Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: Charlie Risso

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Venerdì 3 aprile, la songwriter e producer Charlie Risso presenta il suo nuovo album “Rituals”, un viaggio musicale sospeso tra sogno, magia e introspezione.
Tra dream pop, dark folk e avant-pop, l’album si sviluppa come un vero e proprio concept che esplora le zone notturne dell’animo umano, trasformando ogni brano in un rito e intrecciando temi come solitudine, desiderio di trascendenza, fragilità della fede e il confine sottile tra luce e oscurità.

In questo “Batti 5”, Charlie racconta il percorso creativo che ha portato alla nascita di “Rituals”: dall’intimità dei brani alla collaborazione con Brian Lopez (Calexico), dalla reinterpretazione intensa della cover When You Finish Me dei The Black Heart Procession, fino all’approccio delicato a temi complessi come la violenza domestica.

Un racconto in cui la musica diventa evocazione, spazio di riflessione e guida emotiva, accompagnando l’ascoltatore attraverso un universo sospeso e ipnotico, fatto di immagini, simboli e sensazioni profonde. Siamo felici di averla ospite nella nostra rubrica.

 

“Rituals” è descritto come un concept album che esplora le zone notturne dell’animo umano. Come hai deciso quali ‘riti’ musicali inserire in questo percorso?

In realtà non c’è stata una scelta così razionale.
Per me tutto è un rituale, anche le cose più semplici. Scrivere, suonare, ripetere un gesto finché non cambia qualcosa dentro.
Le canzoni sono arrivate in modo molto naturale, seguendo dei passaggi emotivi più che un’idea precisa. Mi interessava attraversare certi stati — non raccontarli da fuori.
Quindi più che decidere quali riti inserire, li ho riconosciuti mentre accadevano.

La title track e Let’s Move Somewhere Else vedono la collaborazione di Brian Lopez: che valore aggiunto ha portato la sua chitarra?

Brian ha un modo di suonare molto evocativo, molto visivo. Non riempie, apre.
Ha portato una dimensione più ampia, quasi cinematografica, ma senza mai togliere spazio alla fragilità dei brani.
È come se avesse creato delle aperture dentro le canzoni, dei paesaggi.  poi c’è stata una sintonia molto naturale, senza dover spiegare troppo.

La cover di When You Finish Me dei The Black Heart Procession assume una dimensione intima e femminile. Perché hai scelto proprio questo brano e cosa volevi trasmettere reinterpretandolo?

È una canzone che mi è rimasta addosso dal primo ascolto. C’è qualcosa di molto crudo ma anche molto trattenuto. Mi interessava entrarci dentro in modo più intimo, quasi spogliarla.
Non tanto renderla “femminile”, quanto attraversarla da un altro punto di vista, più vulnerabile, più esposto.
È una resa, ma anche una forma di lucidità e ammetto di essermi commossa durante la registrazione.

In The Dust affronti la violenza domestica. Come ti sei preparata a tradurre un tema così complesso in musica senza perdere la sensibilità del racconto?

Non volevo raccontarla in modo diretto o descrittivo. Sarebbe stato troppo.
Mi interessava restituire una sensazione, una tensione costante, qualcosa che si insinua lentamente. Credo che certi temi vadano avvicinati così, senza forzarli.
Restando molto attenti a non trasformarli in qualcosa di “narrativo” o spettacolare.

Free to Leave e Stray Dog chiudono l’album con un senso di liberazione e solitudine. È intenzionale che l’album finisca lasciando l’ascoltatore in una sospensione emotiva?

Sì, ma non come un’idea costruita a tavolino. Era più una sensazione giusta per chiudere quel percorso. Non volevo una vera risoluzione. Piuttosto uno spazio aperto.
Una forma di libertà che però non è rassicurante. Qualcosa che resta, anche dopo.