, una sorta di crocevia.

La vostra formazione è molto “democratica”: alternate le voci e i ruoli, nei vostri brani. Come nascono i pezzi, già con una voce finale definita oppure attribuite in corso d’opera il brano e le sue parti alla voce che li canterà?
Dipende dai brani, è una scelta naturale data dalle caratteristiche della musica e dal testo. È capitato che le parti vocali fossero definite già dalla scrittura, altre volte abbiamo deciso durante le prove e la produzione.

Nel cupa novella synth I Fuochi per la Festa del Paese cantate “Mica un posto te lo scegli almeno non in questo caso”. E’ la biografia di un doloroso e crudo passato: è stato difficile trasformare questi fatti di vita in canzone o è stato un processo quasi necessario e curativo per voi?
Difficile no, piuttosto è stato emozionante riascoltarla durante alcune fasi della produzione, nelle quali il lavoro di Federico Dragogna è stato davvero prezioso.
Si tratta di un mix di storie comuni che abbiamo vissuto e conosciuto da vicino. Volevamo restituirle come una fiaba sonorizzata, dentro uno scenario musicale che fosse quasi cinematografico.

Avete da sempre avuto il desiderio di fare musica? C’è un evento particolare che, nella vostra vita, vi ha fatto prendere questa decisione?
La musica per noi è sempre stata una priorità. Abbiamo iniziato a suonare a cavallo tra infanzia e adolescenza. Ognuno ha avuto il suo percorso finché ci siamo incontrati.
Posso parlare per me (ndr Giovanni, voce e chitarra) e dirti che hanno contribuito tante esperienze.
Sono stati decisivi i cantautori che ascoltavano i miei, in particolare Conte, De Andrè e Battiato, ma anche jazz, blues e rock, da Reverendo Davis fino a “Graceland” di Paul Simon, che è rimasto uno dei miei dischi della vita. In quegli anni mia mamma cantava accompagnandosi ad una amica chitarrista che studiava liuteria.
Ero bambino e la ascoltavo quasi ogni giorno, sapeva suonare diversi stili, un imprinting importante. Dopo la chitarra classica che arrivò a sorpresa da mio padre, ricordo di aver perso la testa con il documentario “Beatles Anthology”.
Ero piccolo e in quel momento per me cambiò tutto. Poi passai due estati a Brighton e gasandomi sempre più andai a ritroso: arrivarono Cure, Nirvana, Blur, il punk e le prime band con gli amici alle scuole superiori.

Nonostante “Mazapè” sia un lavoro originalissimo, alcuni brani urlano forte la vostra devozione ad alcuni artisti (cito fra tutti, per esempio, i Sick Tamburo che ritrovo moltissimo in A Mare): percepite molto l’influenza degli artisti che stimate nei vostri lavori?
Con i Sick Tamburo abbiamo fatto dei concerti e un featuring in “Psicosogno”, una canzone a cui siamo legatissimi. Siamo loro fan e c’è grande stima, ma se ci hanno influenzato non lo so. Noi procediamo liberi.
Siamo divoratori di album, abbiamo speso ore a commentare armonie, timbriche e microfoni utilizzati nei dischi che amiamo, ma questo è un bagaglio di conoscenza e passione più che un riferimento o un’influenza.

Le grafiche nel vostro album sono semplici ma d’impatto e comunicano in maniera chiara il contenuto del disco e dei singoli: ci raccontate chi le ha realizzate e come sono state concepite?
Quelle di “Mazapé” sono realizzate da Thomas Garaventa, un amico fin dall’adolescenza. Ha centrato l’anima di questo lavoro ascoltando già dai provini.
Thomas oltre che grafico e illustratore è un ottimo musicista, ha sangue italiano e scandinavo e un’attitudine affine a Lo Straniero. Infatti abbiamo collaborato anche per videoclip e altri progetti.
Le cover dei dischi precedenti le ha curate Valentina (ndr bassista del gruppo) mentre la copertina di “Quartiere italiano” era stata realizzata da Giulio Mosca “Il Baffo”.

In Ministro del Temporale cantate: “No no è una maledizione/ Non è nostra la colpa di questa situazione…Una voce mi ripete con la solita frequenza/ Al centro del programma c’è la sicurezza/Garantita con granitica certezza”. Il testo lascia intendere una denuncia politica: pensate che chi fa musica debba sempre prendere una posizione e denunciare dinamiche sociali con le quali è in disaccordo?
Gli artisti hanno quasi sempre un ruolo sociale. Quindi se l’artista sente l’esigenza sì, ma gli strumenti per farlo sono diversi: ognuno utilizza i modi più adatti al proprio essere, non per forza i testi.
Il clima sociale e politico attuale ci condiziona, com’è accaduto in altri periodi. Noi non ci siamo imposti denuncia o impegno. Se ascoltando i brani passa uno sguardo critico sulla realtà va bene, ma questo accade all’interno di un’opera di fantasia.
In questo senso se si imbocca l’ascoltatore si rischia retorica e invecchiamento precoce. De Andrè scrisse “Storia di un impiegato” non un documento politico programmatico.
Un autore che amiamo come Buzzati riesce a parlarci dell’alienazione dell’uomo contemporaneo decontestualizzando, con un’opera immortale come il “Deserto dei Tartari” che è frutto di una meravigliosa immaginazione.

C’è qualche aneddoto legato alla realizzazione di “Mazapè” che non avete mai raccontato e di cui vi piacerebbe raccontare?
Le idee si consolidano lavorando sodo ma senza troppe previsioni. La prima stesura di A mare e Via Ferrarese, che sono i brani di apertura e chiusura dell’album, è stata fatta in poche ore. Testo e accordi non hanno più subito variazioni restando così fino alla pubblicazione.
Da quei due brani è iniziato tutto. In qualche modo sembrava ci aspettassero.

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