Venerdì sera primaverile, ma al Santeria di Milano, si respira già un’aria calda estiva. Il locale da tempo aveva già annunciato il tutto esaurito dei Tortoise e, in effetti, non poteva essere altrimenti dato il ritorno della band americana in chiave live dopo la recente pubblicazione di un nuovo disco in studio.
Attivo fin dal 1990, l’ensemble di Chicago è la rappresentazione perfetta di che cos’è il post-rock. Se per gruppi come Talk Talk, Bark Psychosis e, in un certo senso gli Slint, si è sempre data una definizione di pre-qualcosa, qui, invece, abbiamo un suono che caratterizza la versione più compiuta di quel tracciato.
Strumentazione base rock alternata a ad altra più atipica. Sul palco, come da copione, a supporto di chitarra, basso e tastiere, sono presenti in primo piano una doppia batteria, vibrafono, xilofono e sampler. L’elettronica è sempre ben presente e completa l’intelaiatura.
Di fatto, c’è un pre e un post Tortoise e parecchie band a venire devono tanto, se non tutto, a questi musicisti.
Negli Anni ’90, la Windy City è stata un crocevia di esperienze (un nome fra tutti: Smashing Pumpkins), ma qui nasce qualcosa che va oltre il rock e, in un certo senso, dopo la Scuola di Chicago sociologica, dopo quella economica, non si sbaglierebbe nel considerarne una terza prettamente musicale e della quale loro sono i capostipiti.
Il gruppo, infatti, ha potuto vantare tra le sue fila anche David Pajo (bassista dei già citati Slint), il quale ha partecipato alla realizzazione del loro secondo disco, nonché capolavoro della musica tutta, che corrisponde al nome di “Millions Now Living Will Never Die”.

E quell’organico è arrivato ai giorni nostri quasi intatto ed è costituito da John McEntire, John Herndon, Doug McCombs e Dan Bitney; all’appello, venerdì sera, mancava solo Jeff Parker, sostituito egregiamente per questo tour da James Elkington.
La curiosità era tanta, soprattutto perché la band non pubblicava un disco dai tempi di “The Catastrophist” (2016) e, tutto a un tratto, ad ottobre 2025 ha fatto uscire “Touch”, un album che, a mio parere rincuora i fan sia sulle condizioni della band, che per quanto riguarda il lato sperimentale, il quale riserva ancora delle sorprese seppur il suono non risulti essere oggi innovativo come lo era stato trent’anni fa.
Alle nove e venti circa salgono sul palco e salutano il pubblico come se fossero devi vecchi amici che attesi da tempo al rientro da una missione spaziale. E in questa cornice, una base in sottofondo li accoglie mentre prendono posizione e imbracciano gli strumenti. L’attacco è perfetto attraverso Night Gang, tratta dall’ultimo disco “Touch”, pezzo fumoso e notturno fin dal titolo che è un tripudio di sintetizzatori e bassi. La chitarra morriconiana è sempre presente e ben in evidenza mentre si insinua nella tessitura strumentale.
Il pubblico incita la band, la quale ringrazia rapidamente e, dato l’entusiasmo, mantiene alta l’atmosfera attraverso Monica, un classico estratto da “Standards”, quarto disco uscito nel 2001, il quale all’epoca rappresentò un mezzo passo falso rispetto al precedente ma, di fatto, venne acclamato come il lavoro della consacrazione. Il gioco di batteria creato da Herndon e Bitney, qui in veste di batteristi, e dal basso pulsante di McCombs è perfetto e viene seguito dal pubblico con crescente interesse. La base funk è qui supportata da McEntire che, nell’occasione, si occupa delle tastiere e del sintetizzatore modulare. La particolarità di questo sound è che, nella teoria dovrebbe suonare freddo e artificiale, mentre nella pratica, l’effetto evocato è esattamente il contrario.

Ciò che qui viene eseguito con una perfezione chirurgica, all’ascoltatore arriva caldo e coinvolgente. Mentre li ascoltavo ad occhi chiusi provavo a immaginare come sarebbe stata questa musica riproposta da delle macchine e mi sono risposto che, per quanti sforzi si possa fare, non sarà mai possibile sostituire l’uomo. È infatti da un battito in più o uno in meno che viene creata la sfumatura in grado di emozionare e questo effetto la macchina non lo potrà mai controllare.
Il pezzo seguente, In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men, viene accolto con un’ovazione. Si tratta di un classico della band che all’apparenza suona semplice e invece è costituito da piccoli giocattoli sonori. La formazione qui varia di nuovo assetto poiché all’interno sono presenti almeno tre batteristi e, in generale, tutti sono in grado di variare da basso, a chitarra, da percussioni a tastiere.
I Set My Face to the Hillside, sempre tratta da “TNT”, viene introdotta dalla consueta chitarra morriconiana, la quale costruisce la strada al successivo sviluppo a colpi di bassi, vibrafono e marimba. Dopo queste prime tracce segue un blocco tutto costituito da canzoni estratte dall’ultimo album in studio “Touch”. Il pubblico presente non è dispiaciuto e questo, a mio avviso, è un buon segno poiché ci mostra un laboratorio sonoro ancora vivo e scalciante.

Promenade à deux è un momento intimo, notturno e probabilmente destinato a diventare un futuro cavallo di battaglia. Lo stesso si può dire della successiva Vexations, la quale viene in genere anche proposta come un bis inserito in chiusura. È forse la traccia più tipicamente rock mai scritta dai Tortoise e che accenna a un minimo di distorsione della chitarra inframmezzata da effettistica, tastiera e una batteria decisamente lineare rispetto allo standard.
A seguire la meditativa Works and Days e la futuristica Layered Presence che concludono la seconda tranche; senza soluzione di continuità il gruppo si getta poi a capofitto su un altro classico che fa la felicità di tutti i presenti.
Ten-Day Interval viene accolta con entusiasmo crescente non appena Elkington e Herndon affrontano lo xilofono, McCombs supporta la struttura con un basso corposo, McEntire si occupa degli effetti elettronici e Bitney si sposta sul vibrafono. È un crescendo di pathos assoluto che funge da ‘best of’ assieme alle successive Gigantes, la quale nella parte di batteria ci riporta con il pensiero alla lezione del kraut rock, e ad Axial Seamount (ancora tratta dall’ultimo disco), dove lo spettro dei ‘Corrieri cosmici’ è ben evidente nel patchwork intessuto.

Crest conclude la scaletta attraverso un’atmosfera celestiale creata da atmosfere sognanti. Dopo di che, il silenzio e la prima uscita di scena dei Tortoise, i quali rientreranno sul palco ancora due volte per donare ai presenti ulteriori nuove emozioni.
Il primo pezzo proposto come bis è Prepare Your Coffin, particolarmente amata dal pubblico (anch’essa estratta da “Beacons Of Ancerstorship”, come la precedente Gigantes); la seconda è Dot/Eyes che al contrario è caratterizzata da una struttura pulsante e ipnotica e crea un effetto straniante subito dopo l’abbandono, stavolta definitivo, del palco, da parte dei nostri eroi dell’Illinois.
La fine dell’esperienza sonora e il successivo accendersi delle luci diventa un momento di meditazione e di riordino dei pensieri. Per le strade, ancora frastornato e piacevolmente stupito dalla performance, ripenso alla scaletta di questo tour, nella quale sono concentrati momenti sonici del passato (soprattutto da “TNT”), e del presente attraverso “Touch”, ignorando quasi completamente i primi anni e il passato più recente, salvo piccolissime eccezioni; questo è forse un segno che la band sta recuperando un determinato tratto che gli consentirà di ritrovare nuove spinte per il futuro.
Il presente ci racconta di ragazzi coi capelli bianchi (o stempiati), che hanno voglia di divertire e di divertirsi e questo fa ben sperare sulle prossime avventure sonore. Ripartiamo da qui.
Setlist:
01 Night Gang
02 Monica
03 In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men
04 I Set My Face to the Hillside
05 Promenade à deux
06 Vexations
07 Works and Days
08 Layered Presence
09 Ten-Day Interval
10 Gigantes
11 Axial Seamount
12 Crest
Encore 1
Prepare Your Coffin
Encore 2
Dot/Eyes


