Happy Birthday: 12 Settembre 1988 “Spirit of Eden” Talk Talk – EMI

Spirit of Eden - Talk Talk Album

Scritto da Arianna Mancini e Andrea Notarangelo

In questa celebrazione facciamo un salto indietro nel 1988 per ricordare un disco, una band e un’esperienza sonora che, col tempo, ha assunto lo status di culto.
I Talk Talk non furono un gruppo convenzionale e Mark Hollis , co-fondatore e leader creativo della band, rimane una delle figure più affascinanti e innovative della musica moderna.

Nati a Londra all’inizio degli anni ‘80, si imposero inizialmente come uno dei tanti gruppi della nuova ondata synth-pop britannica, salvo poi rivelarsi una delle realtà più imprevedibili e pionieristiche della scena musicale.
La formazione ruotava attorno alla voce intensa e introspettiva di Mark Hollis (chitarra, pianoforte), affiancato da Paul Webb (basso), Lee Harris (batteria) e Simon Brenner (tastiere), presto sostituito da Tim Friese-Greene che divenne non solo produttore ma vero architetto sonoro del gruppo.

Ogni grande svolta ha una storia alle spalle. “Spirit of Eden” è l’approdo di una trasformazione lenta e radicale, il punto di rottura di un viaggio artistico che i Talk Talk  hanno intrapreso controcorrente; per coglierne la forza rivoluzionaria, bisogna tornare indietro e seguire il cammino che li ha condotti fin qui.

Il debutto, “The Party’s Over” (1982), era ancora intriso di synth-pop e atmosfere new wave, parente stretto dei coetanei Duran Duran , (fu infatti proprio Colin Thurston a produrre il disco d’esordio dei Talk Talk ed i primi due dei Duran Duran). Con “It’s My Life” (1984), arricchito dall’iconica title track, i Talk Talk iniziarono a smarcarsi dai cliché radiofonici, aprendo le porte a un pop più sofisticato e introspettivo.

Ma fu “The Colour of Spring” (1986) a rivelare la loro vera natura e maturità: arrangiamenti più organici, l’uso di strumenti acustici e una scrittura sempre più spirituale fecero intravedere un radicale cambio di rotta. Album di grande successo commerciale, aprì però anche la porta alla fase più rischiosa e sperimentale della band.
Da lì in avanti, i Talk Talk imboccarono una strada coraggiosa e inaspettata: “Spirit of Eden” (1988) e ”Laughing Stock” (1991) abbandonarono del tutto le logiche del mercato, scegliendo invece il linguaggio dei silenzi, dell’improvvisazione e della contaminazione tra jazz, musica da camera e ambient.
Due dischi che avrebbero fatto scuola, anticipando il lessico del post-rock, ponendoli come pionieri inconsapevoli di questo genere e influenzando generazioni di musicisti, dai Radiohead , agli  Slint, ai Low , Mogwai, Elbow, fino ai Sigur Rós e ai Bark Psychosis (autori dell’altrettanto seminale “Hex”, per il quale il giornalista Simon Reynolds di Mojo coniò il termine post-rock).

Mark Hollis elaborazione grafica

La scelta di privilegiare l’integrità artistica a scapito della popolarità portò infine allo scioglimento del gruppo nei primi anni ‘90.
Da allora, Mark Hollis pubblicò un unico album solista omonimo (1998) prima di ritirarsi dal mondo della musica, diventando una figura iconica di coerenza e mistero fino alla sua scomparsa nel 2019.
Mark Hollis scelse il silenzio, proprio quel silenzio che aveva sempre difeso e trasformato in arte, fino a diventare parte stessa della sua leggenda.
Poco sopra accennavamo all’importanza di “The Colour Of Spring” nel processo di evoluzione e complessità della proposta in atto. Questo cambio di pelle camaleontico è evidente già dall’ampliamento della formazione in chiave live.
La band, infatti, oltre al nucleo principale costituito da Hollis, Webb e Harris, si estende con l’ingresso di John Turnbull alle chitarre, Ian Curnow e Rupert Black alle tastiere e Mark Feltham  all’armonica. Il picco di questa fase viene toccato con il concerto a Montreaux (Svizzera), dell’11 luglio 1986, una performance che verrà pubblicata anni dopo in dvd e che ci consegna una band in forma ma arrivata a un punto di non ritorno.
Hollis è pronto per una svolta definitiva che trasforma il gruppo in un laboratorio di improvvisazione nel quale, lui e il fido produttore Friese-Green, tirano le fila del discorso. I Talk Talk hanno avuto successo e ora, come da accordi presi con la casa discografica, sono liberi e hanno pieno controllo sulla musica che possono produrre. Questo è un passo epocale. Se oggi diamo per scontato il successo di progetti come gli Sparklehorse di Mark Linkous, i Lambchop di Kurt Wagner, o i  Pearlfishers di David Scott , caratterizzati da musicisti geniali che dirigono veri e propri ensemble, negli anni ‘80, questo non poteva accadere.
Se sei una rock band devi fissare il suono sul trittico chitarra, basso, batteria, più l’aggiunta di tastiere e, solo per gentile concessione, di tanto in tanto qualche altro strumento. Con i Talk Talk questa regola non scritta cambia a partire dall’11 maggio 1987, data in cui iniziano le registrazioni del loro quarto disco e capolavoro che risponde al nome di “Spirit Of Eden”.


Complessivamente la sessione durerà tre mesi, da maggio a luglio 1987 con ritmi di lavoro intensi ma allo stesso tempo rilassati. Questo flusso prendeva spunto dal metodo di lavoro di Miles Davis (uno dei punti cardini di Mark Hollis), che prevedeva lunghe sessioni dalle quali sottrarre l’essenza incastonata tra le bobine e che poi diventava l’ossatura del pezzo. La lavorazione copriva cinque giorni alla settimana, con un orario che andava dalle 11:00 fino a mezzanotte. Le lunghe improvvisazioni catturate spesso al buio, poi frammentate, rielaborate e ricomposte digitalmente.
“Tutto è reale, tutto è suonato da persone”, ribadivano Mark Hollis e il produttore – compagno di viaggi e sperimentazioni Tim Friese-Greene. Le sessioni erano estenuanti: dodici ore al giorno in uno spazio saturo di incenso, luci stroboscopiche e proiezioni psichedeliche, più simile a un rito che a una sessione di studio.
Al termine del trimestre, il lavoro venne lasciato riposare e in seguito, ad ottobre, iniziarono le sovraincisioni a cominciare dai fiati.
Ad eccezione del Coro della Cattedrale di Chelmsford, e dei tre musicisti in organico, presero parte alle registrazioni non meno di quindici musicisti e, alcune parti, vennero in seguito scartate. Il disco uscirà circa un anno dopo, il 12 settembre 1988, ma in realtà fu completato l’11 marzo dello stesso anno ai Wessex Sound Studios di Londra, un’ex chiesa trasformata in sala di incisione.
Il lungo ritardo fu causato dalla EMI, la quale giudicò il disco inascoltabile e fece pressioni per porre dei correttivi che, in un modo o nell’altro, avrebbero potuto salvare quello che per la casa discografica era un disastro annunciato.
L’incrinatura fatale, tra la band e i discografici arrivò quando questi ultimi modificarono, ad insaputa dei musicisti, il brano I Believe in You per renderlo più “potabile” e commercialmente vendibile come singolo a sé stante (il cui rispettivo lato b fu occupato dalla traccia John Cope che trae il nome da un alias utilizzato da Hollis per un progetto come musicista esterno ai Talk Talk), passando dagli oltre sei minuti a una versione di tre e mezzo. I dissapori avvennero sostanzialmente per due motivi: il primo, che la band non voleva influenze esterne sulla creazione della loro opera d’arte; il secondo, perché I Believe in You parla di dipendenza ed è un omaggio di Mark a suo fratello Ed, morto poco prima per overdose.

12 settembre 1988, esce “Spirit of Eden“: straniante, ipnotico e intriso di folgorante bellezza. Un viaggio che si dipana in sei brani che scorrono come un unico flusso, dando vita a poco più di quarantuno minuti di musica che racchiudono un universo sonoro inedito, sospeso tra silenzi, esplosioni improvvise e delicate epifanie.
Il risultato furono sei composizioni che si susseguono come un unico flusso atmosferico, sospeso tra silenzi e improvvise deflagrazioni sonore. Jazz, ambient, incursioni rumoristiche, blues, classica, dub e musica sacra si intrecciano delineando quello che, col senno di poi, verrà riconosciuto come l’atto di nascita del post-rock.
Dall’accenno di blues lunare ed ipnotico di The Rainbow all’ambient mistico di Eden, dalle convulsioni ritmiche di Desire fino alla spiritualità rarefatta di Wealth; “Spirit of Eden” è un viaggio che tutti gli amanti degli spazi sonori infiniti dovrebbero fare.

C’’è solo un filo conduttore tra i “vecchi” e i “nuovi” Talk Talk che garantisce in tutto e per tutto la continuità del flusso artistico e corrisponde al nome di James Marsh. Designer inglese, artista visuale, illustratore, nonché fondatore dell’AOI – Association of Illustrators, ha curato le copertine di tutti i dischi della band di Mark Hollis e ha contribuito a rendere iconico ogni loro album.
Spirit of Eden” non fa eccezione e il gioco creato dall’opera di Marsh contribuisce a stranire l’ascoltatore sin dal biglietto da visita. Immaginate ora un fan che, a settembre del 1988, si reca in un negozio di dischi e, a differenza del precedente “The Colour of Spring”, ricco di colori accesi, caldi e di farfalle, si trova davanti una copertina tendente al bianco con al centro un’illustrazione sospesa tra naturalismo e astrazione e che riflette perfettamente il carattere del disco. In primo piano svetta un albero, colmo di foglie, pulcinelle di mare, conchiglie e gasteropodi che si erge da un prato-mare blu cobalto.
Un albero-rifugio, arcano e misterioso, che cela e protegge ed è in grado di rivelare segreti a chi sa guardare oltre, o, come nel caso specifico, ad ascoltare meglio.
La pianta germoglia in uno spazio senza tempo, e l’immagine sembra tratta da un mazzo di Tarocchi. L’illustrazione, con i suoi motivi vegetali stilizzati che oscillano tra fiaba e simbolo sacro, evoca un giardino interiore, al tempo stesso fertile e fragile.

A dare il La è The Rainbow, che, come da titolo, ci porta ad immaginare un arcobaleno che funge da cancello d’ingresso in una nuova dimensione. La composizione trascina subito l’ascoltatore in un territorio rarefatto e sospeso tra malinconia e trascendenza, è ipnotica: unisce gli echi di un “blues” dilatato, suggestioni ambient e una tensione crescente che esplode in improvvisi lampi sonori.
L’incipit è tessuto su accenni di fiati, riverberi spaziali, pause cariche di tensione, echi rarefatti, incursioni rumoristiche. Suoni in divenire che prendono vita.
Il silenzio e i rumori sono qui utilizzati, come negli altri brani che seguiranno,  ad arte, come se fossero degli strumenti. La voce di Mark Hollis si palesa dopo tre minuti abbondanti : “Oh yeah, the world’s turned upside down”, ci condurrà in un percorso di nove minuti senza confini ma essenziali, in cui la lunghezza non è sinonimo di ripetizione e superfluo.

La quasi omonima Eden inizia sempre in sordina per poi destarsi attraverso un accordo in crescendo che svanisce d’incanto cedendo il passo, in primo piano, ad una batteria e alla voce di Hollis che qui diventa vero e proprio strumento indispensabile all’economia del pezzo. E’ una canzone ricca di sfaccettature: gli accenni, le dissolvenze, fiati e il cantato emergono come in una liturgia. Si tratta infatti di un vero e proprio caleidoscopio emotivo dove colori e forme si creano di continuo nella mente dell’ascoltatore a seconda di come si sposta il focus.
Con questa alchimia di sfumature il disco entra nel suo cuore spirituale. Il testo, scarno e simbolico, intreccia immagini bibliche e naturali — l’Eden insanguinato, l’erede pasquale privato della corona, il fiore schiacciato che genera nuova fragranza — per raccontare una tensione tra caducità e rinascita.
Nel ritornello, il bisogno universale di avere qualcuno accanto si mescola a un’invocazione disperata verso l’onnipotente. È una preghiera spezzata, fragile e mistica, che rende palpabile il contrasto tra il desiderio umano di consolazione e il silenzio insondabile della fede e dell’Assoluto.

Desire, la canzone successiva e l’ultima del trittico che conclude un’ideale mini-suite, funge da summa definitiva su che cos’è (cosa sarà) il post-rock in tutte le sue potenzialità e in tutti i suoi limiti. Il pezzo, della durata di quasi 7 minuti, è un’altalena di emozioni nella quale si alternano momenti di quasi totale silenzio attraverso l’accompagnamento di un basso onnipresente e una voce sussurrata che di tanto in tanto esplode in un cantato ora pienamente libero di spaziare e di riempire tutto lo spettro sonoro.
È un brano che, dal punto di vista musicale, trova il suo equilibrio nel bilanciamento degli opposti; concettualmente resta forse il momento più radicale e viscerale dell’album, quello in cui il rifiuto e la negazione si confrontano con l’oscurità più feroce della solitudine.

A seguire, Inheritance è una riflessione agrodolce e malinconica sul contrasto tra una vita che segue l’autenticità ed i ritmi naturali, e quella di chi “cerca disperatamente l’approvazione della folla, vestendo l’abito arrendevole dell’oro”.
Hollis, nel brano, parla idealmente ad un puledro che corre libero nella brezza: qui risiede l’essenza del suo credo musicale e di vita. Forse quel puledro è lui stesso, che ha scelto un’esistenza più mite e libera, lontana dal caos del successo. Il brano musicalmente fluisce in un’inesorabile calma. Tutto gravita intorno all’incipit di batteria, al pianoforte e alla confessione del cantante che a metà brano lasciano spazio ad uno straniante dialogo della sezione fiati. E’ un pezzo che parte con toni dimessi e in sordina.
E’ come se un inverno che non volesse mai terminare, di colpo lasciasse spazio a una “Canzone di Aprile”, così, per citare il testo.
La melodia si apre a poco a poco e il cielo uggioso cede il passo ad una giornata solare ormai insperata. La conclusione, quel “Heaven bless you”, rivolto all’animale equino, qui però diventa quasi un saluto all’ascoltatore che si avvia alla conclusione del tragitto.

I Believe in You rappresenta il penultimo tassello di questo viaggio spirituale e come accennato inizialmente creò conflitto tra la band e la casa discografica.
I Talk Talk furono restii ma alla fine cedettero e proposero questo brano “esclusivamente per aiutare la casa discografica a promuovere l’album” (così come dichiarato a  Q da Hollis).

La Parlophone ne fece quindi uscire una versione tagliata che snatura completamente il senso della canzone dedicata ad Ed Hollis e alla sua perdita. Mark, in un’intervista al magazine International Musician and Recording World, in quello stesso anno dichiarerà: “In pratica hanno tagliato l’inizio e la fine della canzone. Penso che sia un peccato. Hanno preso qualcosa che stava bene nel contesto dell’album e l’hanno estrapolato. Questo per me non ha senso”. Il brano accoglie l’ascoltatore in un abbraccio che si fa via via sempre più avvolgente. Il testo si regge su una struttura criptica ed essenziale. Il percorso sonoro è sostenuto principalmente dalla sezione ritmica, dall’organo, dall’armonica e dall’estatica coda, in cui la struggente “presenza” di Hollis si alterna a un coro di voci femminili: “Spirit (I believe in you)/ Spirit (I believe in you)/ How long? (I believe in you)”.

Wealth si fa strada nelle nostre orecchie prendendosi qualche istante di raccoglimento. E’ infatti il silenzio il vero protagonista del disco, il quale sa ritagliarsi spazi importanti e lega insieme i suoni che costituiscono questo gioiello sonoro. Hollis qui è più struggente che mai, accompagnato da tastiere e organi cesella un compendio di atmosfere che faranno grandi i Radiohead, soprattutto nella loro fase post “Ok Computer”.
È un commiato che si fa epilogo contemplativo, una sorta di summa sulle tematiche che attraversano l’intero album: introspezione, spiritualità, minimalismo sonoro. La scelta di chiudere con Wealth è anche il gesto artistico ed anarchico con cui i Talk Talk varcano la soglia verso una dimensione altra, fatta di silenzi, attese e rarefazioni timbriche. In questo senso il brano anticipa la radicalità del successivo “Laughing Stock”, aprendo la strada a un nuovo linguaggio espressivo.

Ed è in questa conclusione che proviamo a comprendere il significato globale dell’opera. Un disco dove si entra in un mondo parallelo, che potrebbe essere il nostro di tutti i giorni se solo si facesse accortezza e ci si prendesse cura del prossimo.
La Terra potrebbe essere l’Eden, il paradiso perduto, la terra promessa. Se infatti la prima suite simbolica costituita da The Rainbow, Eden e Desire, mette in luce quella che è la situazione ottimale alla quale si aspira (passaggio ad un’altra dimensione attraverso un arcobaleno, la vista del paradiso e il desiderio di farne parte), è con la seconda suite che si fissa l’obiettivo. Inheritance, I Believe in You e Wealth, costituiscono infatti i precetti dai quali è necessario passare per raggiungere tale scopo. Inheritance, tradotto come “eredità”, qui il titolo della quarta traccia si riferisce al nostro mondo, il quale dovrebbe mantenersi in un delicato equilibrio attraverso un patto tra esseri viventi.
L’accordo suggellato si basa sulla fiducia reciproca e sulla protezione. Quel ‘credo in te ’, come da traduzione del titolo del quinto pezzo, è alla base  della ricchezza, del benessere a cui fa riferimento Wealth, ultima tappa del nostro percorso.

 

A più di trent’anni dalla sua uscita, “Spirit of Eden” resta un’opera inclassificabile, capace di sfuggire – oggi come allora – alle classificazioni e di imporsi come un riferimento imprescindibile per generazioni di musicisti che amano ricercare e andare oltre. Il suo lascito non è soltanto sonoro, ma culturale: un invito a concepire la musica come atto di libertà, ricerca e autenticità.
Non ultimo, uno spunto per tutti a rallentare, apprendere ad “ascoltare”. Sembrerà assurdo, ma proprio questo potrebbe essere il primo passo per attuare piccoli cambiamenti nelle nostre vite di tutti i giorni.

Tracklist:

  1. The Rainbow
  2. Eden
  3. Desire
  4. Inheritance
  5. I believe in you
  6. Wealth