“Reality Awaits” – The Strokes

È uscito ufficialmente il 26 giugno 2026 “Reality Awaits” (Sony Music / Cult Records / RCA Records), il settimo attesissimo album di inediti dei The Strokes.
Registrato in Costa Rica con la produzione di Rick Rubin, il disco conferma la maturità stilistica della formazione indie rock di New York, attiva da oltre vent’anni.
La pubblicazione darà il via a un intenso tour mondiale che farà tappa anche nel nostro Paese per un unico, imperdibile appuntamento: il 17 ottobre 2026 all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna).

È difficile lasciarsi emozionare dall’ennesimo nuovo assaggio quando si sono già provate molte pietanze diverse, dai gusti più svariati.

Psycho Shit, brano d’apertura di “Reality Awaiat, ci riesce però appieno. La traccia porta con sé una freschezza inconsueta, fatta di malinconia mischiata a vocalizzi artificiali alterati dal correttore Auto – Tune: una scelta stilistica e provocatoria come solo un certo tipo di post-punk sa essere. Il pezzo emoziona sin dall’inizio, conducendo l’ascoltatore su un piano di esasperazione e di reale incapacità di reazione alle cose. È come se la spinta alla ribellione individuale contro una società malata — nei rapporti quanto nella visione collettiva — si trasformasse nella consapevolezza dell’inazione.

L’ascoltatore rimane anestetizzato, inerme, con l’amaro in bocca per non riuscire ad urlare davvero il proprio dissenso, bloccato dentro un’imprecazione plastica e inumana: Damn!

Dine N’Dash parte con un giro di basso degno di Peter Hook: una cavalcata che arriva, saccheggia e non paga il conto, lasciando tutti senza parole ed allibiti. Un chiaro omaggio alla scena di Manchester, da cui la traccia trae inevitabilmente ispirazione.

Lonely in the Future propone i The Strokes che fanno i The Strokes: il loro marchio di fabbrica emerge nitido, con quelle chitarre pulite che celebrano la band per quello che è e sa fare. Al terzo brano regalano all’ascoltatore una prosecuzione ideale dei lavori precedenti. Ci si è interrotti proprio lì dove si pensava di andare avanti: si è perso il contatto con l’infanzia ed è sopraggiunta l’età adulta, disillusa. L’unico contatto con il passato è dato da una canzone che è brandizzata The Strokes nelle melodie, nei suoni e nella composizione.

Falling out of Love, secondo singolo e quarta traccia dell’album, ritrova l’ Auto – Tune per una ballatona d’altri tempi: uno specchio musicale di un amore finito con la consapevolezza di chi è riuscito ormai ad accettare lo stato delle cose.

Going to Babble On, il quinto brano, è un classico pezzo alla The Strokes con un buon ritornello da fischiettare tra sé e sé: è la traccia della rinascita, del voltare pagina, del pensare con la propria testa senza lasciarsi soffocare dai soprusi politici e sociali blaterati in ogni dove.

Al sesto solco (di un ipotetico vinile) troviamo Going Shopping, primo singolo del disco. Ad un ascolto superficiale, titolo e motivetto sembrerebbero ideali per cercare i prodotti tra gli scaffali di un megastore americano, ma in realtà si tratta forse del brano più politico del disco: una forte critica all’alienazione da consumismo — parafrasando inconsapevolmente l’italico Progetto Cigno e la sua Il tuo schiavo sta arrivando (ndr) — e alle reali conseguenze dei nostri “innocui” gesti quotidiani d’acquisto.

Liar’s Remorse è malinconica quanto basta: un invito a giocare con la vita e a non procrastinare.

Quando parte la penultima traccia, The Fruits of Conquest, ti aspetti da un momento all’altro che entri la voce di Lenny Kravitz — ah, non è un disco dei The Strokes? Ritorniamo sul tema: l’amara consapevolezza della traccia sei e ed alle conseguenze che hanno certi tipi di conquiste, spesso sanguinose e violente.

Arriviamo così alla traccia numero nove. Inizialmente l’ultimo brano di questo lavoro doveva essere Pros and Cons: parte con un’introduzione shoegaze degna degli Slowdive, ma al secondo 36 incalza — come la band di New York ci ha ormai abituato — per non farci dormire sugli “allori musicali”, avvicinandosi quasi a un brano new age, se non fosse per la sezione ritmica. A me riporta ai francesi Phoenix di Too Young, e il richiamo a Going Shopping è evidente. Il cowboy a cavallo della copertina sarebbe arrivato a destinazione con questo brano meraviglioso, che vedrebbe il suo apice cantato in uno stadio pieno di smartphone con la torcia accesa.

Ma, ahimè, questo brano non è più presente nel disco: a seguito di un confronto, Rick Rubin e i The Strokes hanno infatti deciso di pubblicare l’album inserendo al suo posto Tyrants of the Mellow Moon.

Il sistema sbarella! Il web si interroga: i The Strokes sono riusciti a creare un cortocircuito con due tracce diverse nel titolo e nella musica, ma identiche per durata, a degna chiusura di un disco “elegantemente sovversivo” (con classe e maestria). Le piattaforme di streaming, alla ricerca del disco, non ne fanno ovviamente menzione tra i brani in scaletta. La precedente Pros and Cons si può ascoltare solo se cercata nell’archivio musicale come traccia singola, altrimenti resta un fantasma sonoro che a molti non appare più. Il web dice stupidamente, con i suoi inutili algoritmi, che si tratta della stessa canzone che ha solo cambiato titolo: ma non è così!

Sono due canzoni diverse per musica e per testo: l’unica costante è la durata. Nel primo brano vige la consapevolezza della fine delle cose, tant’è che qualche fan aveva percepito il significato della traccia come un addio definitivo della band alle scene. Nel secondo affiora invece la denuncia di ciò che si è creato con il sangue: è sì una fine, ma dal sapore amaro, consapevole di derivare dalla distruzione e di cercare sempre giustificazioni alle azioni commesse.

I The Strokes hanno vinto e si sono presi gioco del sistema musicale infiltrandosi in una delle sue “crepe”! “Quanto può durare una ricchezza rubata?”: questa è la frase che ci lascia Julian Casablancas… un quesito che è una vera e propria denuncia! Ora il cowboy ha finalmente concluso il suo viaggio.

In definitiva Reality Awaits assume una delle infinite forme di quella “sfrontatezza musicale” — libera dalle ricette e dai purismi estetici — di chi vorrebbe catalogarli dentro un qualsiasi genere.

Tracklist:

01. Psycho Shit
02. Dine N’ Dash
03. Lonely in the Future
04. Falling Out of Love
05. Going to Babble On
06. Going Shopping
07. Liar’s Remorse
08. The Fruits of Conquest
09. Tyrants of the Mellow Moon