Good Bye Sweet Transvestite

Quando ho saputo della scomparsa di Tim Curry, le mie sinapsi hanno acceso un percorso preciso: via Savona 57, Milano. Il Cinema Mexico, a mia memoria, è da sempre la casa milanese di un cult senza tempo: The Rocky Horror Picture Show.

Da ragazza, e poi negli anni, ho assistito più e più volte a questo appuntamento in sala. Un film datato ma assolutamente travolgente; un po’ come seguire la tappa di un tour musicale, ma nello stesso posto.

Alla cassa di questo storico cinema d’essai, nei tempi pre-internet, era possibile acquistare una sorta di fanzine autoprodotta contenente i testi dei brani. Così, dopo un certo numero di visioni e dopo aver imparato ogni parola a memoria, ci si ritrovava pronti per l’immersione totale nello Shadow Cast.

Il venerdì sera le luci in sala si spengono e il Mexico, come per magia, si trasforma nella Rocky Horror House. Prende vita un vero e proprio cine-spettacolo: mentre la pellicola scorre sul grande schermo, il cast teatrale recita in contemporanea ogni singola scena, trascinando il pubblico in un rito collettivo.
Tra oggetti che volano in aria, cori e balli tra le poltrone, la partecipazione è assoluta. E la conoscenza perfetta di ogni battuta consente un’immersione totale in questa festa condivisa, godendosi la complicità tra palcoscenico e sala.

Cos’è il RHPS?

Prima di diventare il fenomeno di culto che riempie ancora oggi le sale di tutto il mondo, The Rocky Horror Picture Show muove i suoi primi passi sul palcoscenico. Nasce nel 1973 dalla mente geniale e irriverente di Richard O’Brien come uno spettacolo teatrale dal vivo a Londra, diretto da Jim Sharman. Il successo di pubblico è così immediato da spingere la 20th Century Fox a trasformarlo in un film per il grande schermo nel 1975, confermando Sharman alla regia e conservando gran parte del cast originale — con un giovane Tim Curry affiancato da un’allora emergente Susan Sarandon nel ruolo di Janet.

All’uscita nelle sale, tuttavia, il film si rivela un vero e proprio flop al botteghino. Tradizionalmente ignorato dalla critica e rifiutato dal pubblico della prima visione, rischia di finire presto nell’oblio. Ma è proprio quando viene relegato ai circuiti dei “midnight movies” (i film della mezzanotte dedicati alle proiezioni di nicchia) che avviene la magia: la pellicola viene “adottata” da un pubblico di fedelissimi che inizia a interagire con lo schermo, trasformando un fallimento commerciale nel film a proiettato più a lungo nella storia del cinema.

La trama del RHPS

La storia segue Brad e Janet (interpretati da Barry Bostwick e Susan Sarandon), due giovani fidanzati puritani e un po’ ingenui degli anni ’50. A causa di una ruota bucata durante una notte di tempesta, i due cercano aiuto in un isolato castello scoprendo, loro malgrado, di essere capitati nel bel mezzo dell’annuale Convention Transilvana.

Qui vengono travolti dall’eccentrico padrone di casa, il Dr. Frank-N-Furter (Tim Curry), uno scienziato alieno ed estroverso cultore dei piaceri che sta per dare vita alla sua personale creatura perfetta: un aitante uomo muscoloso di nome Rocky. Tra seduzioni, tradimenti, brani rock esuberanti e colpi di scena fantascientifici, l’innocenza della coppia verrà irrimediabilmente stravolta.

La carica magnetica ed erotica di Tim Curry

Il primo contatto con Frank-N-Furter è una scossa elettrica: un’ascensore che arriva, la porta che si spalanca, una silhouette in mantello nero, tacchi altissimi ripresi in primo piano e poi lo sguardo sfacciato che trafigge l’obiettivo. Quell’irruzione ha fatto storia, divenendo iconica.

Tim Curry domina la scena. È un’esplosione di sensualità, provocazione e ironia dove maschile e femminile si fondono in totale libertà. Poi attacca l’intro di Sweet Transvestite, e l’impatto è deflagrante.
Uno scienziato transilvano si muove disinvolto tra corsetti, trucco pesante e calze a rete.

La vera magia dell’interpretazione di Curry sta però nel suo approccio: come ha rivelato in seguito, non ha mai vissuto quegli abiti come un travestimento o una maschera grottesca. Per lui, quello era semplicemente il modo naturale di essere del personaggio. Questa disarmante naturalezza, del tutto priva di vergogna o intento caricaturale, è ciò che ha reso la sua recitazione immune allo scorrere del tempo. Non c’era la volontà a tavolino di lanciare una crociata: c’era un attore straordinario che faceva il suo lavoro. Eppure, proprio quel lavoro ha frantumato le convenzioni, trasformando l’eccentricità in una forma d’arte liberatoria.

In fondo, il film intercettava lo spirito dei tempi, nutrendosi delle stesse vibrazioni del Glam Rock di Ziggy Stardust o Iggy Pop, in cui la libertà espressiva non aveva bisogno di categorie.

Frank-N-Furter non è una semplice figura queer recintata in una nicchia: è un manifesto contro l’ipocrisia che invita chiunque — a prescindere da orientamenti ed etichette — a rivendicare la propria identità. Basta osservare il corpo di ballo del Time Warp: una galassia di freak lontani da ogni canone estetico tradizionale. Ed è proprio lì la magia: quando quella musica parte, che si sia sullo schermo o sulle poltrone di un cinema, siamo tutti uguali, tutti cittadini della stessa surreale Transilvania.

Il Rocky Horror non appartiene a una sola categoria di persone, ma alla vita vera: quella fatta di paillettes, sregolatezza e pura curiosità, affrancata dal senso di colpa. Nel finale, Frank ci consegna un invito che è diventato un faro per intere generazioni: “Don’t dream it, be it”. Non accontentarti di sognare chi sei, sii te stesso. È un richiamo potente e democratico che abbatte qualsiasi barriera, non importa quale sia il tuo orientamento sessuale. Questo messaggio non appartiene a una nicchia, ma parla a chiunque.

Una carriera infinita: oltre il corsetto

Sarebbe riduttivo limitare la figura di Tim Curry al solo Rocky Horror. La sua è stata una carriera da protagonista assoluto, vissuta a tutto tondo tra i palcoscenici shakespeariani e di Broadway, il grande schermo, la TV e l’universo del doppiaggio.

Tra le sue interpretazioni più folgoranti merita una citazione il DJ Johnny La Guardia nel cult Times Square (1980). Dai microfoni della sua emittente, sulle note di Ramones, Patti Smith e The Cure, Curry guida la ribellione di due teenager a New York con una carica radiofonica che ha ridefinito il modo stesso di stare al microfono.

La sua camaleontica versatilità lo ha visto poi trasformarsi continuamente: è stato il diabolico Lord delle Tenebre in Legend di Ridley Scott, il sagace maggiordomo Wadsworth in Clue (Signori, il delitto è servito), il Capitano Long John Silver ne I Muppet nell’isola del tesoro e il perfido portiere del Plaza Hotel in Mamma, ho riperso l’aereo. Senza dimenticare il piccolo schermo, dove ha segnato l’immaginario horror vestendo i panni del clown Pennywise nella miniserie IT del 1990.

A completare un ritratto d’artista totale ci sono le sue prove teatrali premiate a Broadway — come la candidatura al Tony per Amadeus e il successo in Spamalot dei Monty Python —, i suoi album rock da solista e una sterminata carriera da doppiatore nel mondo dell’animazione e dei videogiochi.

L’ultima lezione di ironia

Nemmeno la malattia è riuscita a intaccare la sua tempra. Nel 2012 un grave ictus lo aveva privato della mobilità e, per un lungo periodo, della parola. Ma l’ironia e la forza d’animo sono rimaste intatte fino alla fine.
Il 4 ottobre 2025, alla proiezione speciale organizzata da Cinespia al cimitero Hollywood Forever di Los Angeles per i cinquant’anni del Rocky Horror, è salito sul palco in sedia a rotelle al fianco dell’amico Barry Bostwick.
Con la solita sfrontata lucidità ha scherzato con la folla in visibilio: «Ora sono su una sedia a rotelle, quindi fatevene una ragione». E al grido di un fan che gli urlava «Ti amo!», ha risposto al microfono senza un attimo di esitazione: «Ti amo di più».

Tim Curry ha incarnato fino all’ultimo la lezione più profonda del suo personaggio più celebre: la pura, disarmante libertà di essere se stessi.
La sua scomparsa, avvenuta il 25 agosto 2026 all’età di 80 anni, segna il saluto di un artista unico.
Ma quell’ultima immagine pubblica — immerso nell’effetto travolgente dei fan, circondato da glitter, affetto e irriverenza — rimane la sintesi perfetta della sua esistenza.

Timothy James Curry è morto, l’audacia e il magnetismo del Dr. Frank-N-Furter restano nella cultura pop.
Mentre col trucco colato realizzi di tornare a casa, ti rendiamo omaggio con le nostre mani sui fianchi pronti a saltare a sinistra e a destra.
Grazie di cuore Frank, è stato davvero un great party.

 

Foto Mexico di M Aquila tramite Flickr (Licenza CC BY-NC-SA)

Foto copertina fermo immagine da ‘The Rocky Horror Picture Show’/Video XL