La sera del 3 aprile 2025, nel pieno centro di Milano, un piccolo universo parallelo fatto di intimità, entroterra sardo e famiglia si è materializzato in parole e immagini. Una cosa che non accade tutti i giorni.
Questo piccolo miracolo è avvenuto grazie a Daniela Pes, ospite di una rassegna presso Apple Store di Piazzale Liberty. Musicista peculiare e originalissima, che con il suo primo album “Spira” ha ottenuto consensi unanimi, un unico album intenso, tanto diverso dal resto che impatta come molteplici album.
Grazie alla rispettosa e professionalissima conduzione di Giulia Cavaliere – che ringraziamo moltissimo anche per averci concesso le proprie testimonianze fotografiche a corredo di questo scritto – abbiamo potuto immergerci nel mondo privato, intimo di Daniela e capire molto di lei, della sua musica, e della sua vita.
Naturalmente lo sfondo e il filo conduttore fondamentale dell’incontro è stato quello della sua terra, la Sardegna: in parte l’isola che conosciamo tutti -almeno dai cataloghi vacanze o dalle riprese dei documentari- quella del mare cristallino e celeste e della macchia mediterranea, ma anche, in gran parte, quella dell’entroterra più inesplorato e ancestrale fatto dai luoghi domestici nei quali Daniela è nata e cresciuta: la Gallura.

Daniela Pes ha una formazione musicale molto profonda, il suo percorso di studi si è concentrato sulla musica jazz (per citare un legame fra molti, ha scritto una tesi di laurea sulla Queen of Jazz, Ella Fitzgerald). Al centro dell’incontro – corredato da splendide fotografie di Daniela bambina, dei suoi genitori, dei fratelli, degli zii – c’è soprattutto la Famiglia.
Proprio la famiglia è stata il fulcro dove il presente di Daniela si è formato, la miccia di tutto, ci ha svelato, è stata certamente la passione viscerale per la musica da parte del padre. Una figura per lei fondamentale, che aveva per il suono talmente tanta passione da essere riuscito a condizionare e indirizzare le passioni di Daniela; come ha raccontato l’artista, tante delle cose che le sono successe sono una profonda conseguenza, inevitabile, della vita che ha vissuto, tutt’altro che pianificate.
Oltre a straordinarie capacità compositive, Daniela Pes ha dimostrato di avere un talento performativo enorme, che è stato un punto fondamentale della sua crescita artistica e della sua notorietà.
Ci ha raccontato che nel primissimo periodo di scrittura di “Spira” il suo desiderio si è concentrato in realtà soprattutto sulla produzione, non tanto nell’interfacciare la propria musica con gli altri: “c’è stato un momento in cui per la prima volta ho realizzato di aver trovato una mia chiave personalissima per poter esprimere me stessa, e questo mi ha dato un’adrenalina incredibile, quella sensazione, difficile da spiegare, che ha a che fare con il sacro, in cui ti rendi conto che quella cosa lì è venuta fuori da te, e non poteva venire fuori da nessun altro; appena percepisci questa euforia ne vuoi mille altre ancora, e diventa come una droga”.
Si è parlato di infanzia, di come la bambina Daniela interpretasse i brani che i parenti le chiedevano di cantare, dai cantautori italiani come De Gregori o De Andrè, a Céline Dion o Whitney Houston, parole cantate prima ancora di capirne il significato. Di come, sin da quando giocava con un suo caro cugino, a Daniela sia sempre piaciuto trasformarsi, assumere identità uniche e differenti agli occhi del mondo, cosa che ha posto le basi per il suo modo molto identitario e creativo di presentarsi alla Musica, prima che agli altri. Di quanto Daniela detesti la fretta e di come abbia invece bisogno di prepararsi -mentalmente e gestualmente, anche con i propri compagni di band, oltre che esteticamente – prima di ogni sua esibizione, in modo tale che la sua musica, il palco e gli altri la trovino pronta.
Momento che connota questa serie di incontri è la scelta di una serie di dischi che raccontano dell’artista; uno fondamentale è “Canzoni a Manovella” di Vinicio Capossela, descritto da Daniela come il suo primo, grande e vero amore derivante dal mondo musicale: “Ascoltando Resto qua, tratta da quest’album, mi impressionai di come Vinicio fosse riuscito a rendere così fluido e musicale un testo in italiano, sopra una musicalità alterata, dal sapore estremamente jazz; ricordo come, nelle pause a scuola, quando avevo dodici, tredici anni, mi rintanavo da sola, a cercare di riprodurre in musica tutte le estensioni che percepivo in questa canzone: sono sensazioni che non se ne vanno, che ti rimangono sotto la pelle a livello viscerale”.
E, a proposito di jazz, ci ha raccontato di quanto molte persone siano grate a Paolo Fresu, talentuosissimo musicista sassarese, per aver proposto e per presiedere tuttora un importante festival di jazz in Sardegna, riconosciuto a livello internazionale, che ha scandito le estati della famiglia Pes, atteso con immensa emozione. “Il jazz ha segnato la mia vita da quando ero piccola: ricordo di essere rimasta sconvolta da quanto, nel jazz, potessi trovare uno spazio di libertà vocale e considerarmi uno strumento tra gli altri e con gli altri, e non essere considerata la cantante che ti deve per forza dire qualcosa tramite i testi.”
Tra i racconti con i quali ci ha ipnotizzato l’artista, c’è stato anche un pezzetto di storia: Fabrizio De Andrè, negli anni Settanta, decise di lasciare Genova e trasferirsi con Dori Ghezzi in Sardegna, proprio nella città della famiglia Pes, Tempio Pausania; qui, a casa della zia, il padre di Daniela fece addirittura ascoltare a De Andrè una registrazione di Se Ti Tagliassero a pezzetti cantata proprio da una piccola Pes, che aveva appena quattro anni.

L’incontro si è concluso con una di quelle chicche più uniche che rare: Daniela ha mostrato un vecchio libro di Don Gavino Pes, un sacerdote di Tempio del Settecento – (forse parente della sua famiglia) – che ha scritto poesie dedicate ad alcune faide interne del periodo. Un personaggio controverso e forte, nelle cui poesie in gallurese, lei ha visto molta libertà, possibilità di evasione, tanto da pensare inizialmente di musicarle, per superare l’insoddisfazione di non riuscire a scrivere dei testi propri, che le piacessero veramente.
“Mi sono ritrovata troppe volte ad amare dei passaggi che avevo scritto, ma a bloccarmi poiché questi passaggi non avevano un significato: la decisione chiave per poter arrivare finalmente a scrivere nel mio modo, a un certo punto, è stata che non dovevo più chiedermi se aveva senso oppure no quello che scrivevo. Proprio da lì sono rinata, e mi sono fatta bastare quell’entusiasmo di libertà che avevo quando componevo sola, in casa mia: a volte quell’entusiasmo che hai non ti convince fino in fondo se non è riscontrato dagli altri, perché è solo tuo. E invece la grande fortuna, affinché io potessi essere fiera e soddisfatta artisticamente, è stata quella di arrendermi al mio benestare, alla mia “ultima parola” e alla mia soddisfazione personale: e la cosa più bella è che questo sia avvenuto prima del riscontro da parte del pubblico, ho capito che questo è quello che conta davvero”
Ha scritto Gavino Pes: “Quando il mare è calmo, non è virtù navigare: se vuoi avere una palma (un merito) migliore, devi nuotare nella tempesta. Se non è impetuosa, ti puoi salvare dall’onda”.
Per fortuna, Daniela, hai navigato nel mare impetuoso in tempesta per portare fino a noi la tua Arte, che merita la più grande delle palme.


