“A Study Of Losses” – Beirut

Copertina del disco “A Study Of Losses” dei Beirut

Il nuovo disco a ragione sociale Beirut è di per sé una buona notizia. Anzi, è una grande notizia.
Ci eravamo lasciati nel 2023 con l’uscita di “Hadsel”, un disco che ci aveva confortato sia sulle condizioni fisiche di Zach Condon, mastermind del progetto, che su quelle prettamente musicali. Il cantante e polistrumentista, infatti, nel 2019 aveva fatto fronte a una situazione di salute precaria che rischiava di condizionare per sempre il futuro del suo progetto.
L’anno seguente, nonostante i problemi alla gola non fossero rientrati, decise però di non star con le mani in mano e andò a rifugiarsi in Norvegia, per l’appunto sull’isola di Hadsel. In questo luogo sperduto avrà modo di conoscere il collezionista di organi Oddvar che lo introdurrà all’Hadsel kirke, chiesa a struttura ottagonale, nella quale potrà sperimentare questo nuovo strumento e ricominciare a comporre con una nuova verve.
Ce lo immaginiamo così, come un bambino in un negozio di giocattoli alle prese con suoni, melodie e armonie che hanno accarezzato prima il suo cuore e a seguire quello dei suoi fan che hanno atteso con trepidazione quell’uscita.
Oggi Condon torna a trovarci con questo nuovo “A Study Of Losses”, un album registrato tra Norvegia (di nuovo), e Germania, ed ispirato dal romanzo di Judith Schalansky, Verzeichnis Einiger Verluste (che in italiano, pressappoco può essere tradotto come Un inventario delle perdite). Ma “A Study Of Losses” è qualcosa di più.
E’ infatti la colonna sonora di uno spettacolo circense svedese che a sua volta prende ispirazione dal libro della scrittrice tedesca e ha l’obiettivo di raffigurare i concetti di perdita e sparizione. L’esibizione dei quattro artisti circensi esplora quindi regni che crollano, edifici in rovina, manufatti culturali distrutti e animali che rischiano l’estinzione. Cosa c’entra tutto questo con Beirut? E’ presto detto.

Il disco ha avuto una succulenta anticipazione attraverso il primo estratto Guericke’s Unicorn. Il brano, che mescola il cantato sonnolento di Tim Smith (ormai ex Midlake), e una base in aria Wire (l’indimenticata art rock band inglese), parla di un artefatto. L’Unicorno di Guericke è infatti un animale fantastico, nel senso di mai esistito; questo unicum, infatti, nacque attraverso l’assemblamento di ossa di varie specie (anche estinte), e il titolo sembra essere azzeccato come episodio a sé stante all’interno dell’album. Condon racconta infatti di aver voluto mettere qualcosa di barocco che spezzasse un po’ l’omogeneità del disco ed è solo per questo motivo che ha deciso di inserire questa canzone nata da un’improvvisazione attraverso un sintetizzatore modulare.
Ma l’anarchia è parte integrante dell’opera dell’artista americano. Il musicista, prima del primo vero e proprio singolo, aveva già cominciato a dare qualche assaggio del futuro già l’anno scorso attraverso la pubblicazione di Caspian Tiger, singolo presente anche su questa nuova fatica sulla lunga distanza. Il brano ha un incedere lento e melanconico creato dal perfetto intreccio di un piano e di una fisarmonica.
Oltre ad essere il titolo di uno dei capitoli del libro della Schalansky, la Tigre del Caspio è stato il più grande felino mai esistito sulla faccia della terra e ormai scomparso dagli anni ’70 del secolo scorso.

Dopo un animale fantastico, eccone uno vero, ma estinto e che ben caratterizza la perdita indicata nel titolo. Il mood è ben anticipato dall’intro strumentale Disappearances and Losses, la quale rimanda con l’immaginazione a un paesaggio desolato.
Forest Encyclopedia ci introduce con il cantato in un dolce languore nel quale sembra essere descritta in senso metaforico, la perdita dell’innocenza e del paradiso con quei versi frammentati e decantati con maestria: “Dio è il giardino… Non aver paura, Non nasconderti tra le foglie / Nasconditi tra le foglie”.
A seguire troviamo ad accoglierci Oceanus Procellarum, traccia strumentale e primo di diversi episodi dell’opera dedicati ad aree specifiche del suolo lunare. La canzone funge da perfetta introduzione a Villa Sacchetti, canzone di rara bellezza nella quale Zach Condon mette in risalto tutta la sua maestria interpretativa.
La curiosità è che il titolo rimanda alla Villa del Pigneto, una residenza nobiliare barocca del XVII secolo progettata da Pietro da Cortona per i marchesi Sacchetti.
La dimora venne abbandonata nel Settecento e in questa canzone rappresenta pienamente cosa intendiamo per edifici in rovina.
La maestosità del tempo si può qui solo immaginare e ricostruire con il pensiero (Ho visto le grandi rovine del passato, ho dipinto i vicoli e le tombe. Cosa mi ha portato ora, qui a Roma? Un’ultima possibilità per sentirmi meno solo).


Un altro titolo curioso è Garbo’s Face, una marcia delicata e dedicata all’ineluttabile.
Greta Garbo, simbolo di bellezza sopraffina ed esempio di eleganza, che dura nel tempo, nel ricordo, ma non nella realtà.
Beirut è qui duro nel giudizio quando declama: So che i tuoi capelli diventano grigi, vedo il colore sbiadire. Vedo il tempo intorno ai tuoi occhi…Sento che è meglio dire “Portami via la speranza”.
Può suonare triste tutto ciò e invece suona giustamente umbratile, come Mare Imbrium, uno strumentale che sembra pensato per “Bryter Layter”, il secondo capolavoro di Nick Drake. E durante l’ascolto profondo ci si chiede perché si debba essere tristi per qualcosa che fa parte di noi, per un meccanismo che viene messo in moto automaticamente nel momento in cui una nuova vita viene alla luce.
Noi siamo questo e molto altro, siamo una sinfonia di perdita che ha un crescendo, un culmine, e che poco alla volta si spegne. Come la musica di Beirut che cresce, si sviluppa e va ad accomiatarsi con delicatezza. Come si può essere tristi di fronte alla nobile arte della musica? Penso al poeta Verlaine e al suo verso che introduce il Languore, nel quale afferma “Sono l’impero alla fine della decadenza”.
Ed è forse questo ciò che il disco tenta di fare e cioè darci uno spunto di riflessione che ci consenta di fregare la morte e ricostruire dalle macerie del pensiero qualcosa di nuovo e funzionale da lasciare ai posteri in un continuo gioco senza fine.

Pompei Recording Co.