Giuda Mio Fratello è il progetto solista di Gioele Valenti, musicista siciliano che costruito ha definito negli anni un’identità artistica ben riconoscibile, spaziando tra territori diversi, dalla psichedelia al folk, fino a contaminazioni più elettroniche. Prima di arrivare a questo nuovo capitolo, Valenti ha lavorato con realtà come JuJu (Fuzz Club) e Herself, e ha avuto modo di collaborare anche con nomi importanti della scena internazionale come Mercury Rev e GOAT.
Il 29 gennaio 2026 ha pubblicato “Italia Infame”, il suo album d’esordio a nome Giuda Mio Fratello, in uscita per l’etichetta Fat Sounds e disponibile sia in digitale che in vinile.
È un disco che segna una svolta netta nel suo percorso: per la prima volta Valenti sceglie di scrivere e cantare in italiano, con un linguaggio senza maschere, tagliente e molto personale, capace di alternare sarcasmo e vulnerabilità.
Sul piano sonoro, “Italia Infame” mescola uno songwriting intimo e malinconico (con atmosfere che possono ricordare Sparklehorse) con una vena più ruvida e drammatica tipica di certo cantautorato italiano, richiamando suggestioni che vanno dai CSI a Cesare Basile, fino a Rino Gaetano.
A sostenere il disco c’è una formazione compatta: Ornella Cerniglia al piano, Laura Caviglia (Silver Y) al basso e Andrea Chentrens alla batteria, già legato alle esperienze JuJu e Herself.
È da queste coordinate sonore e umane che prende forma l’intervista a Gioele

Da dove nasce il tuo nome d’arte Giuda Mio Fratello? Ha una valenza simbolica e immaginifica oppure deriva da altro?
Nel momento in cui si è profilata la scelta del patronimico per questa band, è nata contemporaneamente l’esigenza di evocare lo spirito inquieto e ambivalente dei tempi che stiamo vivendo: un tempo strano, in cui il tradimento, come medium di massa, satura l’intero spettro costituzionale. Il patto tra Stato e cittadini è stato tradito, il lavoro è stato tradito.
Perfino l’arte, relegata ad ancella del Potere costituito ed espressione di una sovrastruttura che ha il denaro come unico moltiplicatore simbolico, ha tradito una promessa millenaria.
Eppure, il tradimento, visto come caduta nell’esperienza, come soglia per l’ingresso nella cruda realtà, riguarda tutti, come un rito di passaggio. In questa ottica, Giuda — icona negativa — rientrando nell’orizzonte di senso umano, diventa un doppio sempre più intimo, in cui ognuno agisce la propria storia personale. Per questo, Giuda è (anche) Mio Fratello
Il tuo stile parte da richiami psichedelici, folk ed elettronici, cosa ha portato questo cambio di rotta con le sonorità più indie pop di questo ultimo album?
A un certo punto, con il sopravanzare di tempi cupi e per molti versi grotteschi, ho sentito l’esigenza — coadiuvato dagli altri Giuda, Andrea Chentrens, Ornella Cerniglia e Laura Caviglia — di parlare più direttamente e un po’ meno per metafore, e di far confluire, nelle esperienze che hai citato (maturate in seno ai progetti Herself e JUJU), le costanti immaginali della mia adolescenza: tra pubblicità di marchi americani, l’inanità filmica degli anni ’80, l’edonismo reaganiano e terribili fotogrammi di cronaca — eravamo sul crinale discendente della fine degli anni di piombo. Tutto questo è conflagrato nell’esperienza di Giuda Mio Fratello.

Il disco parte da una dimensione più relazionale per poi spostarsi sul piano politico. Hai immaginato un percorso nell’ordine delle canzoni?
Sì, esiste una dinamica ascendente che, dal basso di una piramide politico-generazionale — sorta di inconscio collettivo — giunge all’intimità, non meno politica, di uno spaccato familiare tipicamente italiano (Parenti Stretti), in cui si riflette un disagio che, stavolta, dall’individuo si trasfigura in un’esperienza universale. La tracklist è stata scelta da tutti noi insieme al produttore, Roberto Cammarata, compagno di avventura.
Restando sul piano politico, in Povero Fulvio racconti una figura umana fragile, tra TSO, convinzioni distorte e un’idea di rivoluzione che resta soprattutto nelle parole. È un ritratto della tua generazione? C’è una riflessione sull’anestetizzazione delle nuove generazioni rispetto alla realtà?
Sebbene sia sempre arduo parlare di una canzone — aporia efficacemente sintetizzata da Frank Zappa nel celebre paradosso «parlare di musica è come danzare di architettura» — ciò che hai evocato risulta pienamente pertinente alla suggestione proposta.
Si intravede, inoltre, una critica a un vizio tipicamente italiano: l’attribuzione di una presunta superiorità morale alla sinistra – che, nel contesto nazionale, assume spesso i tratti della gauche caviar – e, specularmente, l’eccessiva centralità (in senso negativo) assegnata a una destra ancora sbrigativamente definita “fascista”, ma che appare piuttosto funzionale ai consueti poteri finanziari transnazionali.
Tuttavia, questa dicotomia sembra oggi sempre più svuotata, ridotta a una grammatica politica residuale. In tal senso, risuona — pur nella necessità di un approccio critico — la riflessione di Aleksandr Dugin, secondo cui la contrapposizione tra destra e sinistra costituirebbe ormai un dispositivo obsoleto, un simulacro ideologico incapace di interpretare il presente.
Il vero asse di conflitto si sposta altrove: verso una critica del paradigma liberale inteso come forma egemonica totalizzante, capace di assorbire e neutralizzare le differenze, riducendole a varianti compatibili con il proprio orizzonte. A ciò si aggiunge una diffusa insofferenza verso le forme di militanza virtuale, verso quei “rivoluzionari da tastiera” che surrogano l’azione con la sua simulazione.
La mia generazione, quasi impercettibilmente, è scivolata in una zona di stagnazione. I boomers, per un breve momento, avrebbero potuto incidere sul destino di questo Paese; ma, come in Trainspotting, hanno scelto — o siamo stati indotti a scegliere — le vacanze, la televisione, i social.

Il contrasto tra melodie indie pop e testi così crudi e diretti è una cifra consapevole del tuo progetto? Che significato ha per te?
Sì, hai detto bene, è la consapevole e scientifica cifra del progetto, che aspira a far del significante un veicolo “canticchiabile” per significati non digeribili.
La frase ‘basta continuare a ridere’ in Italia infame nasce da una disillusione verso il presente, da un distacco o da una forma di catarsi? Che tipo di sguardo rappresenta per te?
Sì e no. Sì, perché una risata – come giustamente osservi – ha qualcosa di profondamente catartico; ma è anche il segno di una crescente insofferenza verso la superficialità con cui si affronta ogni ambito dello scibile. Che si tratti del bombardamento di bambini innocenti o dei crimini, quasi inimmaginabili, di élite transnazionali, la percezione diffusa è quella di un’umanità assopita.
Eppure basta ancora – oggi come ieri – un film natalizio di dubbio gusto o una partita di calcio perché tutto sembri scivolare via, e la gente continui a vivere in una serenità apparente.
In Casellario giudiziario emerge un forte rifiuto dell’autorità: nasce da una consapevolezza con radici storiche o lo vivi come una dimensione più personale?
In effetti, l’intera cifra estetico-formale di Giuda Mio Fratello si articola lungo due direttrici: quella individuale e quella collettiva. Sul piano personale, la divisa suscita in me un certo disagio; ma, sul piano collettivo, appare sempre più evidente una deriva autoritaria che, in alcuni Paesi cosiddetti “democratici”, sembra sconfinare in una sorta di dittatura dolce. Essa si manifesta attraverso forme di censura talvolta quasi grottesche e un controllo panottico che richiama, per molti versi, suggestioni di memoria huxleyana. Il tutto, profondamente inquietante
Il disco usa un linguaggio duro per smascherare le contraddizioni dell’Italia, oppure c’è anche un’attenzione più ravvicinata a storie e contesti specifici, come quelli legati alla devianza sociale — tra tribunali, eroina e casellari giudiziari?
L’affresco, per molti versi cangiante, di Italia Infame mi appare come un inferno alla maniera di Hieronymus Bosch, attraversato da fenomeni di distrazione – e insieme di distruzione di massa – come l’eroina, e da forme di devianza sociale che sembrano incoraggiate da governi inetti, spesso asserviti a poteri transnazionali.
Si tratta di dinamiche generatrici di caos, e nel caos ogni responsabilità individuale tende a dissolversi nel collettivo.
Le contraddizioni che ne emergono sono, forse, solo apparenti: è mia opinione che nell’italiano persista una inclinazione al sadomasochismo, tanto irriducibile quanto, paradossalmente, pienamente vissuta.
Foto Viviana Bonura


