Uno degli aspetti più belli, ogni volta che parto, è il ritorno.
Sarà un po’ un’opinione impopolare, ma tornare a casa, tornare alle mie abitudini, alla mia seppur banalissima routine, è una parte del viaggio.
Triste magari, patinata da un velo di malinconia più o meno spesso, ma una parte che in fondo o – talvolta – in superficie mi dà sempre piacere.
Ma il ritorno è anche un momento del viaggio in cui mi faccio domande, in cui stilo un resoconto di quel che ho visto e vissuto. E torno sempre, inevitabilmente, un po’ cambiata.
E “Ritorno” è anche il titolo dell’album di cui oggi vi propongo l’ascolto, opera prima solista del cantautore e polistrumentista Nicolò Masetto, classe 1992, bassista e contrabbassista di formazione.
Nicolò ha esordito musicalmente nell’improvvisazione e in ambito jazz, ha lavorato – e lavora tuttora – come polistrumentista in diversi progetti e collaborazioni (Collettivo Immaginario e Mamuthones per citarne un paio), tutti progetti accomunati dalla peculiarità dei suoni e dalla commistione e sperimentazione sonore.

Dall’esplorazione, dalla collaborazione e dal confronto, è sorto per Nicolò il desiderio di far convergere la propria storia e il proprio percorso musicale in un album completamente proprio, totalmente autoprodotto e quasi autonomamente suonato (con il prezioso ausilio di Nina Baietta alla voce e ai cori, di Andre Marie Davì al vibrafono e noise guitar, e altri musicisti che hanno impreziosito e perfezionato il lavoro intervenendo a più riprese), uscito lo scorso 13 giugno.
Ha scritto Nicolò di “Ritorno”: “non è solo un punto d’arrivo, ma un gesto al tempo stesso di memoria e ricostruzione, che parte dal dubbio radicale su cosa significhi davvero ritornare”. Si tratta di un disco interrogativo, meditativo, assolutamente non incasellabile – ma questo potete immaginarlo da voi.
Per non lasciarvi nel limbo del completo dubbio, stiamo parlando di elementi fondamentali legati al cantautorato, ma intrecciati con molta sperimentazione, in particolare con la cosiddetta “musica cosmica” tedesca degli anni Settanta, ma anche con l’ambient e tanta improvvisazione.
Concettualmente i pezzi del disco sono pagine di un possibile flusso di coscienza che, più che fornire risposte o narrare, costituiscono le tappe in un viaggio fisico e metafisico attraverso la scoperta del sé, del proprio mondo spirituale.
Sette tracce, non molte per un album, ma che si prendono tutto il loro tempo, senza sgomitare per rientrare nei canonici 3 o 4 minuti della canzone-tipo.
Quasi tutti i brani, infatti, raggiungono e superano i 6 minuti, anche di parecchio, in alcuni casi.
“Ritorno” è stato preceduto da due singoli, ovvero Corpi e Lancette; ma ho deciso che seguirò le tappe ordinate nella tracklist dell’album per esporvi il mio racconto, proprio come in un viaggio.
Si inizia con Incipit, splendido brano strumentale che ho identificato subito, sin dal primo ascolto, come la possibilissima soundtrack di un film di animazione di Miyazaki: la ascolti, ti perdi, non ti domandi nulla, ma ti lasci accompagnare in un mondo visionario, che, sono sicura, sarà diverso per ciascuno di voi, come lo è stato per me a ogni singolo ascolto.
Segue il mio brano favorito tra tutti, La Folle: un’ amalgama di suoni sconnessi, dissonanti, ma perfettamente e plasticamente connessi, che incalzano assieme a una linea vocale bellissima, ipnotica e psichedelica.

Più mi immergo, più percepisco “Ritorno” come un peregrinare senza mappa, senza una destinazione predefinita, come se il punto di approdo fosse una conseguenza dell’ondivagare nel vuoto, tra concetti astratti e riflessioni talvolta randomiche: si tratta esattamente della soundtrack che abbinerei alle mie sensazioni legate al ritorno da un viaggio. Come l’ha definito l’autore, possiamo considerare questo disco come “il risultato di un attraversamento”.
Corpi, il primo singolo, uscito lo scorso marzo, è probabilmente il pezzo che più si avvicina a quelli che si intende comunemente come canzone. Ma non aspettatevi certo un percorso prevedibile: ci troviamo davanti a una crescente ode che sembra fluttuare in contemplazione nel vuoto, scandita da una pulsazione che pare “astrale”: non saprei spiegarla altrimenti.
“Ode al tuo silenzio, che tanto mi è costato/ preghiera maledetta di essere salvato/ Ode al mio silenzio che il canto mi ha insegnato, preghiera maledetta per te che sei tornato” : così recita Ode, all’alto della propria melodia, mantenendo il mood etereo dell’album senza grandi virate. Radici è il brano che mi ha riconnesso al mondo terreno, grazie ai suoi suoni più “caldi” e al ritmo materico che ne denota il costrutto.
Lancette scandisce la musica con un pulsare lento e inesorabile, proprio come il tempo che – non dimentichiamolo – è solo un’astrazione umana, un concetto – non concetto a cui siamo forse troppo legati, e da cui siamo certamente troppo dipendenti.

Il risveglio e l’approdo in “Ritorno” avvengono con un Sogno: una lunghissima improvvisazione ambient-jazzistica, una sperimentazione che però è certamente cosciente.
Quel qualcosa da cui è partito tutto il viaggio di Nicolò Masetto, diventa anche punto di sbarco di questo vagabondare visionario da parte di un musicista-viandante che è tornato sicuramente più consapevole, se non del proprio Sé profondo, quantomeno delle potenzialità artistiche del proprio Io.
Sono certa che, dopo questa lettura, non vi sia perfettamente chiara l’essenza di “Ritorno”: e questo è un bene.
E’ un bene perché ciascuno di noi ha un proprio personalissimo viaggio da compiere.
Nella vita, nella propria mente, nella propria anima.
Ci sono dischi che non vogliono accompagnarti in un viaggio organizzato nei minimi dettagli; vogliono piuttosto darti la possibilità di fermarti.
Vogliono suscitare pensieri, aiutare a porsi le domande giuste. Che a volte, sono più importanti e salvifiche rispetto alle risposte.
“Ritorno” è uno di questi dischi: buon ascolto.
Tracklist:
01. Incipit
02. La Folle
03. Corpi (Extended version)
04. Ode
05. Radici
06. Lancette (Extended Version)
07. Sogno


