J.D. Woodbine, alter ego di Daniele Sabatelli, trasforma con il suo primo album “Whicch Witchh” (Trulletto Records) inquietudini personali in un paesaggio sonoro fatto di chitarre spettrali, trombe notturne e melodie sospese.
C’è qualcosa di rituale in questo lavoro: non solo i titoli evocano magia e presagi, ma ogni brano sembra un’invocazione più che una semplice canzone. L’esordio guarda al blues delle ombre e alle murder ballads senza tempo, pur trovando una voce originale in una tensione intima e sensuale.
L’estetica richiama le atmosfere del Mississippi, ma si nutre della luce e della terra di Puglia.
Ho avuto il piacere di dialogare con l’artista per approfondire l’origine di questo immaginario e la visione che lo sostiene.
Innanzitutto complimenti per questo disco d’esordio! Scivola con naturalezza fra un folk contaminato e il funeral jazz, dimostra un raro talento nel fondere e reinventare generi, strumenti e suggestioni, senza sforzo apparente.
Essendo un debutto, quanto c’è di autobiografico in queste tracce?
Beh devo dire che in realtà considero l’intero album come autobiografico. Ogni brano nasce da avvenimenti reali e mi piace pensare che tutto ciò che ho creato e che continuo a creare possa un giorno servirmi come capsula del tempo.
“Whicch Witchh” nasce come progetto solista ma la musica è composta e arrangiata da Sebastiano Lillo: in un progetto che nasce personale ma si sviluppa attraverso una produzione così definita, come si bilanciano visione artistica e intervento in studio?
Onestamente credo che io e Sebastiano abbiamo trovato un armonia ed una sinergia unica nel suo genere. Ricordo inizialmente quando ci siamo conosciuti e per la prima volta gli ho sottoposto i miei brani. Ero armato solo di testi e melodie e Sebastiano è stato in grado di comprendere la mia visione, guidandomi e affiancandomi senza mai trattandomi sempre come suo pari.
Ho imparato moltissimo da questa esperienza e gradualmente attraverso un percorso di studio che ho intrapreso riesco a rendere sempre più vivide le mie idee e senza il suo sostegno tutto questo non sarebbe stato possibile.

Il disco non “descrive”, ma “invoca”. L’hai presentato come un disco che non cerca risposte ma presenza. È una posizione esistenziale, emotiva o artistica?
In realtà l’album racchiude al suo interno tutti e tre questi concetti. Ho sempre pensato che nella vita tutti nascano con un dono e che sta a noi fare del bene utilizzando al meglio queste nostre abilità.
Credo che il mio dono sia la mia emotività. Viviamo in un modo dove gradualmente si sta perdendo la capacità di esprimere ciò che si prova e dove si nasconde la propria fragilità per paura del giudizio altrui e credo che lì subentri la mia figura.
Nel corso della mia vita ho avuto tantissimi alti e bassi ed ho sempre trovato rifugio nella musica, il mio sogno è quello di poter fare lo stesso per gli altri.
Trombe da funerale jazz, chitarre spettrali, tastiere sospese; La presenza della tromba e del contrabbasso richiama una dimensione quasi cinematografica. Cosa significa per te quella dimensione più scura e rituale del suono?
Inutile dire, come ben si intuisce dalle sonorità del disco, seppur non discrimino alcun genere di film ho una passione incommensurabile per l’horror.
Sono un grandissimo appassionato di cinema e questo mi ha formato molto a livello artistico. Da bambino ho sempre pensato che nella vita avrei fatto uno di tre mestieri: scrittore, regista o musicista.
Ed in realtà credo che a modo mio, io stia tenendo fede a questa mia idea. Negli anni ho sviluppato un mio personale stile di scrittura, cercando di adattare il concetto di “Show don’t Tell” tipicamente utilizzato nel mondo cinematografico. Il mio focus è quello di creare un qualcosa di tangibile, vivo e nitido nella mente dell’ascoltatore e se anche solo in parte ci sono riuscito lo considero essere un grande traguardo.
Le murder ballads hanno una lunga tradizione: cosa ti interessa di quel linguaggio oggi? Il lato narrativo, il fatalismo, l’estetica?
Un po’ come si evince dalla mia risposta precedente, la parte narrativa delle ‘Murder Ballads’ mi ha sempre affascinato. Tuttavia, c’è un aspetto di cui raramente sento parlare e che trovo altrettanto interessante: l’ironia spesso contenuta in questo tipo di brano. Per quanto tetro sia il racconto, le migliori espressioni di questo stile conservano sempre una velata connotazione umoristica, che a mio parere le rende così accattivanti
C’è sempre un dualismo, una contrapposizione di valori, tutti concetti in cui mi rivedo molto e che quindi, a modo mio, mi hanno portato a voler omaggiare questo tipo di canzone.
Se Whicch Witchh fosse un rituale, quale sarebbe il suo scopo? Purificazione, evocazione, esplorazione o trasformazione?
Essere mangiati dal rimorso, soli e disperati, decidere di dunque andare in chiesa in cerca di conforto. Arrivare davanti alla chiesa e dubitare di ciò che si sta facendo. Andare a sedersi alle panchine di fronte al monumento, contemplarlo, chiedersi perché proprio questo luogo e perché questo bisogno innato ed impellente di entrarci pur sapendo di non essere credenti. Farsi coraggio, entrare nella chiesa ormai vuota, sedersi ad uno dei banchi e dopo poco iniziare a piangere.
Uscire sapendo di essere un po’ più leggeri, anche se solo per un po’.
Se dovessi definire “Whicch Witchh” come un rito, sicuramente sarebbe questo
In alcuni passaggi dell’album si percepisce una tensione minimale e notturna che ricorda Timber Timbre. Taylor Kirk spesso usa la voce come strumento narrativo più che melodico. Quanto lavori sulle dinamiche vocali per costruire quella dimensione notturna e sospesa che attraversa il disco?
In primis ringrazio per lo splendido complimento. Seguo il lavoro di Taylor da tantissimi anni e ha decisamente inciso molto sul mio modo di inquadrare la musica oggi. Ad ogni modo, se devo essere sincero, non mi soffermo molto sulla parte tecnica della mia voce, almeno non durate la fase creativa e di creazione.
Quando scrivo lascio che le singole parole mi portino ad una melodia e di conseguenza l’atmosfera del brano. Difatti scrivo un verso alla volta, in alcuni casi anche solo delle singole parole, trovo per loro un suono e da lì continuo a buttare giù il resto. Solo dopo aver già creato un ossatura forte inizio a valutare possibili tecnicismi vocali.
Cerco di far sì che il brano possa suonare sempre il più organico possibile.
La copertina mi ha incuriosito molto: si vede un uomo incappucciato al di là del parapetto di un ponte, ma sotto non si scorge alcuna traccia d’acqua. Qual è il significato di questa immagine?
La copertina nasce come omaggio a Venerdì 13 pt. 2. In quel film Jason (l’assassino per chi non lo conoscesse) non ha ancora la sua iconica maschera da hockey e indossa piuttosto un sacco di iuta in modo da poter coprire il suo volto deformato.
Da questa mia idea ho iniziato a creare dei story board, ho disegnato varie versioni di quelle che poi sarebbero diventate foto. Una volta fatto il tutto ho voluto affidare il compito di immortalare queste mie idee ad un mio caro amico, Mirko Ostuni, nel giro di poche ore l’estetica dell’intero album ha preso vita e devo dire che vado molto fiero di quel che siamo riusciti a creare.
La presenza del ponte è stata puramente casuale, stavamo vagando per questi immensi campi dove un tempo scorreva un corso d’acqua ed ad una certa ci accorgiamo del ponte, tempo cinque minuti e mi ero già arrampicato fin in cima e da lì é storia.



