Siamo in compagnia di Davide Riccio, in arte DeaR moniker ispirato dalle sue iniziali pronunciate in inglese. Classe 1966, artista torinese attivo in diversi ambiti creativi: musicista polistrumentista, compositore, cantante, scrittore, giornalista, regista, educatore professionale.
Ha iniziato la sua carriera negli anni ’80 esibendosi da solista e con gruppi come Canned Music, Bluest, Off Beat e Individua Vaga.
Ha esplorato vari generi musicali, dal rock all’elettronica alla musica etnica, i suoi album più recenti sono: ‘Mon Turin’ (2022), ‘DeaR Me!’ (2023), ‘DeaR Tapes’ (2023) e ‘Gli Altri’ (2024).
Oltre alla musica, si distingue per una vivace produzione letteraria con la pubblicazione di poesie e racconti. Ha collaborato con quotidiani e periodici (Torino Sera, La Val Susa, Oblò), dal 2004 scrive di musica su KULT Underground e nel corso del 2025 uscirà il suo saggio: ‘City to City – Viaggio tra le città del mondo che hanno dato nome a un genere o a una scena musicale’.
Inoltre, ha curato, preso parte ad alcuni cortometraggi e lungometraggi di fiction e documentari come regista, autore o co-autore, attore o voce narrante.
Il suo ultimo lavoro discografico – uscito per Music Force – si intitola ‘Gli Altri’; tre compact disc che contengono 58 brani inediti scritti dal 1991 al 1999. Si tratta di una raccolta eterogenea e miscellanea di brani cantati e strumentali in cui coesistono svariati ritmi e mondi sonori e tessuti narrativi: si passa da atmosfere acustiche e cantautoriali a momenti più elettrici e corposi, linee jazzate, elettronica, etnismi vari che spaziano dai Balcani all’India, all’Estremo Oriente, senza escludere guizzi new wave, richiami al mondo dei chansonniers e venature classiche.
Affascinati da questa straordinaria varietà, abbiamo scelto di esplorarla direttamente con DeaR.
Ciao Davide, innanzitutto grazie per il tuo tempo e benvenuto sulle pagine virtuali di The Beat. Ho ascoltato con molto interesse il tuo nuovo album ‘Gli altri’.
Non è solo una raccolta di brani, ma un vero e proprio viaggio musicale attraverso sonorità e atmosfere diverse. Inoltre, anche il tuo percorso espressivo è molto variegato, sei un artista poliedrico: musicista – polistrumentista aggiungo – compositore, scrittore, giornalista, regista, educatore professionale.
Come si influenzano tra loro queste diverse anime creative?
Grazie Arianna. Le mie diverse anime creatrici nascono dallo stesso bisogno di conoscere, vivere, esprimere e dare tutto il possibile in questa mia e nostra, forse, unica vita.
Sono quindi parti in evoluzione e dialogo di un’unica anima che si sta cercando nell’esperienza per riconquistare l’innocenza; e nella speranza di una sua (mia) e nostra sopravvivenza e immortalità nel ritornare alla fonte.
Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe stata una parte essenziale della tua vita?
Da bambino, ascoltando alcune pagine di musica classica come il “Notturno” dal quartetto n. 2 di Borodin, o la “Danza delle schiave persiane” da Kovàncina di Mussorgskij, o la “Canzone Indù” da Sadko di Rimskij-Korsakov. Attraverso la musica, ma anche l’arte, mi accadde di provare la percezione di sbirciare attraverso una temporanea breccia nel muro della realtà del mondo, sempre più duro e deludente, che si apriva verso una bellezza edenica e perduta.
E verso un futuro anno 2000 utopico e ideale, quando a dicembre del 1975 udii per la prima volta “Radioactivity” dei Kraftwerk. Quando ascoltai i suoni incredibili e del tutto nuovi di quel brano alla radio, esclamai a mia madre che “quello ero io”.
Il giorno dopo mi comprò quel 45 giri e io, che prima avevo svogliatamente e senza vera motivazione subite alcune lezioni di solfeggio di mio padre, iniziai a suonare l’organo, poi la chitarra.
Poi vennero il rock e soprattutto Bowie e, per la poesia e la narrativa, Rimbaud ed Hermann Hesse, e la decisione che nella vita avrei composto musica, cantato e suonato e scritto libri si consolidò una volta per tutte.
ll tuo nuovo album, ‘Gli Altri’, esce ad un un anno di distanza dal triplo CD ‘DeaR Tapes’, raccolta di brani scritti dal 1980 al 1990.
Con questo nuovo lavoro, sempre in triplo CD, riporti alla luce 58 brani inediti composti tra il 1991 e il 1999.
Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo duplice percorso a ritroso? C’è qualche tipo di ricerca dietro questo interessante percorso antologico?
Nel 2022 ho avuto importanti problemi di salute (un tumore) e ho temuto di essere alla fine della mia esistenza. In due mesi realizzai “Out of Africa” come fosse l’ultimo mio disco e… “What’s done is done”!
Questo ha accelerato un progetto iniziato negli anni 2010 di pubblicazione del mio enorme archivio di composizioni e registrazioni fatte e conservate dal 1981 in avanti e che ho chiamato “Uchronia”, come fosse la mia storia alternativa rispetto a quella svoltasi realmente, quella che sarebbe potuta essere se avessi cioè pubblicata la mia musica e intrapresa una riconosciuta carriera.
Carriera che non ho voluto invece perseguire a tutti i costi, perché poco interessato all’attività live e a tutti i compromessi richiesti dal mercato e dai discografici.
Volevo solo fare la mia musica nella massima libertà, comporla, arrangiarla, suonarla a modo mio, imparando anche a suonare ogni altro strumento, registrarla subito e via, passare ad altro, senza doverla ripetere in prove, spettacoli e quant’altro.
Ho provato comunque negli anni a mandare le mie cose in giro, ma senza esiti rilevanti.
Oggi, con più mezzi, sono dunque tornato a dare una mano al me stesso più giovane come in una sorta di viaggio indietro nel tempo. Dopo aver disseminato qualche vecchio brano nei dischi più recenti, dal 2019 al 2023 (“New Roaring Twenties – Human decision required”, “Out of Africa”, “Mon Turin”, la riedizione di “Wrong or right of forty” e “Dear me!”), rimanevano ancora troppe cose del passato, soprattutto dei decenni ’80 e ’90; perciò ho chiesto a Music Force di farne i due cofanetti “DeaR Tapes – Greetings from Uchronia” e “Gli Altri”.
Era importante liberarmi da questa incompiuta e demotivante zavorra del passato, che mi stava impedendo di andare oltre.
La domanda che ultimamente mi ponevo era: perché fare ancora qualcosa di nuovo, con tutto quello che ho già fatto che seppellirò con me? Lo stesso è successo coi libri, una dozzina quelli pubblicati dal 2019 ad oggi.
Riportare alla luce queste canzoni dopo tanti anni ha suscitato in te emozioni diverse rispetto a quando le hai composte?
Sicuramente non ho provato le stesse emozioni, poiché oggi è subentrato un distacco che mi consente di apprezzarle meglio. Oggi ho una visione complessiva di tutto quanto ho fatto e l’emozione prevalente è quella di calma e accettazione pacifica di me stesso.
E a riascoltare ciò che ho fatto sento che tutto è ora in armonia con ciò che sono stato e ciò che sono diventato, con il divenire che è stato della mia poetica ed estetica.
Ascoltando ‘Gli Altri’, colpiscono la ricchezza delle sonorità e la varietà di atmosfere. Sembra quasi un viaggio attraverso stati d’animo cangianti, si avvertono influenze diverse, sperimentazioni e cambi di atmosfera tra i brani.
Come hai costruito questo meraviglioso viaggio musicale? C’è stata un’evoluzione naturale nel tempo o fin dall’inizio volevi esplorare più direzioni?
Fin dall’inizio ho sentito il bisogno di ascoltare ed esplorare ogni musica e di provarmici, di farne a mia volta, spinto dalla curiosità di conoscere meglio mettendomici dentro, anche in quella che non mi piaceva, e di vedere come e cosa ne avrei fatto io.
Allo stesso modo ho collezionato migliaia di dischi di ogni sorta, ho fatto radio per più di dieci anni e ho intervistato un migliaio di gruppi e artisti musicali sulle pagine della webzine Kult Underground, preferendo l’intervista alla recensione non solo per utilità ai colleghi più o meno del “sottosuolo” da promuovere, ma per dialogare e sapere da loro stessi le ragioni del loro lavoro e dei loro universi, mantenendomi aggiornato e “in rete”.
Anche a livello di scrittura, l’album si distingue per la sua varietà. Accanto ai brani autografi e alle dediche a Luigi Tenco, Rafał Wojaczek, Timothy Leary e Jaques Tati, troviamo un sonetto di Ciro di Pers, una poesia di André Gide e… ‘Quest’è Colui che il Mondo Chiama Amore’ un sonetto di “Davide Riccio aka David Rizzio (1533-1566)”. Possiamo considerarlo un tuo alter ego precedente a DeaR?
Ho letto tantissimo nella mia vita. Amo anche il cinema e la pittura. Sono anche un collezionista di libri, di film e di quadri. Il collezionismo, a scherzarci sopra, è per me “quasi” un… problema.
Ora il lavoro mi porta via molto tempo, ma da ragazzo avevo una media di lettura di quasi un libro al giorno. Dobbiamo tanto a chi ha cercato di dirci e lasciarci qualcosa del suo viaggio in questa vita e in questo angolo d’universo, moltiplicando la nostra stessa vita in quella di molti altri.
Quindi capita spesso che io citi qualcuno o che gli dedichi qualcosa.
Fanno oramai parte di me e del mio cammino di ricerca. Ho scritto due biografie, una su David Bowie visto in Italia e dall’Italia (Arcana, 2023), che mi è servita anche a elaborarne il lutto (insieme alla canzone “Duende for David Bowie”), e un’altra sul torinese David Rizzio, il cui vero nome fu Davide Riccio, musicista polistrumentista, cantante, poeta e segretario di Maria Stuarda.
Ho impiegati 27 anni per scriverla. Di lui non esisteva alcun libro, essendo stata la sua esistenza parzialmente descritta solo nelle biografie di Mary Stuart e solo nel capitolo della sua ascesa a segretario, e forse amante, della regina di Scozia fino alla congiura capeggiata da Lord Darnley e al suo brutale assassinio con 57 pugnalate. E poco altro di frammentario.
A seguire, per giustificarne l’assassinio, è stata perpetrata una continua opera di detrazione e oblio nei suoi confronti, anche della sua opera compositiva, così che ricostruire una possibile verità su di lui attraverso frammenti storici sparsi e dimenticati in centinaia di libri, quasi nessuno presente nelle biblioteche italiane, è stato un lavoro enorme.
Di lui non c’era quasi più memoria nemmeno a Edimburgo, ancor meno in Italia.
Eppure fu un personaggio importantissimo. Qualcuno lo ritenne padre di Giacomo I d’Inghilterra, ma in ogni caso il suo assassinio scatenò tutta una serie di eventi che portarono alla morte di Maria Stuarda e alla fine del regno di Scozia.
Di lui ho trovato infine il sonetto che citava Stefan Zweig nella biografia di Mary Stuart, “Quest’è colui che il mondo chiama amore” e l’ho messo in musica usando l’accompagnameno di un liuto.
Ogni CD è aperto da una musica di gusto o di origine rinascimentale: il primo da “L’orologio da rote”, in cui ho cantato a cappella il sonetto di Ciro di Pers; il secondo da una mia rilettura della “Canzona a un flautin” di Giovanni Battista Riccio del 1620 e il terzo, appunto, dal sonetto di Rizzio.
Allo stesso modo la “Sonata per organo” che chiude tutto il lavoro, scritta per variare e scacciare dalla mia mente l’earworm di una stereotipia vocale di un paziente dell’ex manicomio di Collegno udita giorno dopo giorno quando vi lavorai, le stesse del tema Bach, ma in semitoni discendenti come in “Sense of Doubt”. L’ultima variazione sul tema rievoca qualcosa di rinascimentale.
Ho voluto, insomma, auspicare con tutto questo il ritorno a un nuovo rinascimento.
Quanto agli alter ego, vorrei soltanto traguardare le veci di me stesso e, forse, un giorno vi riuscirò.

Se tu dovessi creare una mappa, scegliendo alcuni brani cardine dell’album per descriverlo, quali sarebbero?
Non riesco a fare una scelta. Ogni brano è stato qualcosa di unico per me, la porta sui suoi cardini per farmi entrare in un’altra stanza o in un altro giardino.
C’è qualche tipo di connessione fra il titolo della raccolta e l’artwork? All’interno c’è il disegno di una ragnatela e nel retro una mosca. Se ti va, raccontaci qualcosa a riguardo.
Ringrazio Leonardo Di Lella, l’artista che ha realizzato tutte le copertine dei miei ultimi lavori. L’idea centrale è il numero 58, che una leggenda dice serva a tenere lontane le mosche, poiché gli ommatidi dei loro occhi compositi la percepirebbero come una ragnatela.
E 58 sono stati gli anni da me compiuti (mi auguro abbastanza da tenere da qui in poi lontane ogni fastidiosa mosca), così che 58 sono stati i brani selezionati.
Mi sarebbe piaciuto anche mettere una mosca con il mio volto, come ne “L’esperimento del Dottor K”, poi rifatto ne “La mosca” da David Cronenberg, ma al contrario di me, che tendo per horror vacui a riempire più che posso, Leonardo mi invita ogni volta all’essenzialità.
Su questo mio bisogno di riempire contro il mito diffuso della sottrazione, ho costruito i 116 haiku non-haiku del mio ultimo libro “Arrosto impareggiabile”, doppio libro in realtà: da una parte gli haiku perduti di uno sconosciuto Harinezumi (che in giapponese significa “riccio”) e dall’altra, capovolgendo il libro, il commentario di Dylan Draenog (“riccio” in gallese), che ha ritrovato il manoscritto nel 2066, come in una sorta di soluzione enigmistica.
Dentro ogni haiku, forma ideale dell’essenzialità impersonale Zen, ho contravvenuto a ogni regola di scrittura di questo peculiare genere, raccogliendo anzi molteplici significati, spiegati appunto a rovescio. Il tutto sottolineato dal componimento intitolato “Luoghi comuni”, in cui dico che per sottrazione ci illudiamo, ma rispetto al nulla sempre si aggiunge.
Quanto alla mosca, più che alla raffigurazione del peccato, associata al male e al diavolo, c’è forse dietro tanto una storia di riciclo di rifiuti e “cadaveri” (i miei brani un tempo rifiutati e a rischio di morire con me), ma anche di impollinazione, a cui sperò seguirà – sebbene tardiva – un qualche più fecondo corso.
I brani sono rimasti intatti o hai sentito la necessità di rielaborarli per questa pubblicazione?
Le registrazioni sono rimaste intatte, nel bene e nel meno bene del lo-fi e dello home recording studio del 4 tracce a cassetta della Tascam. Non avrebbe avuto senso perdere altro tempo a rifarli dopo aver già perso dieci anni della mia vita a farli.
Come già detto, non mi interessa rifare, ma andare oltre. Penso sia più soddisfacente avere oggi quanto meno l’illusione che quegli anni non saranno andati perduti, non del tutto, così come sono stati. Oggi non potrei più rifarli con il senno di poi; o vi rinuncerei, perché non più nelle mie attuali corde, o li stravolgerei.
Il cantautorato italiano ha una lunga tradizione di artisti che hanno saputo raccontare emozioni e storie in modo profondo. Ti senti parte di questa tradizione? Ci sono cantautori che ti hanno ispirato e segnato la tua crescita artistica?
Io sono cresciuto con i dischi inglesi, americani e tedeschi (krautrock e Kosmiche Musik). Ho amato soprattutto Bowie, Sylvian, Eno e Kate Bush, che per me rimangono il vertice di una ipotetica piramide musicale personale (escludendo ovviamente la classica, in cima alla quale vi metto Stravinsky, Bartòk, Satie, Debussy e Ravel).
Per molto tempo ho pensato che il rock si potesse fare solo usando l’inglese, che ho imparato fin da piccino grazie a una zia nata a Philadelphia prima del ritorno in Italia della famiglia paterna dagli Stati Uniti. Una zia che per altro servì anche per un periodo a Buckingham Palace negli anni della Swinging London. A parte qualche gruppo progressive rock, soprattutto gli Area, e Fabrizio De Andrè, ho cominciato ad ascoltare alcuni autori italiani relativamente tardi, intorno al ’90.
Fu ascoltando i dischi bianchi di Battisti/Panella che pensai alla bontà della lingua italiana anche per il mio modo di fare musica e la mia poetica, così che inaugurai il secondo decennio della mia musica lasciando l’inglese per l’italiano. “Volta per volta” e “Ma poi non arrivi mai” furono le prime e a seguire tutto quello che è stato raccolto ne “Gli Altri”.
Poi, oltre a De Andrè e Battisti, ho amato e raccolto ogni lavoro di Battiato, Paolo Conte, Alice e Fossati. Tra i gruppi ho apprezzato soprattutto i Matia Bazar al tempo della Ruggiero.
Gli altri mi interessano e piacciono solo per alcuni lavori e non per tutta la loro produzione.
Quanto ai francesi, va da sé (vista la canzone “Chanson pour Jacques Brel”) che soprattutto Brel già da bambino sia stato per me importante. Mia sorella, fan di Suzi Quatro – i cui dischi mi aprirono all’amore per il glam rock – mi insegnò il francese e ascoltava gli chansonnier.
Non è però in alcun disco italiano la mia più profonda e ideale identità sonora, che coincide invece in dischi come “Gone to Earth” e “Secrets of the Beehive” di Sylvian o la trilogia berlinese di Bowie ecc. Comunque, dal 2000 sono tornato prevalentemente all’inglese.
Siamo giunti alla conclusione, ma prima di salutarci vorrei farti un’ultima domanda. Oggi la musica viene fruita in modo molto diverso rispetto agli anni ’90. Pensi che il tuo pubblico possa essere quello di allora o immagini di raggiungere anche nuove generazioni?
Lo spero. Non ho pretese in tal senso poiché tutto passa e si fa vecchio, inattuale e insensato (o meno sensato) nei numeri e nelle trasformazioni delle grandi collettività generazionali, e più che le nuove generazioni, mi appaga semmai sapere di aver raggiunto chiunque altro da me, uno per uno, anche pochi. Per questo ho infine deciso di titolare così “Gli Altri”. Insomma, “Je est un autre”.
Grazie ancora e complimenti per questa straordinaria varietà, che aggiunge colore e luce anche alle giornate più grigie.
Grazie a te Arianna! E à suivre…


