Articolo a cura di Cristian Arnò
Ci vorrebbe più musica da ascoltare, soprattutto di qualità. Può sembrare la frase di un vecchio brontolone, ma il tempo scorre e ne abbiamo sempre meno. Non è che la buona musica non esista, tutt’altro, ma bisogna andarla a cercare, scovare, dissotterrare. In un periodo in cui tutto tende al mainstream, fa ancora più strano che certa musica fatichi a emergere. Herbert Pagani accende questo pensiero.
Ne parliamo oggi nella rubrica ‘Parole’, perché i testi di Pagani mostrano quanto il linguaggio sia uno strumento prezioso: capace di raccontare storie, suscitare emozioni e lasciare un segno indelebile.
Pagani appartiene a quella rara categoria di artisti per cui la canzone non è mai stata soltanto intrattenimento, ma uno spazio di ricerca e di espressione totale. La sua scrittura si distingue per una densità non comune: ogni parola sembra scelta con cura, ogni immagine costruita per restare, per depositarsi nella memoria di chi ascolta. Nei suoi brani convivono tensione poetica e coscienza critica, con uno sguardo capace di attraversare il privato e il collettivo senza soluzione di continuità.
Il suo percorso si sviluppa tra Italia e Francia, due mondi culturali che riesce a tenere insieme senza mai appiattirsi su uno stile dominante. In Francia trova un terreno fertile per la sua idea di canzone d’autore, più attenta al testo e alla narrazione, mentre in Italia resta una figura più defilata, forse proprio perché difficilmente assimilabile alle logiche del mercato. Questa sua “irregolarità” è anche la chiave del suo valore: Pagani non segue le mode, le attraversa, spesso anticipandole.
Accanto alla musica, la sua attività nelle arti visive e nella comunicazione contribuisce a definire un profilo artistico complesso e coerente. Non si limita a esprimersi: costruisce veri e propri mondi, in cui parola, immagine e suono dialogano tra loro. È in questa visione ampia che si coglie la sua modernità, ancora oggi sorprendente.

Riscoprire Pagani significa anche interrogarsi sul rapporto tra successo e memoria: su come sia possibile che una voce così riconoscibile, così ricca di contenuti e di visione, possa essere rimasta ai margini del racconto culturale italiano. Eppure, proprio questa distanza dal centro lo rende oggi ancora più necessario, quasi una voce da ritrovare con attenzione, fuori dal rumore.
In questo contesto non importa quanto tempo sia passato o quanto ancora questo scorra: l’arte è un affare di famiglia riportato alla luce da Caroline Pagani, attrice, autrice e cantante poliglotta, specializzata in drammaturgia. Ha impiegato due anni per costruire “Pagani per Pagani” (2024), doppio album dedicato al fratello Herbert, cantautore, pittore, scultore e speaker radiofonico scomparso nel 1988 a quarantaquattro anni.
Un artista che in Francia era considerato tra i maggiori chansonnier della sua generazione e che in Italia è stato quasi dimenticato. Eppure i suoi testi riemergono intatti: è sua la penna dietro Teorema, la canzone che nel 1981 rese celebre Marco Ferradini, testo di Pagani su musica di Ferradini. Un dettaglio che dice già tutto sulla natura di questo autore: spesso presente, raramente riconosciuto.
Herbert Pagani era un autore del bel canto, un artigiano della parola che sapeva appoggiarsi su arrangiamenti orchestrali ampi, costruiti per sostenere testi di sostanza. Quella stagione della canzone d’autore italiana, la canzone che si prendeva il lusso di essere densa, elaborata, orchestrata, non esiste più.
Pagani per Pagani: un abbraccio alla musica, al teatro, all’amore, alla vita.
“Pagani per Pagani” lo ricorda senza nostalgia, ma con chiarezza. Il disco, autoprodotto, conta ospiti importanti come Fabio Concato, Shel Shapiro, Moni Ovadia e altri, compagni di viaggio in un’opera che ha vinto la Targa Tenco 2025 come Miglior Album a Progetto. Al centro ci sono lei e le canzoni di Herbert.
Palcoscenico è il brano di apertura del disco ed è la scelta perfetta.
Una denuncia tutt’altro che velata sulla necessità di prostituirsi per vendere, sul mercato che premia chi canta d’amore o di sottane e ignora chi ha qualcosa da dire. Ma Pagani la rovescia con ironia: a teatro puoi tutto, puoi cantare rosso su melodie rosa, puoi fare e disfare le regole. È un brano divertente, quasi una dichiarazione di indipendenza. Spegni la televisione e vieni a teatro. Caroline, che dal teatro viene, lo interpreta con la naturalezza di chi abita quel mondo da sempre e sa che certe battaglie non finiscono mai.

Albergo a Ore è l’adattamento italiano che Pagani fece di Les amants d’un jour di Édith Piaf. Qui immaginifica l’amore, la morte: tutto passa attraverso gli occhi del barista dell’albergo, che racconta l’arrivo dei due amanti con la precisione e la delicatezza di chi osserva qualcosa di raro. È una delle canzoni di Herbert che più hanno attraversato il tempo, cantata da artisti del calibro di Gino Paoli e Ornella Vanoni, entrambi scomparsi di recente, che ne avevano fatto un piccolo classico del repertorio italiano. Nel disco di Caroline, affiancata da Danilo Rea al pianoforte solo, quella storia torna nella sua forma più essenziale.
Cento Scalini è la rappresentazione dell’amicizia e dell’amore da raggiungere, nel senso più letterale: qualcosa che si conquista salendo. È una fotografia d’epoca ingiallita, uno spaccato di vita nei palazzi e nei cortili che rimanda dritto alla tradizione della chanson francese del periodo, a quel modo di raccontare il quotidiano con dignità e poesia. Per chi in quei cortili ci è cresciuto, il brano arriva con una precisione quasi fisica. Affidata a Francesca Della Monica, è probabilmente il momento più lirico del disco, e non potrebbe essere altrimenti.

Da Niente a Niente (Volo AZ 106) è una canzone meravigliosa. La malinconia sospesa in volo, sugli autobus del cielo: il viaggio senza destino, il passaggio da un luogo all’altro senza mai effettivamente arrivare. Fabio Concato la accompagna con la misura giusta, senza toglierle il respiro. E poi arriva la citazione a Tenco, diretta e dolorosa: Pagani immagina che se invece della pistola Tenco avesse preso il passaporto, forse oggi non sarebbe morto. Non è una citazione d’effetto. Herbert fu l’ultimo a intervistarlo, in diretta su Radio Montecarlo nel novembre 1966, poche settimane prima della tragedia di Sanremo. Quella perdita era personale, e si sente.
La Mia Generazione è forse il brano più intimo del disco. Parla dell’amore familiare e del dolore dei figli quando i genitori si separano, ci sono dei passaggi del testo davvero intensi, “E quando la domenica salivo in quel lettone, c’era un profumo solo e non di due persone. Miracoloso, eppure tanto vero, che sono il figlio di questo amore intero. E per essere uomo e per essere me, voglio ripetere il miracolo con te.”
Di quella frattura che si sente anche nel silenzio di un letto che profuma di una persona sola invece di due. L’autore affronta nel testo la separazione dei genitori augurandosi di non viverla e di poter fare di meglio con il suo di amore “Non c’è passato che ci fermerà, il nostro amore è un’altra verità. E per essere uomo e per essere me, questo miracolo lo facciamo io e te.”
La speranza del sentimento eterno. È ancora una volta l’amore al centro, come del resto in tutta la produzione di Herbert: non come tema facile, ma come materia da maneggiare con cura e responsabilità. La speranza del sentimento eterno, cantata da chi sa quanto costa perderlo.

Le parole non basterebbero per rendere giustizia a ogni singolo brano di questo disco, e forse non è nemmeno quello il punto.
“Pagani per Pagani” va ascoltato per intero, lasciando che la voce di Herbert emerga da ogni traccia: da Serenata a Signor Caruso, da Il Condannato a Lombardia, adattamento del Le Plat Pays di Jacques Brel che Pagani fece propria fin dal 1965.
La grandezza di Herbert stava anche in questo: nel saper attraversare mondi diversi senza perdere mai il filo. Lo stesso uomo che aveva firmato brani popolari come Cin Cin con gli Occhiali e Ahi le Hawaii aveva prestato la voce alla colonna sonora di Vip mio fratello superuomo di Bruno Bozzetto nel 1968, cantando Vip e Metti un Tigre nel Doppio Brodo, satira del consumismo in forma di canzone. Caroline lo sa, e il disco lo racconta. Grazie, Caroline, per averci donato di nuovo la voce dei Pagani.
Tracklist:
01. Palcoscenico
02. Albergo a Ore (feat. Danilo Rea)
03. Cento Scalini (feat. Francesca Della Monica)
04. Sai che Basta l’Amore (feat. Alessandro Nidi)
05. Serenata
06. Da Niente a Niente (Volo AZ 106) (feat. Fabio Concato)
07. Porta Via (feat. Shel Shapiro)
08. Ca Fait Trois Jours que J’ai Pas Fait l’Amour (feat. Giorgio Conte)
09. Un Capretto (Dona Dona) (feat. Moni Ovadia)
10. La Bonne Franquette
11. Non mi Venite a Dire (feat. Alessandro Nidi)
12. Signor Caruso
13. La Mia Generazione
14. Il Condannato (feat. Alessandro Nidi)
15. Lombardia (feat. Alessandro Nidi)
16. Concerto Pour Pieds Nus et Orchestre (feat. Alessandro Nidi)
17. Ti Ringrazio Vita
18. Imagine
19. Un Capretto (Dona Dona) (feat. Moni Ovadia e Caroline Pagani)


