Druga e Ghando: scavare dentro ciò che ha lasciato Paolo e tornare purificati

Articolo a cura di   Joshin Elisabetta Galani Cinzia D’Agostino Arianna Mancini

Guglielmo Ridolfo Gagliano, in arte Ghando, e Andrea Franchi, aka Druga, sono due musicisti polistrumentisti e produttori che vantano una carriera ricca di collaborazioni nazionali e internazionali. Entrambi hanno suonato nei primi album di Paolo Benvegnù, esperienza che ha segnato profondamente il loro percorso artistico.

Oggi portano sui palchi un intimo omaggio a Benvegnù, un progetto che unisce sensibilità interpretativa, arrangiamenti raffinati e la capacità di creare atmosfere coinvolgenti, spesso arricchite dalla presenza di ospiti speciali.

Ghando – violoncellista, polistrumentista e produttore – fa parte dei Negrita dal 2012, e negli ultimi anni ha collaborato con numerosi artisti di fama internazionale.

Druga, musicista, cantautore e produttore, ha lavorato con figure come Marco Parente, Manuel Agnelli, Enrico Gabrielli, Andrea Chimenti, Marina Rei e molti altri. Dal 2022 ha pubblicato l’album “La Carne” e porta avanti progetti di “immersione sonora” con Alchimia del Suono, esplorando confini tra musica e teatro.

Insieme, Ghandro e Druga trasformano le note in un viaggio emotivo e personale, ripercorrendo il lavoro fatto insieme a Benvegnù, attraverso performance che sono un tributo alla sua poesia, al suo sguardo, e un omaggio che riconferma la profondità della sua arte.

Per The Beat è stato un vero piacere incontrare Ghando e Druga e realizzare questa intervista esclusiva, aperta e sincera, nella quale hanno risposto con autenticità ed intimità alle nostre domande, soprattutto su ciò che ha rappresentato il loro legame artistico ed umano con Paolo, artista che ha lasciato un segno profondo ed ancora tangibile.

Il vostro sodalizio artistico con Paolo nasce con il suo primo album solista e prosegue fino a metà della sua produzione discografica.
A distanza di anni, come guardate oggi il vostro lavoro di arrangiamento e produzione sonora in quei progetti? Sentite che il tempo abbia modificato il significato, il valore o la lettura di quei dischi?

G: Personalmente ho conosciuto Paolo a disco finito, ho potuto ascoltarlo solo mentre faceva la scaletta per la stampa, ma a seguito dell’uscita di “Piccoli Fragilissimi Film” ho seguito lui con la band di allora, per tutt’Italia facendo concerti nei posti più vari, da nord a sud, dai piccoli locali fino ad alcuni festival che ospitarono questo piccolo tour rimasto nel cuore di tutti.

Passati ormai due decenni, guardo con molta nostalgia ed affetto a quel lungo periodo, dove ho conosciuto per la prima volta “il mondo”, dove ho imparato tanto e inventato tantissimo, sempre sul filo del rasoio perché i mezzi a volte non erano al passo con i nostri obiettivi.

Così abbiamo imparato ad arrangiarsi, più che ad arrangiare e produrre. Ogni tanto, se ho voglia di calarmi in uno stato d’animo molto introspettivo, riascolto quei lavori e, al netto di tutto, al netto del tempo che passa, della comprensione degli errori fatti, non ho nulla da rinnegare, forse, potessi parlare con il me di allora, mi direi di stare più calmo e sereno.

Il valore, infine, mi sembra a tratti immenso.

D: Il mio sodalizio inizia da “Piccoli Fragilissimi Film” fino a “H3+”, tour compresi.

Il lavoro di produzione e collaborazione è stato incredibile. Difficile da raccontare in poche parole. Ma una parola racchiude tutto: “profondo”.
La musica e le canzoni scritte da Paolo realizzate nel corso degli anni, hanno un valore inestimabile ed unico e lo sappiamo perché avevamo in mano delle grandi canzoni. La produzione, precisa e mirata, ha avuto la sua importanza, sebbene in alcune circostanze, a mio avviso, sia stata ridondante o eccessiva in alcuni arrangiamenti.

Nel tempo Paolo ha lavorato sempre più da solo nella stesura della produzione, in “Earth Hotel” e “H3+”, gli ultimi due album, ed io ne ho sofferto. Anche l’uscita di Guglielmo dalla band ha creato un vuoto al nostro interno che non si è rimarginato. Questo ha causato un cambiamento all’interno della band che, a mio avviso, anche se tutti eravamo affiatati ed indispensabili, è stato motivo di un mio allontanamento. Da batterista a chitarrista della band, poi qualcosa non ha funzionato, mi divertivo meno, non mi sentivo completo.

Ma non ho mai tradito le canzoni di Paolo che per me restano un valore.

Tolto il lavoro poi c’era l’amicizia e quel suo guardarmi con senso paterno. Paolo era affettuoso e attento, generoso verso di noi e gli altri.

Pensiamo in particolare a “Hermann”. Quando abbiamo salutato Paolo a Perugia, durante la cerimonia commemorativa, Mauro Talamonti ha condiviso un ricordo legato al processo creativo dell‘album, raccontando del suo isolarsi per leggere, immerso nei libri.
Ci raccontate qualcosa di questa sua dimensione più raccolta e profondamente curiosa?

G: Credo che quell’album sia rappresentativo di un momento cardine della vita di Paolo e di tutti noi. La sua ricerca costante di approfondire tematiche così elevate, lo spingeva spesso ad isolarsi, d’altronde, tranne due o tre casi, i testi erano a suo totale appannaggio. Seguirlo nei meandri del suo pensiero era molto scivoloso e, confido, ognuno aveva il suo ruolo.
Nel mio caso ero più concentrato sulla musica e sugli aspetti tecnici.

In particolare per “Hermann”, il lavoro è iniziato in questo casale nella campagna aretina, sufficientemente isolato per un’immersione totale nel lavoro. Fra quella natura, combattendo il freddo, convivendo con la band al completo e con altri che passavano per rimanere, vivevamo dedicandoci completamente al disco. Le stanze, divise su tre piani erano piene di vecchi libri e di fuliggine, credo che questi ed altri dettagli abbiano ispirato molto. I colori e gli odori che ci circondavano sono finiti in gran parte nelle canzoni.

In seguito, fra Dekani e Città di Castello, abbiamo registrato e mixato un lavoro che aveva preteso da noi una grande concentrazione, una visione di quello che avremmo voluto essere, da li in poi.

Se dovessi scegliere un ricordo rappresentativo di tutto, fra i tanti, parlerei di quando io e Andrea abbiamo registrato e arrangiato praticamente in toto Il mare è bellissimo, fra gli ultimi portati da Paolo, quasi allo scadere dei tempi che ci eravamo dati.
Mi ricordo ogni singolo dettaglio di quel disco e di quel pezzo in particolare.

I rumori registrati usando carta igienica, soffiando su un microfono nel corridoio dello studio di Michele, il pianoforte che Andrea aveva in testa e che Paolo, con Luca, non sopportavano, ma che ho difeso fino alla morte (infatti è la cosa più bella del pezzo).

Risate, litigi, Andromeda Maria che Paolo voleva per forza disinnescare, per eliminare il più possibile la forma POP che aveva il brano. Continuo? Potrei starci giorni.

D: “Hermann” è stata una deliziosa esperienza, dove abbiamo lavorato a stretto contatto per mesi. Io e Ghando abbiamo seguito tutta la produzione dall’inizio alla fine.

Abbiamo arrangiato e scritto brani. Eravamo tutti in sintonia, ho solo bei ricordi legati a Michele Pazzaglia, Luca Baldini, al fotografo Mauro Talamonti e agli altri musicisti ospiti.

Negli anni avete condiviso con Paolo musica, studi di registrazione e palchi. Ripensando a quei momenti, c’è un consiglio o un insegnamento che vi ha lasciato e che vi guida ancora oggi, quando componete o salite su un palco?

G: Devo così tanto a Paolo, ma con lui anche a tutti gli altri, che non saprei estrapolare da tutto questo un consiglio od un insegnamento.

Ascoltare “Piccoli Fragilissimi Film” quella prima volta, con quel pianoforte, quel primo ingresso di rullante, con tutte quelle canzoni, mi hanno insegnato che l’urgenza creativa andrebbe rispettata e incoraggiata, come prima cosa, prima di tutto. Ho però capito che senza talento puoi stare anni su una canzone, quella sarà comunque una cosa di poco valore. Con Paolo, raramente, ho avuto perplessità sulla qualità della sua arte.

D: Da Paolo ho imparato a essere umile e a mettermi sempre al pari degli altri.

Fra di noi ci sono stati problemi e invidie, ma mi hanno fatto capire che se c’è una critica, un pensiero, un giudizio, dobbiamo sempre rivolgerlo a noi stessi. Tutto parte da noi, dal nostro essere nel mondo in rapporto all’altro. “L’errore siamo noi”, quasi sempre.

Druga e Ghando: i vostri alias sono ormai parte integrante della vostra identità artistica. Ci raccontate da dove derivano? E, a tal proposito, avevate un modo speciale di chiamare Paolo?

G: Il mio è un soprannome affibbiatomi alle medie dai miei compagni di avventure.

E ancora rimane, con l’aggiunta della “h” solo perché le mail con Gando sono tutte occupate da indiani e pakistani.

Paolo? Lo chiamavamo, ci chiamavamo, in mille modi diversi. Alcuni irripetibili. Mi ricordo un Paolo Belzebù, fra gli altri.

D: Il mio soprannome Druga me lo ha messo un amico a 12 anni circa. Non so perché.

Attualmente lo uso per il progetto cantautorale e per “Alchimia Del Suono” che è il mio progetto di terapia del suono dove svolgo bagni sonori individuali e di gruppo.
Da molti anni seguo questo tipo di discipline e mi affascina fare musica che possa essere d’aiuto a qualcuno per sbloccare alcune memorie profonde. Il suono agisce sui nostri centri della macchina umana ed è matrice e parte del tutto, del cosmo intero.

Con Benve, ci chiamavamo Bobbo a vicenda storpiando anche la pronuncia, spesso giocavamo in questo modo nei viaggi lunghi verso locali indicibili in luoghi incredibili.

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State portando sui palchi uno spettacolo che per metà è un intimo omaggio a Paolo Benvegnù. Perché sentite sia importante riportare sul palco quei brani, che avete contribuito a plasmare fin dalla loro nascita in studio? Cosa cambia, oggi, nel rimettervi dentro quelle canzoni?

G: Probabilmente il mio pensiero sull’argomento è molto diverso da quello di Andrea. Quindi mi limiterò a dire che i brani scelti sono alcuni fra quelli più rappresentativi del lavoro svolto insieme. Provate ad immaginare cosa sarebbe stato Il mare verticale senza il pianoforte e la batteria di Andrea, oppure La schiena senza il mio lavoro sulle chitarre e l’armonia, senza i fiati arrangiati da Andrea.

Non è una questione di ego. Le canzoni di Paolo erano per me campi floridi dove buttarmi, lottando nel fango, uscendone esausto ma orgoglioso.

Alcune canzoni poi sono proprio state scritte da noi, Paolo le interpretò creando un ulteriore legame fra le nostre sensibilità.

Ciò che cambia oggi è di un’evidenza così dolorosa che non sono sicuro di provare un vero piacere nel suonarli.

Il tempo passa, Paolo non c’è più e non c’è più neanche il me di venti anni fa, ora c’è una persona molto meno spensierata. Ed un vuoto incolmabile.

D: Entrare di nuovo in quelle canzoni è tenere un occhio al passato e almeno quattro al futuro, perché l’intento che io metto ricantando Paolo non è cantare Paolo Benvegnù, ma continuare a scavare dentro quello che lui ha lasciato nelle canzoni e tornare nuovi, vincenti, trasformati, purificati.

Questo senza tante frottole, lucciconi, nostalgia, memoria; ed è bello suonare con Ghando e altri musicisti, chiunque essi siano, ribadendo l’importanza di fare musica con dignità senza cadere troppo nella moda e nello stile.

Druga, il tuo concept album “La carne” esplora il tema della materia e dello spirito. Affrontare questi concetti così profondi è in un certo senso un’ eredità che ti ha lasciato Paolo?

D: Credo, che essendo stato così tanti anni vicino a Paolo Benvegnù, il mio lavoro da solista sia stato sicuramente influenzato. So per certo che lo stesso era per lui, ma il progetto Benvegnù è, era pilota in tutto perché ho dato tanto.

Si, materia e spirito li troviamo anche negli album di Paolo e tra noi due lui era lo sciamano (ride…) ed io quello che faceva meditazione. In realtà, entrambi abbiamo avuto un approccio spirituale nei nostri percorsi, tant’è che ho sempre pensato a Paolo come ad un monaco che tutti i giorni studia e professa leggi cosmiche lavorando su di sé, sulla coscienza e sulla conoscenza.

Hai dichiarato che lo spettacolo sarà basato sulla “materia elettrificata” e sui “frattali del suono” che muovono l’anima. In quale maniera ciò può diventare uno strumento di guarigione e di ricerca della verità per il pubblico?

D: E’ guarigione se tu agisci verso te stesso e verso gli altri in modo leale ed amorevole. Poi esiste la parte oscura, quella dell’odio, che appartiene ad ognuno di noi e che i tanti simboli, come il Tao,  descrivono così bene ed in modo semplice.

Io quando suono o canto, cerco di creare un campo interiore dove posso sperimentare e approfondire i meandri della mente e trasformare il corpo. Voglio uscire cambiato da ogni esperienza. Uso il macro intorno per scoprire parti del bellissimo microcosmo che ci circonda.

Il pubblico viene dopo e può fare di me, di noi, delle nostre canzoni, per altro “inutili“ quello che vuole. L’ascoltatore è l’altra medaglia di te, il tuo specchio e per questo ostile e necessario.

In un’ ultima intervista a Paolo, mi parlò di te come di un essere umano con doti straordinarie per un uomo, poiché sei sempre stato in grado di fare più cose contemporaneamente e ciò suscitava in lui una certa ammirazione. Ti ritrovi in questo suo ricordo di te?

D: Sì, dove le “più cose” sono fare musica e giocare con gli strumenti mi trovo a mio agio; nelle altre faccende ho sempre fatto fatica. Mi viene naturale fare musica e capire la realtà esatta di alcune fasi compositive. È un approccio che non cerco: arriva da sé, semplicemente esiste.

Nel prossimo live milanese all’ Arci Bellezza ci saranno anche degli ospiti: senza anticipare troppo, in che modo influiranno sull’esecuzione e sulla narrazione di queste canzoni dal vivo?

D: Questa sarà davvero una sorpresa anche per noi, perché prepareremo la cosa il pomeriggio stesso ad Arci Bellezza così come succede altre volte con altri ospiti, che porteranno il loro modo di omaggiare Benvegnù.
Sono amici, li presento: Enrico Gabrielli suonò in Piccoli Fragilissimi Film, Alessandro Grazian fa parte da sempre del nostro giro indipendente ed è un bravissimo cantautore, Daniela D’Angelo è una cantautrice milanese e darà il valore aggiunto ad alcune canzoni perché mi sono accorto che le voci femminili su molte canzoni di Benve riescono a cambiare la prospettiva del brano. Secondo me in Paolo esistevano due forti opposti e credo che li abbia descritti bene nelle canzoni.

E’ affascinante non sapere cosa succede davvero su un palco, noi che controlliamo tutto, in questi casi siamo affidati all’ignoto e alla follia, cose che un musico non deve mai perdere di vista.

Foto Sonia Golemme Antonio Viscido