Nic T: l’artigiano del suono

Nic T è il nome d’arte di Nicola Traversa, cantautore, compositore e polistrumentista vicentino con un lungo percorso formativo alle spalle che lo ha portato a specializzarsi in chitarra jazz e in improvvisazione.
Nel 2015, con il gruppo di Oach, ha pubblicato l’omonimo disco, con sonorità vicine a quelle del folk inglese.
Da qualche anno ha intrapreso la propria ricerca solista (e in solitaria) a cavallo tra alternative folk, psichedelia, improvvisazione jazz e cantautorato sperimentale, confluita nei due album, autoprodotti e usciti entrambi con l’etichetta  Hora Records:  The Saint (2024) – il disco di debutto –  e The Use” (2025).
La sua scrittura riesce a trovare un equilibrio tra dissonanze, contrappunti, rumori ambientali e soluzioni vocali originali, mantenendo freschezza, raffinata delicatezza e spontaneità.
Dopo aver seguito l’uscita dei suoi due dischi e aver avuto l’occasione di ascoltarlo dal vivo, ho avuto il piacere di incontrarlo e di ripercorrere insieme a lui le tappe che lo hanno portato fin qui,  approfondendo alcuni aspetti del suo processo creativo.

Sono passati circa due anni dall’uscita del tuo primo album solista “The Saint” che hai composto, registrato e prodotto interamente a Londra. Vorrei partire dal momento immediatamente precedente: quando e perché hai deciso di trasferirti da Vicenza, la tua città, in Inghilterra?

Sono andato a Londra dopo aver completato lo studio e l’approfondimento della chitarra al Conservatorio. Il Conservatorio mi ha dato la possibilità di avere il tempo e lo spazio per approfondire la musica e lo strumento. Ho seguito questo percorso un po’ anche a modo mio, con delle divergenze e in side projects e ricerche personali nelle quali applicavo anche frammenti di ciò studiavo.

Dopo gli studi ho voluto lavorare per conto mio, per trovare la mia identità;  non riuscivo a sentirmi a mio agio nel creare qualcosa  che non mi rispecchiasse. Volevo togliermi da certi vincoli che mi creavano frustrazioni dovute ad aspettative che derivavano da un percorso incanalato. Per trovare queste grandi voci che sentivo nella mia testa, che sono poi quelle che sento un po’ anche adesso, ho voluto fare un percorso di vita, ho sentito la necessità di spostarmi.

Non so cosa cercassi esattamente da Londra, anche altre cose mi hanno portato lì, non solo la musica. Ho colto l’opportunità di scoprire un posto più grande, più vario, più energetico.

L’esperienza londinese è stata lunga quattro anni durante i quali tu hai allestito un home studio in cui hai composto e prodotto, non solo le tue canzoni, ma anche quelle di altri: qual è il lascito di quell’esperienza nella tua produzione musicale?

Tutto quello che avevo erano dei microfoni, una scheda audio, un computer, un amplificatore, chitarre, basso: questi erano gli strumenti.
Montavo e rimontavo tra la scrivania e il letto perché non avevo lo spazio per uno studio, però avevo la possibilità di registrarmi e ho coltivato anche questo aspetto del far musica: catturarla, ordinarla, arrangiarla per un formato audio.
Usando gli strumenti che avevo a disposizione ho provato – un po’ informandomi, un po’ andando per tentativi, un po’ per gioco – a catturarli come mi veniva.
In realtà, accontentarmi di cogliere l’attimo è stato anche un gioco di accettazione.
È stata una reazione alla frustrazione dovuta ai momenti di blocco di scrittura che avevo e che non accettavo.
Poi ho mollato un po’ la presa, l’ho lasciata leggera, e mi diverto di più. Mi sono reso conto di questa possibilità, di quanto in realtà possa essere facile.
Questo è quello che mi sono portato a casa da Londra.

Quando ho ascoltato “The Saint” la prima volta è stato dal vivo, poi sono seguiti gli ascolti su disco. Ho avuto la sensazione che fosse un disco “fatto a mano”, con una fortissima componente artigianale e di autoproduzione. A me pare che questo modo di lavorare sia la formula a te più congeniale, tanto che mi sembra che tu l’abbia mantenuta anche nell’ultimo disco “The Use”. È così?

Sì, sicuramente.
Come sulle registrazioni del primo disco ho voluto, anche per necessità e per continua ricerca personale, arrangiarmi a registrare la mia musica. Sento che mi riesce facile perché il flusso creativo e la realizzazione sono più fluidi rispetto al lavoro fatto con altri che gestiscono anche quell’aspetto.
Per facilità e per necessità ho voluto quindi arrangiarmi – tolta qualche collaborazione con i musicisti della mia band che sono venuti a fare qualche registrazione dei loro strumenti – e mantenere un po’ quell’approccio.
Le canzoni su “The Saint” sono state registrate il giorno stesso in cui le ho composte, le ho registrate mentre scrivevo l’arrangiamento; quelle di “The Use”, invece, sono state arrangiate e scritte prima. Le ho anche suonate tanto ai concerti e, dopo averle suonate dal vivo, le ho registrate la scorsa estate una settimana dopo l’altra, eccezion fatta per un paio di brani che ho scritto durante la registrazione per mettere nel disco qualcosa che fosse abbastanza fresco anche per me.
Le cose in comune tra i due dischi sono l’approccio, come hai detto tu, e lo svolgimento tecnico di registrazione.

A conti fatti resti tutto sommato un one man band, anche se hai dei musicisti bravissimi con cui vedo che stai lavorando soprattutto nei live (Nicolò MasettoQUI la nostra recensione – , Luca Sguera, Ed Bernez n.d.r.). Non ti è mai venuta l’idea di tornare a una ricerca condivisa con altri come nel tuo primo progetto non solista di Oach, e avere una band?

Con di Oach scrivevamo assieme, anche se le canzoni partivano da me poi l’arrangiamento si creava tutti assieme, mentre adesso trovo più funzionale, più appagante, più quieto e sereno e fattibile scrivere e arrangiare in autonomia e indipendenza.
In realtà adesso con la band attuale la cosa è partita, li ho coinvolti dando loro delle melodie da suonare con i loro strumenti.
L’idea non è mai stata quella di riprodurre gli arrangiamenti del disco con la band live.  Ho sempre voluto che le mie canzoni potessero essere fluidamente suonate con arrangiamenti diversi, con intenzioni diverse, con strumenti diversi partendo dalle melodie che scrivo.
Mi incuriosisce averle libere da un suono definito e piuttosto adattabili al contesto, alla situazione, ai musicisti con cui mi trovo a suonare.
Ora sto lavorando principalmente con la band, e devo dire che sono venute fuori delle cose con un suono che mi piace moltissimo, di conseguenza, sto già pensando che, se dovessi scrivere canzoni nuove, mi piacerebbe lavorare anche in fase di registrazione con loro.

I tuoi brani sono come dei quadri immediati in cui riesci a condensare mondi e hanno uno svolgimento di breve durata. Qualche volta durano poco più di un minuto, raramente superano i due minuti. Questa scelta da cosa è dettata?

Non è una scelta in realtà, forse è un assecondare un po’ la mia pigrizia a sviluppare qualcosa di più lungo. Semplicemente è un accontentarmi delle idee che vengono fuori abbastanza di getto. Mi piace molto pensare alla canzone in modo verticale. Anche se è di breve durata può esserci abbastanza materiale per raccontare una storia e può esserci un’intensità di arrangiamento anche all’interno di un tempo ridotto.

Molti dei tuoi brani sono ballate intime introspettive e anche molto visive, talvolta sono fiabesche, ironiche, surreali. La lingua che utilizzi è l’inglese e sembra anche la scelta più naturale per il tipo di musica sperimentale che fai e che ha una matrice indubbiamente folk. Sembra quasi che la parola sia utilizzata come suono ancor prima che come portatrice di un significato.
È così?

Mi piace come suona, questa è un po’ la risposta totale a tutto.
Penso alla voce, alla lingua inglese o italiana, come alla scelta di uno strumento, come alla scelta di una chitarra elettrica piuttosto che acustica.
La scelta della lingua inglese è legata proprio al suono che ha e anche alla componente visiva che hanno le parole, e poi, anche a come sono più divertenti per me da incastrare.
È qualcosa che deriva dal fatto che quello che ho ascoltato è stato principalmente musica cantata in inglese e quindi quello è per me il suono della voce.
Scelgo le parole giocando con un cantato abbastanza generico e provo a incanalarle, e poi, una cosa tira l’altra, un po’ di ritmica o di assonanza e le rime che mi spingono a pensare anche a un concetto che leghi queste parole tra di loro.
Queste immagini che vengono fuori compongono anche la storia della canzone che viene fuori man mano, un verso tira l’altro quando scrivi, e continui un po’ a valorizzare il suono che avevi pensato e quindi sì, in realtà tutto è sempre molto guidato dal suono che hanno le parole.

La tua musica ha una forte componente sperimentale ma riesce a restituire allo stesso tempo tantissima spontaneità e freschezza. In che modo componi la tua musica e scrivi i testi?

Finora la maggior parte delle canzoni sono partite dalla linea della chitarra, poi arriva la voce scritta con l’ausilio della chitarra.  Ovvero, suono con la chitarra anche le melodie che canto. Questo dà supporto e solidità alla voce, che è una cosa in cui sento di non avere una forte stabilità.
Costruisco l’idea così e poi cerco di scrivere su carta o su PC gli spartiti che hanno le melodie della chitarra e della voce e aggiungo altre melodie, scritte anche quelle con la chitarra.
L’idea è che queste melodie, come dicevo anche prima riguardo al suonare con la band, possano essere fatte da diversi strumenti con diversi suoni. Il divertimento in studio per me è quello di scegliere quali suoni andranno a suonare determinate melodie, e questo comprende anche altre voci secondarie o cose che possono essere poi doppiate e suonate anche da altri strumenti.
Mi piace pensare agli arrangiamenti in modo strutturato, mi piace crearli già in partenza molto strutturati per poi andare a togliere in fase di arrangiamento e sminuzzare queste strutture e lo svolgimento della canzone.

Ti ho conosciuto subito dopo l’uscita del tuo primo disco, il contesto era molto bello, intimo, un house concert con un pubblico molto attento di appassionati. Tu pensi che questa sia la dimensione più congeniale per l’ascolto live della tua musica e, qualora lo fosse, perché?

In realtà sì, non dico per forza da solo in acustico, mi piacerebbe anche suonare con la band in acustico o con la band in elettrico.
Con la band ho fatto anche un house concert da poco, a Verona, con un numero di persone più o meno simile a quello dell’house concert a cui fai riferimento tu.
Devo dire che è una dimensione che mi piace molto.
Mi è capitato di essere stato invitato a suonare anche su palchi un po’ più grandi, o in club venue e mi sono sorpreso, perché comunque ho provato anche in questi contesti una sensazione di raccoglimento e di risonanza.
Ovviamente in un house concert la situazione è più conviviale, più umana, ed è sempre piacevole per me. Non dico che lo farei sempre, però sono momenti belli durante i quali mi piace condividere la musica in modo un po’ più ravvicinato.

Mi colpiscono molto le copertine e il progetto grafico dei tuoi dischi. So che i disegni sono tutti tuoi e sono disegni che hanno sempre un rimando al mondo animale e alla natura. Puoi dirci qualcosa di più in merito a questa tua passione per il disegno e anche al significato delle immagini?

Mi fa piacere questo interesse, anche perché è un altro aspetto del creare e condividere che in realtà mi piace.  Mi è sempre piaciuto disegnare. Ho iniziato a farlo molto tempo prima di suonare la chitarra. Ho studiato al Liceo artistico ed è una passione che ho sempre coltivato, quella per il disegno in special modo, più che quella per la pittura.
Mi è sempre piaciuto provare a dare una versione grafica dell’immaginario presente nelle canzoni. Per la copertina di “The Saint” ho scelto un’immagine presente nel testo della title track (“ The Saint is/starving for stones/feed two horses carrying bones/still can’t die/carving light/for hours”).
Nella copertina di “The Use” ci sono due uccelli, due gazze ladre che osservano una fiamma.
La gazza ladra è presente nella canzone Soon (“The magpie saw you crying ond the roof,/said Elda”). In una strofa parlo anche di una banconota in fiamme (“I tried to make you laugh/ by setting cash on fire”). Avrei voluto rappresentarla mentre fluttuava, poi la banconota è scomparsa ed è rimasta la fiamma.
In origine questo brano avrebbe dovuto essere la title track, poi ho cambiato idea e ho pensato che “The Use” potesse funzionare meglio come collante di tutte quante le canzoni, dato che è un concetto abbastanza generico, libero da interpretazioni e più universale.

I tuoi due dischi sono usciti con l’etichetta Hora Records con cui hai ormai un rapporto consolidato…

Il rapporto con Hora Records è molto diretto e familiare.
C’è un rapporto di amicizia tra me, Filippo e gli altri che ne fanno parte.
Stefania D’Eri, ad esempio, si è occupata della grafica, del layout, del concept, contestualizzando i miei disegni a fianco delle canzoni in modo molto specifico e evocativo. Sono molto contento di lavorare con lei, è sempre molto divertente e stimolante trovarsi per lavorare alle grafiche.
Tutti loro sono musicisti e hanno avuto tante esperienze di concerti, di produzione, di promozione e di distribuzione.
Mi sento sereno nel sapere che ho qualcuno che mi appoggia se voglio scrivere della musica, pubblicarla o stamparla in formati concreti e promuoverla.
Mi fa piacere avere il loro supporto strutturato per una serie di aspetti che io faccio fatica a gestire per i miei limiti di conoscenza e di mezzi.

Ti ringrazio molto Nic per tutto il tempo che mi hai dedicato, aspetto il tuo prossimo concerto!

Grazie mille a te Michela, a presto!