A distanza di quattro anni dall’ultima uscita discografica in studio ritornano tra noi i Failure.
Il progetto del trio composto da Ken Andrews (voce, chitarra, basso e tastiera) Greg Edwards (voce, basso, chitarra e tastiera), e, dal terzo disco (“Fantastic Planet”), dal batterista Kellii Scott, ha iniziato a lavorare su questa nuova produzione circa due anni fa in una particolare situazione che ha modificato i consueti standard e ha portato ad alcune novità sostanziali.
Ma procediamo con ordine. Nel 2024 il trio si è riunito per buttare giù qualche jam session; nel frattempo, Ken Andrews si è dovuto operare alla schiena e, la situazione post-traumatica non è stata semplice. L’artista si è però gettato a capofitto sul lavoro e ha cercato di creare melodie vocali e testi sulle tracce selezionate dalla precedenti jam session.
Questo approccio rappresenta la prima novità sostanziale. In precedenza, infatti, questo compito preselettivo è sempre toccato al suo sodale Greg Edwards. Tale aspetto ha avuto come conseguenza quella di virare su un suono che puntasse più sull’immediatezza e meno sulla minuziosità di particolari.
La seconda novità, invece, si ritrova nell’ossatura delle composizioni. Se, come abbiamo detto, testi e melodie sono state messe appunto da Andrews, le armonie sono state invece create da Edwards al sintetizzatore, senza però che questo strumento sia entrato nella fase finale di struttura dei pezzi.
A proposito delle canzoni, questo “Location Lost” non cambia sensibilmente la ricetta adottata dai Failure. I temi Sci-Fi sono ancora presenti, seppur meno marcati. L’ispirazione tratta dalla trilogia di Dune diretta da Denis Villeneuve è qui calmierata da quella meno evidente di “Blow-Up”, il classico di Michelangelo Antonioni che, invece, ha dato nuova linfa a Greg Edwards.
Le atmosfere, sempre space rock, hanno un valido alleato nel dark anni ’80 come già era avvenuto in passato, soprattutto nel precedente “Wild Type Droid”, nel quale era presente in apertura Water with Hands, pezzo dal ritmo serrato e con una coda estirpata direttamente da Exercise One dei Joy Division.
Qui invece, l’opening Crash Test Delayed ci rimanda agli altri eroi di quell’epoca: i Cure.
In alcuni istanti si è portati a pensare a una traccia presa dalle session di “Disintegration”, con una melodia ebbra di dolceamaro che ci accompagna per tutta la sua durata.
The Rising Skyline, invece, è il terzo singolo estratto e cambia completamente registro. L’acustica in primo piano è un lido in precedenza già esplorato dalla band in alcune composizioni del passato anche se non mandatorio nell’economia del loro sound.
Qui però la novità di rilievo è la collaborazione con Hayley Williams, la cantante dei Paramore.
Il gruppo fino ad ora non aveva mai effettuato collaborazioni esterne, se non con Maynard James Keenan dei Tool ma in chiave live, il quale, oltre ad essere un loro grande fan (durante una tournée li ha presentatati come la sua band preferita), non ha mai lesinato complimenti durante interviste e concerti.
In qualsiasi caso, il cantante e compositore di Ravenna (Ohio), fino ad oggi non è mai comparso all’interno di un loro disco.
Solid State, a seguire, è un concentrato di potenza. Chitarre distorte in primo piano, batteria ben cadenzata, voce calda a supporto e la sensazione cinematografica di una scena di azione mandata al rallenty. È forse la canzone che più di ogni altra si avvicina al vecchio periodo della band (era “Fantastic Planet”).
The Air’s on Fire è il primo estratto dal disco. La melodia della prima parte fa pensare a un pezzo dei Tool (citati poco sopra in questo scritto), prima dell’inevitabile esplosione del refrain, mentre nella seconda, lo scambio di voci ci riporta a quello che è il marchio di fabbrica della band losangelina. Il pezzo scritto da Andrews è autobiografico e parla direttamente del trauma dovuto all’intervento chirurgico subito alla schiena.
“La canzone”, afferma il cantante, “parla direttamente del mio intervento chirurgico e del risveglio. Ero appena cosciente e tutto ha iniziato a girare. Non che facesse caldo, ma sapete quell’effetto quando fa caldo e guardate in fondo alla strada e vedete le ondate di calore? Ecco come mi sembrava tutto. Continuavo a dire: “Accendete l’aria condizionata. Sto bene, portatemi a casa”. Ovviamente non stavo affatto bene”.
La traccia sarebbe stata una perfetta conclusione del disco attraverso quel finale sfumato che in genere ti lascia con la voglia di rischiacciare ‘play’ e ascoltare l’opera in loop.
Halo and Grain si avvicina molto alle recenti produzioni della band, per intenderci quelle dal 2015 in poi, dopo la reunion definitiva e il nuovo corso.
Someday Soon ha un ritmo accattivante creato dalla chitarra in palm mute che di fatto segue il ritmo da marcia imposto dalla sezione ritmica. È abbastanza un cliché, ma la performance del cantante riesce a riscattarla completamente. L’effetto ‘dissolvenza’ sul finale ci conduce alla title track, la quale probabilmente è la miglior canzone della raccolta. Atmosfere dark a tratti inquietanti, un breve assolo efficace e un cantato che crea dipendenza. Può essere tranquillamente definita una The Nurse Who Loved Me 2.0. The Nurse Who Loved Me, solo per chi non fosse a conoscenza della produzione discografica della band, è il loro classico per eccellenza estratto dal glorioso “Fantastic Planet”.
A Way Down, secondo singolo del disco, è un pezzo oscuro che presenta un bel basso corposo in primo piano e che si apprezza maggiormente quando la chitarra pulita entra solo per qualche istante singhiozzando per poi cedere il passo alla godibilissima parte strumentale che supporta la supplica “I need a way down”.
La conclusione è lasciata a Moonlight Understands, una ballad caratterizzata da un cantato disperato ma credibile che lascia una sensazione di malinconia nell’ascoltatore. La canzone, sia per la struttura, sia per la progressione degli accordi, sembra essere la continuazione di Half Moon, la traccia conclusiva del precedente disco “Wild Type Droid”. Per chi ha dimestichezza con i Failure e la loro opera sa che questo aspetto non è lasciato al caso ma è qualcosa di voluto, come l’eco di un mondo lontano che mantiene viva la sua presenza seppure attraverso un suono flebile.
D’altro canto, sembra proprio una descrizione perfetta del trio losangelino, il quale dopo il primo scioglimento ha lasciato una pulsazione, un rumore di fondo nei cuori di chi li ha amati e li ha rivoluti in vita quasi vent’anni dopo.
E loro già da un po’ sono tornati per sedersi a una tavolata a cui non sono mai stati invitati ma nella quale sono sempre stati nominati. Benvenuto nuovo corso dei Failure e lunga vita alla band.
Tracklist:
01. Crash Test Delayed
02. The Rising Skyline (feat. Hayley Williams)
03. Solid State
04. The Air’s on Fire
05. Halo and Grain
06. Someday Soon
07. Location Lost
08. A Way Down
09. Moonlight Understands
Failure Records Ardous Records Virgin Music Group


