Francie: geografia di un rifugio o di un tormento

Noi voraci musicofili amiamo la musica perchè narra storie, perchè ci connette con stati d’animo, ci fa riflettere e apre la nostra mente. E talvolta ci trasporta in luoghi e mondi lontani, nei quali possiamo rifugiarci e dai quali trarre beneficio.
Uno dei lavori che abbiamo avuto il piacere di scoprire ultimamente, celebra così tanto il concetto di “luogo” e lo esalta a tal punto da donargli il ruolo di filo conduttore dell’intero disco: si tratta di ”hideaway”, primo EP di Francie, giovanissima cantautrice indipendente senese che fa dell’introspezione e dell’elettronica mixata con chitarre e suoni classici il proprio punto di forza.

L’artista ha risposto a qualche domanda per The Beat, raccontando l’origine e l’essenza del suo nuovo disco.

Ciao Francie, ti faccio davvero tanti complimenti per il tuo splendido EP, “hideaway”: devo dirti che sin dal primo ascolto mi sono rivista moltissimo nelle atmosfere che hai ricreato in musica. Ci parli di come è nato questo EP e del senso che hai voluto dare al progetto?

Ti ringrazio davvero tanto. Quello che dici significa molto per me, dal momento che porto avanti il mio progetto in maniera totalmente indipendente. L’idea di realizzare un EP viene da lontano, ma è stato molto complicato ultimarla a causa di una serie di ostacoli, tra cui il periodo del Covid e la difficoltà nel trovare le giuste collaborazioni per perfezionare gli arrangiamenti. Infatti tra i miei obiettivi c’è quello di imparare a produrmi completamente da sola, in modo da essere il più possibile autonoma e non far passare più troppo tempo tra una canzone e l’altra.
Con “hideaway” ho cercato di trasferire in musica la confusione esistenziale che ho vissuto in questi ultimi anni, che non è stata soltanto mia, ma purtroppo comune a quasi a tutti gli appartenenti alla mia generazione, poiché stiamo vivendo tempi difficili, precari, violenti, in cui vediamo sabotato ogni nostro tentativo di nutrire speranza nel futuro.

Partiamo a esplorare più in profondità “hideaway” dall’aspetto visivo: la bella cover di Savino Minerva ti ritrae in un luogo che significa qualcosa per te? Ci racconti come è stato concepito questo scatto?

Sì, è stata scattata in un bosco, ambiente che durante la mia adolescenza ha rappresentato spesso il mio “hideaway” essendo cresciuta in campagna.
Tendo ad essere per natura una persona molto introspettiva e per me “hideaway” è quella passeggiata o quel luogo che permette la connessione con il proprio sentire e con il presente. Quel momento che può essere particolarmente prezioso e produttivo anche dal punto di vista creativo.

Quando ero adolescente rappresentava la quotidianità, crescendo invece mi sono accorta che è diventato una rarità, un qualcosa che ci si deve sforzare di ritagliare tra i molti impegni, poiché siamo perennemente ansiosi e distratti da altri stimoli e cose da fare.

Con “hideaway” mi piacerebbe tornare a percepire e far percepire all’ascoltatore quella sensazione di sospensione e connessione con le cose in profondità. Credo che il fotografo abbia colto perfettamente tutto ciò aggiungendoci anche un tocco di magia.

Il luogo è il filo conduttore che accomuna tutti i brani di “hideaway”. A tal proposito, il luogo – o i luoghi – nel quale componi la tua musica è ben definito oppure non è poi tanto importante ai fini della composizione?

Assolutamente. Il luogo dove compongo è la mia stanza. Mi piace ritirarmi in un posto isolato e silenzioso, poiché per me comporre è quasi un atto spirituale, ho bisogno di tutta la mia concentrazione per arrivare all’essenza di quello che sono e che voglio esprimere. Solitamente arrivo in studio di registrazione con progetti già molto definiti dal punto di vista di melodie e testi.

I tuoi brani si rifanno molto al mondo ambient/shoegaze, alternative rock ed elettronico, pur mantenendo un’identità che trovo piuttosto definita. Quali sono stati gli artisti che hai considerato punto di riferimento nella tua crescita musicale?

Musicalmente ho sempre spaziato tantissimo dal cosìdetto mainstream al mondo più indie. Le mie icone principali sono artisti come Enya, Kate Bush, Annie Lennox, PJ Harvey, Kim Gordon, Bon Iver, Bjork, Loreena Mckennitt, Caroline Polachek, Lorde… Amo quella musica che mi spiazza, che va un po’ fuori dai binari dell’ordinario e che mi trasporta in un mondo altro, magico e misterioso, sperimentando con i suoni e le armonie. Sono affascinata da quelle artiste che scardinano e espandono il concetto di femminilità, rivelando quanto possano essere inutili le etichette sulle persone.

Nell’EP ho percepito come un’evoluzione musicale “luminosa” nei brani che lo compongono: da Wolves a mermaids è come se i luoghi attraversati nei pezzi fossero sempre più limpidi, sicuri e incoraggianti; è un’impressione?

Non è un’impressione, perché mi diverto molto a cambiare mood. Creativamente parlando sono molto curiosa e irrequieta; se in un brano esprimo rabbia in quello successivo ricercherò atmosfere più sognanti e viceversa. Non mi piace ripetermi anche se può diventare complicato dare senso di continuità e coerenza ai progetti.

La scelta di utilizzare la lingua inglese che utilizzi nei tuoi testi è maggiormente legata a un discorso “sonico” oppure ha a che fare con quello che scrivi e sulla modalità espressiva?

Scrivo in inglese perché ho sempre avuto l’intenzione di varcare i confini nazionali e suonare la mia musica anche in altri paesi. Viaggiare mi piace moltissimo, ho vissuto per un periodo a Edimburgo dove ho avuto l’occasione di suonare in vari locali della città; è stato uno dei periodi più belli della mia vita, ho conosciuto tanti altri artisti e scritto molto.

Questo non significa che non comporrò mai in italiano, infatti ho pubblicato un paio di tentativi e sto ricercando un modo personale per esprimermi nella mia lingua.

Mi ha incuriosito molto la tua decisione di connotare i titoli dei pezzi talora con l’iniziale maiuscola e talora con la minuscola: ci spieghi questa scelta?

Il minuscolo conferisce un tono più diaristico come se questi brani fossero nati spontaneamente, tra le pagine di un quaderno stropicciato, in preda ad uno sfogo personale, sussurrati e non gridati. Ed è stato così infatti.

C’è una curiosità su “hideaway” che non hai mai raccontato e che hai voglia di svelarci?

È stato veramente un viaggio. Ho scritto alcuni brani nel periodo in cui vivevo a Edimburgo. Wolves in particolare, che è nata prima delle guerre, mi suona profondamente attuale purtroppo. Sono stata in procinto di mollare il progetto più volte, ma alla fine la passione per la creatività e la musica ha sempre avuto la meglio, nonostante le numerose difficoltà che un artista emergente e indipendente si ritrova ad affrontare.