“It’s the Long Goodbye” – The Twilight Sad

The Long Goodbye - Twilight Sam

Articolo di Cristian Arnò

Kilsyth è un posto che non trovi sulle cartoline della Scozia. Un paese di ventimila anime a nord di Glasgow, senza l’alone romantico delle Highlands né il fermento della città. È da lì che vengono i The Twilight Sad, e in qualche modo si sente: nella musica non c’è niente di pittoresco, niente di addomesticato. C’è invece quella qualità specifica dei posti dove non succede granché, e dove chi ha qualcosa da dire lo urla.

James Graham e Andy MacFarlane si sono conosciuti a scuola e hanno fondato la band nel 2003, insieme al bassista Craig Orzel e al batterista Mark Devine. Il debutto arriva nel 2007 con “Fourteen Autumns & Fifteen Winters”, e la critica anglosassone se ne accorge subito: MacFarlane costruisce pareti di chitarra che devono qualcosa allo shoegaze più distorto, mentre Graham canta con un accento scozzese così marcato da sembrare quasi un dialetto a sé. Non è una scelta stilistica: è semplicemente come parla. Quel dettaglio, apparentemente minore, diventa uno degli elementi più riconoscibili della band — una voce che non ha nessuna intenzione di smussarsi per risultare più accessibile.

Negli anni seguenti la band evolve in modo coerente ma mai prevedibile. “Forget the Night Ahead” (2009) spinge verso un suono più oscuro e compresso; “No One Can Ever Know” (2012) porta dentro influenze industrial e krautrock, con la supervisione del produttore Andrew Weatherall.
Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave” (2014) allarga la base di fan, mentre «It Wont Be Like This All the Time» (2019) segna l’ingresso su Rock Action Records, l’etichetta fondata dai Mogwai, con cui la band condivide non solo il catalogo ma anche parte dei musicisti. Alex Mackay, bassista nel live team dei Mogwai, suona sull’ultimo album. Non è una coincidenza: è il segno di una comunità musicale scozzese che funziona per fiducia reciproca più che per logiche di mercato.

Il parallelo con i Mogwai è inevitabile ma va calibrato. Entrambe le band vengono da Glasgow, entrambe costruiscono musica su dinamiche estreme di volume, entrambe hanno poco interesse per la forma-canzone convenzionale. Ma i Mogwai sono fondamentalmente una band strumentale, post-rock nel senso più puro del termine, con quella vena di ironia nera che affiora persino nei titoli dei loro pezzi.
I The Twilight Sad invece non rinunciano mai alla voce e alla parola: il testo è il centro, il rumore è il mezzo per amplificarne il peso emotivo. Sono due modi diversi di abitare lo stesso paesaggio sonoro.

Il legame con i The Cure è di natura diversa, quasi biografica. Robert Smith ha portato i The Twilight Sad in tour nel 2016, un gesto che per una band di culto senza grandi risorse commerciali equivale a una forma di protezione e visibilità.
Da lì il rapporto si è trasformato in qualcosa di più profondo: Smith ha registrato una cover di un loro brano, ha contribuito in studio, e alla fine è comparso come musicista su tre tracce di “It’s the Long Goodbye”.
Graham e MacFarlane lo considerano parte della band. Non è un endorsement: è una parentela elettiva. E non è difficile capirne le ragioni — c’è qualcosa nel modo in cui i The Twilight Sad trattano il dolore, senza risolverlo e senza estetizzarlo, che richiama direttamente il Robert Smith di “Disintegration” o “Pornography”: quella stessa convinzione che certe cose vadano dette ad alta voce, con tutta la distorsione necessaria.

Nel 2025 la band diventa ufficialmente un duo. Escono il batterista e chitarristi che avevano fatto parte della formazione negli anni precedenti, e rimangono solo Graham e MacFarlane — i due che l’hanno fondata, i due che hanno sempre scritto tutto. In un certo senso, è un ritorno all’essenziale: due persone con qualcosa da dire e la strumentazione per dirlo nel modo più diretto possibile.

“It’s the Long Goodbye”esce il 27 marzo 2026 ed è il sesto album in studio.
Sette anni separano questo disco dal precedente — i più lunghi della carriera della band. Non è stata una pausa creativa: è stato il tempo necessario per attraversare qualcosa. Graham ha perso sua madre alla demenza frontotemporale precoce, diagnosticata nel 2016 e letale nel gennaio 2024. Nello stesso arco di tempo è diventato padre di due figli. La gioia e il lutto si sono sovrapposti senza mai annullarsi a vicenda, e il disco è la registrazione fedele di quella sovrapposizione.

A completare la formazione in studio ci sono David Jeans degli Arab Strap alla batteria e Alex Mackay dei Mogwai al basso.
Robert Smith contribuisce su tre brani con chitarra, tastiere e il suo Fender Bass VI. Tutto rimane nell’orbita di una scena che si conosce da decenni e che non ha bisogno di presentazioni formali tra i propri membri.

“It’s the Long Goodbye”si apre come sanno aprirsi i dischi che non chiedono il permesso: un muro di suono che arriva subito, senza preamboli.
La chitarra di MacFarlane occupa tutto lo spazio disponibile, eppure la voce di Graham non viene sepolta. Parte morbida, quasi sospesa, e proprio in quel contrasto sta il senso del brano.

Introduce il filo conduttore di tutto il disco Get Away From It All. Non è un tema, è una condizione. Quella di chi sta perdendo qualcuno ancora prima di perderlo davvero. L’abbandono anticipato, la demenza come separazione lenta che comincia molto prima della fine. Graham non usa metafore, non si nasconde dietro l’ambiguità che aveva caratterizzato i testi precedenti della band. Va dritto.
E quando arriva “Youre my mother”, non è una dichiarazione: è un grido. La frase più semplice del mondo, pronunciata nel momento in cui quella semplicità pesa di più. Non si smette mai di essere figli, anche quando si è già diventati genitori a propria volta.

Designed To Lose non apre nessuno spiraglio. È un brano che abita il fondo, quella zona dove ci si abitua al peggio fingendo di essere già altrove, già assenti, già morti nei pensieri. La rassegnazione non come pace ma come strategia di sopravvivenza. Siamo destinati a perdere, e forse anche a perderci nel processo: Graham lo afferma senza cercare di smentirlo.

Il momento più bello del disco nella sua prima metà è Attempt A Crash Landing – Theme. L’energia è diversa, quasi liberatoria nell’andamento, eppure il desiderio che racconta è quello di abbandonarsi, partire, guidare al buio senza una destinazione precisa. Spostarsi nell’incertezza come unica risposta possibile all’incertezza stessa. “It’s the long goodbye / It’s the leak in your eye” — il voler sapere e nello stesso tempo restare nell’ignoranza, tenere gli occhi chiusi ancora un momento. Il dolore che danza: non perché sia diventato leggero, ma perché ha trovato un ritmo con cui muoversi.

Waiting For The Phone Call fa una cosa precisa e crudele: mette un’energia quasi danzabile sotto il testo più angosciante del disco.
Graham racconta l’attesa della telefonata che annuncerà la fine, quell’ora sospesa in cui si sa già tutto ma non è ancora successo niente. Ma c’è qualcosa di più profondo sotto: il desiderio di non esserci più, di smettere di soffrire, il dolore che corrode la mente fino a portarla via. La consapevolezza di non essere in un sogno, ma di stare vivendo esattamente il contrario.
Una richiesta d’amore sospesa nel vuoto, senza risposta possibile. Robert Smith è qui con la sua chitarra, riconoscibile senza essere invadente. Il contrasto tra il movimento del brano e il peso di quello che dice è esattamente il punto: certe attese non si vivono immobili.

Arriva quando il disco ha già tolto ogni difesa, The Ceiling Underground. È il brano dei pensieri che affollano la soglia: tutto quello che non si è detto, tutte le domande che non avranno risposta, fermi in gola come un nodo che non si scioglie. Graham sembra chiedere, sottovoce, se la madre riuscirà a sentirlo da sottoterra. Se la distanza che si sta aprendo sia davvero definitiva. Un colpo al petto camuffato da canzone.

Il brano apre nel rumore, poi arriva la batteria, poi il piano: Dead Flowers. L’atmosfera è quella dei Cure in modo inequivocabile.  “Disintegration” è il riferimento più vicino, quella stessa capacità di costruire un muro di suono che non schiaccia ma avvolge, che non chiude ma espande. Robert Smith è presente con chitarra e tastiere, e la sua firma si sente senza che risulti una sovrapposizione. È il centro di gravità del disco: il punto in cui il dolore smette di muoversi e si ferma a guardarsi.

Il registro cambia, il brano si allarga e diventa corale, come se per un momento il peso venisse distribuito su più voci, più corpi, in Inhospitable/Hospital. È il momento in cui il disco respira in modo diverso, senza allentare la tensione ma cambiandone la forma.

Chest Wound To The Chest è forse il brano più semplice dell’intero album sul piano sonoro, e proprio per questo colpisce in modo diverso. Senza strati da attraversare, la voce di Graham e il suono arrivano diretti. C’è lo smarrimento di chi non sa come andare avanti, il desiderio di sapere se dopo ci sia qualcosa, non per conforto, ma perché non sapere è insostenibile. È il tipo di brano in cui ci si innamora di una band senza riuscire a spiegare esattamente perché.

Il brano successivo si apre con una sola chitarra acustica, scelta che dice già tutto. Quattordici anni: l’età in cui si torna, il punto in cui la madre era ancora il centro del mondo, prima che la vita costruisse distanza e complessità.
Sdraiarsi sul letto di quella stanza, piangere come si faceva da ragazzi, essere visti ancora da quegli occhi. È Back To Fourteen. Le tastiere entrano gradualmente, la voce sostiene il tema, poi verso la fine il brano si apre e si muove ritmato senza perdere le atmosfere cupe che attraversano tutto il disco.
Robert Smith porta qui il suo Fender Bass VI, lo strumento che ha segnato i Cure di “Disintegration”: profondo, rotondo, a metà strada tra chitarra e basso. Il suono perfetto per questo brano.

Chiude il disco nella stessa direzione in cui lo ha aperto Tv People Still Throwing Tvs At People, ma con qualcosa di diverso nell’aria. C’è un’atmosfera rarefatta che richiama – solo per sensazione, non per somiglianza diretta – certi momenti di Something in the Way dei Nirvana: qualcuno che si nasconde dentro il suono, che non accetta, che porta il dolore come un peso permanente. Graham non risolve niente, non consola niente.
Il dolore non se ne va. Non se ne andrà. Ed è esattamente il finale giusto per un disco che non ha mai preteso di guarire nessuno.

“It’s the Long Goodbye” è un album perfetto. nel senso più utile del termine: ogni scelta è al posto giusto, ogni brano giustifica la propria presenza, niente è di troppo e niente manca.
The Twilight Sad hanno fatto di nuovo qualcosa di raro — hanno trasformato il dolore privato in qualcosa di universale senza tradire né l’uno né l’altro. Chi ha perso qualcuno lo riconoscerà. Chi non lo ha ancora perso lo riconoscerà comunque.

Tracklist:

01. Get Away From It All
02. Designed To Lose
03. Attempt A Crash Landing
04. Waiting For The Phone Call
05. The Ceiling Underground
06. Dead Flowers
07. Inhospitable/Hospital
08. Chest Wound To The Chest
09. Back To Fourteen
10. Tv People Still Throwing Tvs At People

Foto Abbey Raymonde Kidstone/Raymonde/DLT