Ci troviamo a Quiesa, in Toscana, una frazione del comune di Massarosa, tra Viareggio e Lucca, a pochi chilometri dal Lago di Massacciuccoli. È da questo piccolo centro che il collettivo AfroQuiesa Orchestra prende il suo nome.
Dopo l’esordio discografico di sette anni fa con il loro album omonimo, gli AfroQuiesa Orchestra tornano con un nuovo lavoro in studio autoprodotto: “C’è sempre tempo per l’amore”. Si tratta di un vorticoso e pulsante magma strumentale articolato su dieci brani, in cui le loro radici afrobeat si intrecciano con funk, jazz, suggestioni cinematiche, library music, progressive e derive più contemporanee.
I brani scorrono come fiumi infuocati, cambiano forma, vibrano, conservando quella dimensione artigianale che solo un gruppo abituato a suonare molto insieme, con spirito di amicizia creativa, riesce ad esprimere.
Un ritorno maturato lentamente sul palco, tra decine di concerti e un’identità collettiva di immenso spessore e destinato a trovare la sua massima espressione dal vivo, dimensione in cui gli AfroQuiesa Orchestra continuano a dare il meglio di sé.
La formazione vede Emanuele Volpi (chitarre, composizione, produzione e arrangiamenti) e Tommaso Marraccini (batteria, composizione) al centro del progetto, affiancati da Alessandro Andreoni al basso, Andrea Baroni alle tastiere, Ilaria Sebastiani al flauto traverso, Andrea Battistoni alla tromba e flicorno, Alessandro Giannotti al trombone ed eufonio e Gabriel Petretti al sassofono. Il mix e il master del disco sono curati da Antonio Castiello.
Un ensemble eterogeneo che, unito dall’esperienza, dal gusto di sperimentare, dall’amicizia e dalla passione, conferisce al disco una dimensione artigianale e viva; la voce di un lembo di Toscana che si tinge di cosmopolitismo.
Non aggiungo altro: lascio spazio a Emanuele Volpi per raccontarci il loro percorso e svelare le sfumature del nuovo album.
Buona esplorazione!

Benvenuto su The Beat e complimenti per “C’è sempre tempo per l’amore”, un bel flusso adrenalinico.
Il vostro è un progetto che nasce dalla condivisione: un gruppo numeroso, un’identità sonora molto definita e l’idea di fare musica come spazio comune, in cui passione, creatività e relazioni personali convivono in una forma di espressione collettiva; strutturata ma libera. A sette anni dall’esordio, siete arrivati al vostro secondo album in studio, dopo un percorso profondamente vissuto anche dal vivo.
Come è nato il progetto AfroQuiesa Orchestra? Dove e in che modo vi siete incontrati?
Il progetto AfroQuiesa è nato proprio nel paese di Quiesa, una piccola frazione del comune di Massarosa, in provincia di Lucca. Io e Tommaso Marraccini (il batterista) siamo praticamente vicini di casa e abbiamo sempre suonato insieme fin da piccoli. Suonavamo Jimi Hendrix, Jack White, Black Sabbath, Santana fino a quando Tommaso mi ha introdotto all’afrobeat con Fela Kuti. Da qui l’idea: creare una band gigantesca strumentale afrobeat con fiati e percussioni.
Abbiamo quindi cercato subito di realizzare questa ardua impresa, cercando prima di tutto i fiati nelle filarmoniche dei vari paesini limitrofi e al Conservatorio di Lucca.
Nel mio immaginario, “C’è sempre tempo per l’amore” ha un sapore quasi cinematografico, giocoso ma serio allo stesso tempo. Cosa vi ha ispirati a sceglierlo? In che modo questa ispirazione si riflette nei brani dell’album?
“C’è sempre tempo per l’amore” è il titolo dell’album e anche della title track, ed è nato quasi per caso. Quasi tutti i nomi dei nostri pezzi vengono scelti alla fine della loro realizzazione. Essendo brani strumentali, ci sono pochi appigli simbolici o descrittivi, ma il suono di C’è sempre tempo per l’amore ci ha portato a scegliere questo titolo romantico e un po’ nostalgico anche come titolo dell’album. Abbiamo pubblicato il disco nel decimo anniversario della band e C’è sempre tempo per l’amore, in qualche modo, ci fa ripensare a tutti i momenti del collettivo con un pizzico di piacevole nostalgia.
Sono passati sette anni dal vostro primo disco. È cambiato qualcosa nel vostro approccio alla scrittura o nel modo di suonare insieme? Sentite di aver attraversato qualche cambiamento importante?
In questi sette anni sono successe molte cose. Siamo cresciuti ed è cambiato anche il modo di approcciare le composizioni, i live e le occasioni musicali importanti che capitano. Quel che non è cambiato è la spontaneità generale che si respira quando siamo tutti insieme. Non ci siamo mai fermati con le pizzate tutti insieme come una grande famiglia e continuiamo ancora ad andare a vederci i concerti degli artisti che ci piacciono. Viviamo tutto con molta calma e serenità, senza nessun tipo di fretta o paura di rimanere indietro nel panorama musicale. Forse è proprio per questo che, dopo tanto tempo, siamo ancora insieme.

La vostra musica è un vero magma sonoro, che mescola afrobeat, jazz, funk, world music e persino contaminazioni progressive e cinematiche, con brevi sprazzi di elettronica. Come avviene la composizione? Progettate fin da subito l’intreccio di tutti queste trame musicali o nascono man mano suonando insieme? Quanto spazio lasciate all’improvvisazione per far muovere il flusso dei brani?
La nostra musica nasce in cameretta. Mi ritrovo con Tommaso a sperimentare riff di chitarra, groove di batteria e linee di fiati in modo molto istintivo e veloce, buttando giù a grandi linee le strutture dei pezzi.
In un secondo momento arrangio al PC delle pre-produzioni provvisorie, scrivo le parti da studiare e invio al resto della band tutto il materiale per arrivare alle prove pronti a suonare i nuovi brani. Le influenze sono tante e dipendono da quanto sono in fissa in quel periodo con un determinato gruppo, e cerco di fondere mondi sonori in modo spontaneo, senza farmi troppe domande.
L’improvvisazione è una parte fondamentale del nostro collettivo e ogni pezzo ha il suo spazio specifico in cui, a turno o tutti insieme, ci sfoghiamo liberamente.
Soda caustica ha un’attitudine garage prog sperimentale, da dove nasce questa vena più ruvida?
Soda Caustica è nata in un periodo in cui sperimentavo con le accordature aperte della mia Gibson SG. Ne ho trovata una in particolare che mi ha colpito e Soda Caustica, dopo mezz’ora, è nata. Dentro c’è tutto il prog che mio papà mi faceva ascoltare da piccolo, come gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso o la PFM. In quel periodo ascoltavo continuamente l’album “Flying Microtonal Banana” dei King Gizzard & The Lizard Wizard e, più o meno inconsciamente, ho trasportato quel suono psych-rock orientaleggiante dentro Soda Caustica.
Nel brano eponimo c’è un groove disco-funk irresistibile. Come siete arrivati a questa direzione musicale e che sensazione volevate trasmettere?
In C’è sempre tempo per l’amore volevamo tirare fuori un brano disco. Ci mancava un pezzo con la cassa dritta che si ispirasse alla disco degli Chic, Earth, Wind & Fire o ai più recenti L’Impératrice. Al contempo volevamo dargli una sfumatura romantica e nostalgica, trasmessa dal tema musicale del sax tenore.

7 Mokkoli è un titolo molto curioso e tipicamente toscano, deriva da ‘moccolo’ immagino, (N.d.R.…sono mezza toscana pure io). Da dove nasce questa scelta (si può dire? J) e come si collega alla musica del pezzo, tra digressioni progressive e atmosfere intense?
Come detto in precedenza, quasi tutti i titoli dei nostri brani vengono scelti a pezzo finito. Il tempo di questo brano è in 7/8 ed è un tempo dispari particolarmente ostico da ballare, ma soprattutto da suonare. Infatti è stato un brano complesso da imparare alle prove e i moccoli (bestemmie) sono stati molti. Il brano è in 7, quindi per chiuderlo è diventato 7 Mokkoli. La K al posto della C è solo una scelta artistica.
Leggendo i vari titoli dei brani, sembra che vi divertiate molto durante le sessioni creative insieme. È così?
Ci divertiamo tantissimo. Ognuno propone un titolo e, a votazione, scegliamo quello che rappresenta di più il brano. È inutile dire che vengono fuori i titoli più impensabili, strambi e assurdi che esistano.
Il nome AfroQuiesa Orchestra evoca un senso di appartenenza geografica, e anche l’artwork del disco richiama un immaginario legato alla vostra terra e al mondo che vi circonda. La copertina mostra un capanno immerso nella natura, con tre quadri colorati e una vespa rossa in primo piano. L’insieme trasmette un senso di provincia, artigianalità, creatività e legame con il territorio, mescolando realtà quotidiana e immaginario pittorico. Ci racconti qualcosa del processo creativo dietro questa copertina e cosa volevate trasmettere?
È assolutamente così. Volevamo trasmettere un forte senso di appartenenza alle nostre zone toscane. Siamo molto legati al nostro territorio ed è sempre fonte di enorme ispirazione. I dipinti di mio fratello, Federico Volpi, raffigurano la fauna locale del lago di Massaciuccoli, dove è stata scattata la foto. Quel luogo è silenzioso, misterioso, lontano da tutto. È un toccasana per il riposo della mente.

Lo scorso ottobre, dopo la proiezione del film di Daniele Vicari “FELA, il mio Dio vivente” e la presentazione del nuovo album di Seun Kuti , “Heavier Yet (Lays the Crownless Head)”, avete avuto l’opportunità di esibirvi a Volterra condividendo il palco con lui. Che emozioni vi ha lasciato questa esperienza e cosa resta nei vostri cuori dall’incontro con il figlio della leggenda dell’afrobeat?
È stata un’emozione fortissima. Il nostro gruppo è profondamente legato alla musica e al messaggio di Fela Kuti, che per noi rappresenta molto più di un riferimento musicale: è un’ispirazione culturale e umana. Condividere il palco con Seun Kuti a Volterra è stato come chiudere un cerchio, sentire quell’energia viva e autentica che porta avanti l’eredità del padre. È un’esperienza che resta nel cuore, fatta di rispetto, vibrazioni profonde e di una grande sensazione di connessione.
Per il futuro avete già delle date live in programma? Cosa vi entusiasma di più nel portare il vostro nuovo album sul palco?
Abbiamo qualche data prossimamente da confermare e non vediamo l’ora di portare la nostra musica ovunque ci siano persone che hanno voglia di divertirsi e ballare. La soddisfazione nel vedere una risposta positiva e divertita del pubblico è impagabile.
Grazie per aver condiviso con noi la vostra musica e le storie dietro al nuovo album. Vi auguro il meglio per tutto quello che vi riserverà il futuro.
Grazie!
Foto Ginevra Petroni


