Di canzoni, mostri, crepe e passaggi segreti: il mondo in musica di Rugo.

La musica, lo sappiamo, è curativa; per qualche cantautore è più curativa che per altri, però (cosa che ce li rende molto affini). Rugo, al secolo Francesco Ferrari, è uno di questi: sono passati dieci anni dal suo primo Ep, “Panta rei”, e abbiamo avuto il piacere di ascoltare i primi tre singoli che anticipano il prossimo album in uscita, “può volare?”: tre canzoni, tre stanze emotive che esplorano le crepe della realtà, affrontano mostri e trovano passaggi segreti. Rugo ce ne ha parlato in una piacevole intervista.

Ciao Francesco! Abbiamo ascoltato con molto piacere i tuoi ultimi tre singoli ed è come se ciascuno di essi esorcizzasse un “mostro” che tu crescendo hai dovuto fronteggiare: cambia colore il mostro della disillusione, piena di yogurt quello dell’alienazione e del sentirsi intrappolati dentro una vita che si ripete uguale ogni giorno, e dio mortale il crollo della divinizzazione dell’altro. Come ti è venuta l’idea di affrontare i tuoi mostri nelle canzoni?

Ciao Nadia, direi che hai colto abbastanza nel segno.
Non penso ci sia stato un momento in cui ho deciso qualcosa, non mi è mai passato nella testa il pensiero “ora scrivo un disco su questo argomento”. Credo che questo risultato sia semplicemente la conseguenza del mio modo e motivo per cui scrivo. Le canzoni, o i testi, sono sempre state rigettate fuori nel momento in cui dovevano uscire.
Parlo di quello che mi succede, di quello che vedo e penso (penso tanto, forse anche eccessivamente come dice chi mi conosce), per questo poi dentro ci ritrovo le paure, le convinzioni o semplicemente qualcosa che non riesco ad esprimere in altro modo se non così.
Un giorno ho raccolto le pagine del quaderno dove appunto tutto (ho ancora bisogno di scrivere a mano) e ho riconosciuto nei testi questa cosa che hai visto tu.
Tralasciando i brani scartati non rientrati all’interno della raccolta “può volare?”, questo processo me lo sento bene addosso. Mi calza. Riesco a vivere la scrittura senza pressioni. Con i miei lunghissimi tempi. E quando ho finito di scrivere sto decisamente meglio.

Dal tuo primo lavoro di ormai dieci anni fa (!) possiamo dire che ti sei discostato sempre più da una struttura cantautorale dei tuoi brani, se d’accordo? Hai voglia di raccontarci come è avvenuta la tua evoluzione da “Panta rei” a oggi?

È passato davvero un sacco di tempo dalla prima volta. Lasciare la scrittura cantautorale o meglio discostarmi dalla forma che aveva nei primi lavori è stato anche questo un cambiamento lento, che è andato di pari passo con quello che sono diventato, inevitabilmente influenzato dalla vita continuerà a cambiare.
Come ho detto prima, racconto quello che mi succede, da sempre. Rari casi di storie inventate. E ogni volta l’ho fatto con il linguaggio che mi veniva più naturale. “Panta rei” è un EP che però è lunghissimo, pieno di giochi di parole ed intrecci assurdi degni della settimana enigmistica, “Affondo” penso sia il lavoro più pop che ho fatto. Non solo musicalmente parlando ma anche per come dico quello che dico: va abbastanza dritto al punto, punto segnato dalla maturità che avevo in quel momento ovviamente, punto segnato da una “stoccata”.

Gli ultimi anni, quelli che separano “Affondo” da “può volare?” sono stati con il senno di poi anni tosti. Soprattutto gli ultimi tre. Non so esattamente cosa sia successo, non c’è un evento in particolare che reputo scatenante. Mi piace dire di aver acceso il “fuzz della vita” per cui ho iniziato a vedere le cose in un modo meno chiaro, meno definito, più distorto appunto e certe volte questa cosa qua mi è anche piaciuta.
Questo cambiamento si è tradotto, all’interno dei brani, in un linguaggio che parla per immagini, non sempre le cose sono chiare, le chitarre si rompono e si accartocciano intorno alle parole.
Il processo di “traduzione musicale” è stato anche aiutato ed indirizzato dalle persone che ho trovato durante il percorso, che hanno suonato e prodotto con me il disco. Sono riusciti a tirarmi fuori delle cose, forse sporche, ma vere.

Ci racconti qualcosa delle tue influenze o dei tuoi mentori in ambito musicale?

Mentori ed influenze sono cambiati nel corso del tempo, più che elencare una serie di artisti e progetti che mi hanno condizionato durante il mio percorso musicale mi vorrei concentrare su un fatto attuale: in questo momento io non ho qualcuno o qualcosa a cui guardare e non ascolto molta musica.
Scopro raramente brani che mi piacciono e me li tengo stretti, li consumo, li assorbo ma spesso sono sopraffatto dalla quantità di materiale che troviamo disponibile adesso e, deluso dalla qualità, spengo tutto.
Cambierà questa condizione? Dipende solo da me o anche dal mercato musicale? Ascolterò i Verdena per sempre?

In cambia colore dici: «io mi perdo tra i palazzi perché odio la città».
Ci tengo a dirti che, finora, non mi era mai capitato di veder scritto un mio costante pensiero (che credevo un po’ strano, a dire il vero): ovvero che se un luogo non mi piace — vale quasi solo per le città grigie e troppo “metropolitane” — mi ci perdo e non mi rimane in testa nulla, come se la mia capacità di orientarmi fosse inibita dalla mia avversione per quel posto. Anche per te è così?

Quando ho scritto quelle parole mi riferivo ad un momento preciso, appena dopo il covid (ho scritto cambia colore in quel periodo) quando le cose stavano ripartendo, io stavo lavorando (sono architetto) e mi era possibile girare tra i comuni contrariamente ad altri che dovevano rimanere bloccati. Ecco in quel momento però avrei voluto rimanere a casa e vivevo tutta la giornata con questo desiderio.
Erano giorni strani come quei sogni dove non arrivi mai a fare quello che devi, dove fai fatica a camminare e raggiungere l’obiettivo.
Quindi per rispondere alla tua domanda sì, mi perdevo in città perché la mia testa era da un’altra parte. In generale non penso a Pisa (la città) come grigia ma comunque preferisco stare nel verde lontano dai palazzi.

Il video di cambia colore mostra un Rugo creativo, sempre in movimento tra un’attività e l’altra: dalla pittura alla legna, alla creazione della maschera del tuo mostro…. Tu sei una persona che sfoga la sua creatività in tanti modi come ci riveli in questo video?

Sì, ho sempre trovato soddisfazione in tutti i lavori manuali, nella costruzione di cose e nel vedere le piante che crescono. Mi piace sporcarmi le mani e poi dopo lavarle e vedere andar via tutto giù per il tubo.
Per il video di cambia colore ho voluto raccontare l’arrivo dei mostri e di come questo avesse cambiato la vita di tutti i giorni. Sono convinto che sono arrivati piano piano in silenzio per poi impossessarsi degli ambienti che vivevo, e lì sono rimasti. Adesso penso siamo amici, ci sopportiamo come fanno i coinquilini.
Le maschere mi hanno aiutato a rendere ancora più concreto il “mostro” per poterlo riconoscere, conoscere ed accettare. Non c’è niente di forzatamente costruito, con la squadra abbiamo deciso di raccontare più verità possibile.

Hai definito la tua scrittura come uno strumento “che osserva da vicino le crepe della quotidianità”: come hai generato questa immagine? E come ti approcci alla ricerca delle crepe della quotidianità?

Da sempre sono attratto dalle piccole cose, piccoli gesti o dettagli. Penso che sia tutto collegato, le “piccole cose” con il mondo intero, non so se è una filosofia di vita, sono ignorante su questo, però mi trovo molto più in confidenza con le cose che reputo alla mia portata, quindi piccole, che poi mi portano attraverso parallelismi e trip a parlare dei massimi sistemi.
Ogni volta può essere un viaggio e questo processo mi accende molto. Concentrarsi su una parte per il tutto, fare una sineddoche, è come costruire un muro davanti agli occhi, fare un foro e concentrarsi solo su quello che vedi da lì.

Ci parli del brullo e primordiale paesaggio nel quale hai girato il video di dio mortale? Come l’hai scelto?

Quel brullo paesaggio è stato scelto per rappresentare la casa di una divinità. Sta sopra casa mia, un monte che fa da confine tra Pisa e Lucca. Vicino si trova anche il Passo di Dante. Per me è sempre stato un luogo importante.
Da piccolo andavo lì con mio nonno, insieme al cane Dark che doveva stare sempre al guinzaglio per non sparire tra i cespugli. Arrivavamo lì a piedi, passando per ulivi, polle d’acqua e recinti con i cavalli.

Non è alto come monte ma lo è abbastanza per vedere fino al mare, sentire il silenzio la sera e il fruscio delle macchine dei paesi sottostanti.
Qui ci sono stato in compagnia e molte volte anche da solo, quando ho bisogno di una pausa scappo lì. Nel vuoto, dove ritrovo tutto.
Per me è un posto che è casa e doveva essere casa anche per il dio mortale.

C’è qualcosa che non hai ancora svelato sul tuo prossimo disco in uscita che ti piacerebbe raccontarci?

Il prossimo disco parla di mostri, cioè delle difficoltà che incontriamo durante il percorso. Alcuni sono miei, altri appartengono a persone che ho incontrato. Questa cosa, come accennato prima, è stata per me una scoperta a posteriori, dopo una rilettura di quello che avevo scritto in questi anni.
Poi ho cercato di dare un’immagine ed un volto ad alcuni di loro. Originariamente il titolo del disco doveva essere lo stesso di una traccia contenuta all’interno: Abisso. Per tanto tempo ho pensato che fosse la diretta conseguenza del mio percorso. Il disco precedente si intitola “Affondo” con la doppia accezione di “affondare” oppure di “attacco” utilizzato a scherma. Dopo ““Affondo”  potevo rimanere a galla ed invece ho visto anche cose più buie.
Poi un giorno in fase di registrazione è successo qualcosa, è uscita questa domanda, “può volare?”. Ecco la musica e le persone con cui la faccio per me fanno questo, ti salvano.
Anche adesso che rispondo a queste domande mi rendo conto di altre chiavi di lettura possibili all’interno del disco quindi la risposta giusta a questa domanda è: non lo so se ho detto tutto.
Mi piacerebbe sapere se qualcuno ci legge qualcosa, cosa ci legge, vorrei la versione dei fatti degli altri. Vorrei conoscere altri “mostri” perché ho capito che la conoscenza e l’accettazione poi, sono il primo passo per sbrogliare i nodi. Non chiudiamoci troppo.
Penso sia tutto una METAFORONA.