“The Vigil” – Hugo Race & Gianni Maroccolo

Quando due anime come quella di Hugo Race e di Gianni Maroccolo si incontrano il risultato non può che essere qualcosa di profondo e fuori dagli schemi. Hugo Race, musicista australiano dalla voce inconfondibile, è da anni protagonista di un percorso artistico che unisce post-punk, blues, elettronica e sperimentazione.
Dal passato come chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave, frontman dei The Wreckery, mente dietro progetti come The True Spirit e Fatalists, senza tralasciare il percorso con il suo progetto solista, è una figura cardine del rock alternativo e del blues psichedelico internazionale. La sua voce scura, profonda e la sua visione musicale hanno attraversato decenni, territori e linguaggi sonori.

Accanto a lui, Gianni “Marok” Maroccolo, protagonista indiscusso della musica alternativa italiana, attivo sin dagli anni ’80 nella scena darkwave fiorentina con i Litfiba, CCCP e CSI nonché raffinato produttore e autore di colonne sonore; è un artista visionario, capace di trasformare il suono in esperienza emotiva.
La loro collaborazione si concretizza in “The Vigil”, un lavoro che unisce due mondi diversi ma affini nel linguaggio dell’arte e della profondità sonora e che fonde le rispettive esperienze in un viaggio sonoro intenso, introspettivo e ipnotico.

The Vigil”: La Veglia; c’è una strana bellezza nella veglia, tra la sospensione e l’inquietudine, tra l’attesa e il ricordo. Un’opera che incarna perfettamente questo spazio liminale. Uscito in digitale il 25 aprile e in arrivo in formato fisico il 16 maggio, l’album è un viaggio sonoro ipnotico, denso, spirituale, dove il rock d’autore si fonde con ambientazioni elettroniche oscure, sperimentali e dilatate.
Una zona di confine dove si incontrano blues,  psichedelia e stratificazioni sonore; un album che sfugge ad ogni classificazione di genere.

È stato prodotto dagli stessi Hugo Race (voce, chitarre, organo, tastiere, elettronica) e Gianni Maroccolo (basso elettrico, synth, elettronica), che ne sono anche i principali autori. Oltre a loro, il progetto ha coinvolto musicisti di grande esperienza e sensibilità: Andrea Pelosini alla batteria, Antonio Aiazzi (storico sodale di Maroccolo) al pianoforte, all’organo e synth, Nicola Baronti ai synth MS20, elettronica e percussioni. Il disco è stato registrato tra il 2020 e il 2023 in tre studi tra Italia e Australia: Helixed (Melbourne), PFMA (Puccini Floating Music Academy, lo studio galleggiante a Torre del Lago in provincia di Lucca) e Bicocca (Cecina). Il mix e il mastering sono a cura di Niccolò Mazzantini, con il contributo tecnico degli ingegneri del suono Simone Sandrucci e Nicola Baronti.
L’album è pubblicato da Peer Music & Ala Bianca Group e in Italia verrà distribuito da Audioglobe. L’artwork ritrae il Lago di Massaciuccoli, fotografato da Marco Pacini nei pressi del PFMA, e l’album si arricchisce di altre immagini dello stesso autore. L’impaginazione grafica è firmata da “Zio Gusstaff” della Gusstaff Records.

Alla base di “The Vigil” c’è un’idea forte e visionaria: una cornice narrativa che richiama lo spirito del “Decameron di Boccaccio, ma traslata in un futuro incerto e minaccioso.
Otto brani come otto racconti, otto visioni personali immerse in un contesto collettivo di isolamento e sospensione. La storia immaginata che sorregge il disco prende forma in una città di montagna, tagliata fuori dal mondo da un blackout. Il silenzio è ovattato e carico di presagi, i cieli plumbei.
Senza più notizie dall’esterno, un gruppo di sopravvissuti si rifugia nel municipio abbandonato, radunandosi attorno a un fuoco alimentato con vecchi documenti e mobili rotti. In un mondo dove la scienza ha fallito, e la razionalità non basta più a dare senso all’esistenza, ciò che resta sono i racconti; proiezioni dell’anima, tentativi di resistenza emotiva, confessioni crepuscolari.
Race e Maroccolo fondono storie individuali e visioni collettive in un disco che è un’esperienza, una veglia condivisa nel cuore dell’oscurità.
Gli otto brani di “The Vigil” si susseguono come otto racconti notturni, otto confessioni narrate attorno al fuoco in un mondo che ha perso ogni riferimento. Ogni traccia è la voce di uno dei superstiti – un frammento di memoria, visione o delirio – che prende vita in un paesaggio sonoro sospeso tra realtà e allucinazione. Il sound, stratificato e ipnotico, alterna elettronica rarefatta, pulsazioni oscure, riverberi ambientali e strumenti che sembrano emergere da un altrove dimenticato. L’album non segue una trama lineare, ma si muove come una mappa emotiva: ogni brano è una stazione, un rito, una dichiarazione esistenziale che scava nel profondo.

È la title track che apre questa veglia nell’oscurità, una notte illuminata solo dal calore e dalla luce tremolante del fuoco. Una lenta discesa in un’atmosfera sospesa e apocalittica, densa di riverberi e ombre.
La voce di Hugo Race si fa sussurro profondo, quasi una presenza spettrale, mentre la strumentazione tratteggia un paesaggio sonoro rarefatto, in cui la tensione si accumula senza mai esplodere. L’imperativo è resistere, restare vigili, anche quando la speranza vacilla: “Never surrender (…) waiting for a miracle to come”. Ma il sogno che stiamo sognando — sembra suggerire il brano — non si può realizzare. Si può solo restare svegli. Occhi spalancati, una sfida da affrontare ad occhi aperti, fino alle prime luci del giorno.

Il secondo brano, Phoenix si presenta come una preghiera laica, un inno di speranza universale.
La canzone, che parte con una delicatezza quasi sospesa, costruisce lentamente un’atmosfera di tensione emotiva e trascendenza. Le parole di Hugo Race impregnate di un senso di urgenza, esprimono il desiderio di resistere alla dissoluzione: “I know how bright the light can glow/ Promise we will never disappear”.
La musica, come un fuoco che lentamente cresce, riflette questa tensione. Il brano si sviluppa in modo organico, come se fosse un processo di trasformazione inesorabile, che si nutre di luce e oscurità. La promessa di non svanire mai, di non arrendersi nemmeno di fronte al caos dell’universo, è il cuore pulsante di Phoenix.
La sua progressione sonora, che incapsula l’idea del cambiamento lento ma inevitabile, trasporta l’ascoltatore in un viaggio di rinascita e speranza.
In: “As the sun explodes don’t think, no no no / All that matters is the trust between us” c’è una riflessione sulla fiducia e l’amore, sul coraggio di andare avanti nonostante le difficoltà. La musica di fondo sembra accogliere questa riflessione, con suoni che si mescolano in un intreccio di profondità e apertura.

Cambio di scenario con Soldiers, che ci presenta un limbo sonoro cupo, un far west elettrico e spettrale cullato dal greve spoken di Hugo Race e dal basso, pulsante e ipnotico, di Gianni Maroccolo che incornicia ogni parola.
I soldati segnano il loro cammino, pronti ad affrontare ciò che li attende, tra preghiere e offerte, il sacrificio sembra inevitabile, la guerra sembra ripetersi senza fine.
Potrà una nuova alba portare una sensazione di sollievo? …Siamo solo soldati: “The gentle fingers of the dawn/ Stroke the fabric of the sky/ We’re just soldiers…”.

Con La Pace, unico brano in lingua italiana, prosegue lo spoken di Race fra atmosfere dilatate e tappeti elettronici pulsanti che si intrecciano come in un rituale sciamanico. Cos’è la pace? Una chimera, un mito, un’entità che una volta persa non può più essere evocata: il cuore pulsante è stato ineluttabilmente rubato da un demone alato…e non torna più.

Segue Pandora, un brano enigmatico e carico di simbolismo. Come il vaso mitologico, questa traccia contiene e libera emozioni contrastanti: paura, speranza, rovina, desiderio; come la stella bifronte evocata nel testo che si muove tra mito e introspezione.
L’incipit si colora di richiami sonori d’Oriente, poi il suono si stratifica assumendo una connotazione quasi cinematografica.

I racconti proseguono con Where Does the Night Go, brano che viene impreziosito dal video realizzato da Michele Bernardi; guardatelo e avrete modo di entrare ancor più in profondità nello spessore concettuale ed evocativo di questo album.
Brano malinconico e lirico, Where Does the Night Go è una meditazione sulla trasformazione, sulla perdita e sul passare del tempo. Tutta la struttura del brano ruota sulle trame di pianoforte di Aiazzi che regalano preziosi attimi di malinconia.
Il mondo esterno cambia — “Everything has changed/ Outside’s unfrozen”— ma dentro qualcosa resta spezzato: “We’re not the same, something is broken”.
La notte che svanisce diventa metafora del senso di smarrimento e dell’irreversibilità del cambiamento, mentre la guerra interiore, come quella esterna, “is never over.”
Un’alba struggente che non consola pienamente ma chiama a un nuovo inizio incerto, i colori dell’arcobaleno brillano, la speranza c’è ma è incrinata; non salva ma resiste.

Intorno a questo fuoco che arde nella notte, in mezzo ai racconti, non poteva mancare un canto ancestrale, una ninna nanna in lingua sarda: Duru Duru.
La lingua stessa rafforza la connessione con la terra, con la memoria collettiva e un senso di mistero che trascende la semplice funzione di “calmare il bambino”.
La ninna nanna, qui, non è solo un momento intimo tra madre e figlio: è un canto arcaicoche affonda le radici in una saggezza contadina – duro ma affettivo, dove la vita e la morte si intrecciano senza retorica.
La crudezza simbolica del testo (“meglio che muoia il vitello che il bambino”) restituisce tutta la potenza evocativa di una tradizione orale antichissima, ancora viva nella lingua e nell’immaginario. Il brano si apre con sonorità calde e acustiche che si mescolano poi a stratificazioni elettriche ed elettroniche fino a contaminarsi di suoni e divagazioni sperimentali.

Siamo ad un passo dalla fine dell’album, il fuoco è quasi spento, l’aurora è alle soglie e Phoenix (Reprise) chiude questo rituale collettivo. Il brano sembra nascere come coda da quello precedente, è uno spazio sonoro strumentale che non custodisce risposte ma il nome stesso porta già in sé i semi del futuro; come le ceneri da cui rinasce l’araba fenice.

Con “The Vigil” ci troviamo in uno spazio temporale popolato da figure mitologiche, costellazioni, sogni, paure, echi tradizionali, cadute, attese di albe cosmiche; le sonorità sembrano evocare continui rituali che cambiano colore e spessore in ogni brano.

“The Vigil” è arcaico e attuale allo stesso tempo. È un album che ammalia sin dal primo ascolto ma che chiede anche tempo, attenzione e silenzio.
Tempo di gestazione interiore per essere riscoperto ad ogni ascolto. Un’opera che parla la lingua della notte, della resistenza emotiva, della bellezza dell’attesa.
Ogni notte più oscura custodisce in sé i semi dell’aurora come quella fenice che chiude l’album e che porta in sé i bagliori della rinascita; una veglia condivisa nel cuore dell’oscurità.

 Tracklist:

01. The Vigil
02. Phoenix
03. Soldiers
04. La Pace
05. Pandora
06. Where Does the Night Go
07. DuruDuru
08. Phoenix (Reprise)

Gusstaff Records