“Tiny Space” – Georgeanne Kalweit

Articolo a cura di Cristian Arnò

“Tiny Space” è l’opera prima a nome proprio di Georgeanne Kalweit. Cantautrice di Minneapolis, milanese d’adozione da trent’anni, con una carriera che passa dai Delta V a Kalweit and the Spokes fino a The Kalweit Project, e collaborazioni con Vinicio Capossela, Calibro 35 e The Dining Rooms.

Era arrivato il momento di qualcosa di proprio, un disco che fosse solo suo. Complice un divorzio, un lockdown, un organetto Bontempi recuperato da una discarica che non smette mai di farsi sentire lungo tutto il viaggio.

“Tiny Space” non si ascolta, si attraversa. È un viaggio, non una giornata: con le sue soste, le sue accelerazioni, i momenti in cui la strada si fa dritta e quelli in cui ti ritrovi fermo a un bivio senza sapere da che parte andare.

Kalweit apre con la title track come se stesse descrivendo un risveglio spaesato. Il tuo piccolo spazio, la tua camera, il mondo ancora fuori fuoco. C’è Lou Reed in quella sospensione ovattata, c’è la domenica mattina dei Velvet Underground. Non importa chi ci sia nel letto, non importa cosa sia stato ieri. Il centro sei tu, il tuo risveglio, il guardare il tutto come fosse un giorno nuovo.

Poi arriva Egoverse e ti ritrovi davanti allo specchio. Quei momenti in cui ti raffronti con te stesso e con l’universo intero. I delay e i cori accompagnano tutto il brano, si moltiplicano, ti avvolgono. Hai sempre questo bisogno di rinascere, e allora ti siedi in cima al mondo, osservi tutto dall’alto. Andrà bene o male? In fondo che importanza ha. Stiamo rinascendo, e questo basta.

Heavenly Thoughts parte lenta e poi si apre in un andamento surf punk meraviglioso. L’organetto sotto la chitarra è ipnotico, le sovraincisioni si moltiplicano, la batteria porta avanti il tutto. E noi? Abbiamo voglia di guardarci attorno, di ricominciare, forse persino di amare di nuovo. Non è semplice, le rinascite non devono guardare troppo al passato. Milioni di facce passano davanti alla nostra porta, i pensieri sono ancora pesanti. Ma alla fine qualcosa ci porterà altrove.

Call an Ambulance riporta tutto dentro. È il bisogno nostalgico, i pensieri che ti travolgono mentre cammini verso qualcosa, forse verso il domani, ma la mente torna a ciò che è stato. Siamo bloccati, avremmo bisogno di chiedere aiuto. Il brano è evocativo, le parti di organo e l’elettronica portano avanti un loop che segue tutta la strofa senza mai fermarsi. Ma alla fine chiudiamo tutto. Rimetti tutto in una scatola, continui a camminare.

L’andamento di Ten Pins è coinvolgente fin dall’inizio. Le piccole dissonanze danno al brano la giusta tensione, quella di quando urli, di quando qualcosa non funziona, di quando ti arrabbi. Non puoi trattarmi così. Ma poi tutto passa. Si volta pagina, e il brano si conclude sospeso, come sempre accade dopo la furia vera.

Con Soft Shoulder l’organetto torna a sottolineare la voce e la batteria avvia una marcetta gentile. Spazi aperti. Sei alla guida della tua auto, il paesaggio scorre lento, ed è il momento in cui tutti i tuoi pensieri trovano finalmente spazio. La strada scorre dritta, quello che appesantiva la mente si dissolve. Il conforto. Il primo vero respiro dell’intero viaggio.

Crystal Clear porta con sé una consapevolezza, ma velata. La stessa sensazione di trovarsi davanti a un bivio, l’indecisione sulla strada da prendere, il dubbio che sia la scelta giusta. Non l’illuminazione improvvisa, non la certezza. Ma quella lucidità scomoda di chi vede la strada senza sapere ancora dove porta.

Il basso fuzz in sottofondo di Fumbling Through February fa impazzire. La produzione di Ferrario anche qui è perfetta. Febbraio come metafora del risveglio dal torpore, il momento in cui torni a danzare. Arriva la primavera. Ancora la rinascita, ancora quel moto che si rimette in marcia prima che tu abbia deciso di lasciarlo andare.

International Intrigue Time Zone è forse il brano più elettronico dell’intero album. Una confusione misurata, dove ogni elemento scomposto è messo insieme magistralmente. La confusione dei luoghi, il perdersi nel tempo. Le voci si sovrappongono tra parlato e cantato, i confini si sciolgono. Non sai più dove finisce una cosa e dove inizia l’altra, e per una volta va benissimo così.

Si chiude con Bullet Holes, il brano perfetto per chiudere questo viaggio. Troppe ferite da rimarginare, un brano sospeso in cui la linea di basso ti guida mentre gli altri suoni portano confusione. Il pensiero a ciò che fa male. Non è un finale di redenzione. È qualcosa di più onesto: la consapevolezza che alcune cose lasciano un segno, e che si può tornare a camminare lo stesso.

Georgeanne si muove con naturalezza tra il post-punk e il rock psichedelico, con echi di PJ Harvey e Kim Gordon, senza mai risultare derivativa. La sua scrittura, ironica, malinconica, eccentrica, costruisce immagini che arrivano prima attraverso il suono e poi si sedimentano nelle parole.

Tracklist:

01. Tiny Space
02. Egoverse
03. Heavenly Thoughts
04. Call an Ambulance
05. Ten Pins
06. Soft Shoulder
07. Crystal Clear
08. Fumbling Through February
09. International Intrigue Time Zone
10. Bullet Holes

Nos Records Foto Matteo Ceschi