Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
Paolo Antonelli è un cantautore e musicista torinese, leader della band Pablo e il Mare, con cui ha pubblicato quattro dischi apprezzati dalla critica e preso parte a centinaia di concerti in tutta Italia.
Attivo nella scena indipendente, sviluppa un percorso che intreccia scrittura d’autore, sensibilità folk e attenzione per la dimensione sonora degli arrangiamenti.
Dopo l’esperienza in formazione, con cui porta dal vivo i suoi brani in una veste più collettiva, Antonelli avvia progressivamente un percorso più personale.
Nel 2022 inaugura un nuovo progetto solista a suo nome, che si muove tra bossa, chanson e rumba.
Le sue canzoni attraversano suggestioni acustiche, richiami alla tradizione cantautorale e aperture verso soluzioni armoniche più ricercate.
Porta avanti una dimensione più intima e artigianale della produzione musicale, arrivando spesso a curare direttamente l’esecuzione e l’arrangiamento dei propri brani.
“Moka blues” (Cielazzurro music, 2024) è il suo album d’esordio, accolto con favore dalla stampa specializzata.
Il suo stile è caratterizzato da un equilibrio tra immediatezza narrativa e attenzione al dettaglio sonoro, con testi che oscillano tra osservazione del quotidiano e immagini evocative.
Nel tempo, la sua scrittura ha mantenuto un filo coerente, pur evolvendo verso forme sempre più ricercate, in cui la centralità della canzone convive con una ricerca timbrica riconoscibile.
In occasione del suo nuovo singolo Parole al vento, gli abbiamo chiesto di accomodarsi nel nostro salotto virtuale “Batti 5”.
Hai sempre un’eleganza e una grande capacità di rendere ‘visivi’ i tuoi testi. Parole al vento sembra quasi una polaroid, un’immagine che si fissa mentre scorre. Musicalmente, il mandolino che ‘fa capolino’ è invece un dettaglio puramente timbrico o ha anche un ruolo narrativo nel pezzo?
Quel mandolino vuole restituire un momento un po’ aulico, rilassato, fogli che volano via dal tavolino del bar in una giornata primaverile.
Grazie per questa tua osservazione sulle mie Polaroid. Sono cresciuto con i testi “visivi”, come li chiami tu. L’autore che scatta una foto e te la restituisce in forma canzone, un’idea che mi piace. Spesso una canzone che parla di una contingenza del periodo perde in freschezza col tempo. Mentre la polaroid di un luogo o di una emozione vissuta qui ed ora, rimane intatta. Attuale. Resiste. E serve anche a chi la scrive, per ricordare.
“Parole al vento che non ti ho detto mai” canti nel testo. Potrebbe essere solo un’istantanea oppure un modo per mettere al centro il tema del non detto: scrivere per te è un modo per colmare quel vuoto o per lasciarlo intatto?
Domanda impegnativa!
Mi piaceva l’idea che quei fogli, volando via, si disperdessero e che sì, restasse un non detto.
Ovviamente perso per sempre!
Questa canzone nasce molti anni fa: cosa ti ha spinto a riproporla proprio adesso?
La canzone credo di averla suonata solo una volta, in occasione di un concerto al Teatro Falcone e Borsellino di Limena (PD) molti anni fa, a Risonanze Unplugged.
Esiste un video integrale in rete, di quel concerto, ma non l’abbiamo mai registrata, mi piace suonarla alla chitarra e volevo un brano inedito da portare dal vivo al prossimo live, al Lambìc di Torino il 27 maggio. Tutti i lettori di The Beat sono caldamente invitati!

Com’è stato lavorare sul suono in solitaria fino al mastering di Fabrizio “Brisiu” Cerutti?
Ero indeciso sulla chitarra da usare, infine ho optato per l’elettrica che ha un suono più “croccante”.
Sì, il mastering è opera di Fabrizio “Brisiu” Cerutti, che qui ringrazio pubblicamente.
Con “Moka Blues” hai segnato il tuo primo passo da solista, aprendo già uno spazio più intimo e libero nella scrittura: cosa di quella ricerca ritrovi o invece lasci alle spalle nel nuovo singolo?
Credo che Parole al vento si inserisca perfettamente nel mood che ho in mente per i miei concerti in solo.
Evocativa, porta gli spettatori dentro a quel momento lì, il bar, la brezza primaverile, quel tempo sospeso…


