A sette anni di distanza da “AllowYourself”, i Nosound — band capitolina dalla forte identità sonora — tornano con un nuovo lavoro in studio: “To the Core” (qui la recensione). Un album breve ma densissimo, capace di condensare in pochi brani tutto il cuore pulsante di un progetto artistico che da quasi vent’anni si muove tra introspezione post-rock, art rock, atmosfere ambient e una marcata impronta autoriale.
Al centro di tutto c’è Giancarlo Erra — compositore, polistrumentista, artista visivo e produttore — mente e anima della band, oggi di base nel Norfolk, in Inghilterra.
È lui a firmare un’opera scritta, suonata e prodotta in totale autonomia: un lavoro diretto, personale e profondamente ispirato.
Abbiamo colto l’occasione per parlare con lui non solo dell’album, ma anche della dimensione emotiva che lo attraversa, del ruolo che suono e immagine hanno nel suo processo creativo, della band che lo accompagna e di ciò che ci aspetta nel prossimo futuro.
Ciao Giancarlo, ben trovato e grazie per averci dedicato questo spazio. Benvenuto su The Beat!
Ciao, grazie a voi, è sempre un piacere!

“To the Core” è il tuo primo lavoro di inediti come Nosound dal 2018. Nel comunicato stampa parli di un processo creativo “plasmato dal tempo, dall’intenzione e dall’istinto”, e “libero dalle pressioni commerciali”. Tutti elementi che sembrano condurre dritti all’essenza, al cuore di tutto. Ci racconti com’è avvenuta questa evoluzione e in che modo si è concretizzata nel disco?
Sono sempre stato orientato verso questo tipo di approccio.
Non mi sono mai detto: “Adesso devo fare un nuovo album”. Per me la musica deve venir fuori in maniera naturale, senza pressioni perché desidero che l’ispirazione rimanga unica, pura.
Questa idea è sempre stata alla base dei miei album. Non esiste un processo sequenziale o programmatico: è tutto molto organico.
Scrivo sempre, in modo abbastanza costante, e poi arriva un momento in cui sento che certi brani iniziano a legarsi tra loro. Formano un nucleo, oppure si presentano come a sé stanti, ma comunque coerenti tra loro.
Con “To the Core” è servito più tempo, anche perché nel mezzo sono successe diverse cose. C’è stato un periodo di fermo, poi ho pubblicato “Departure Tapes”, il mio secondo lavoro solista.
In quel momento ho anche sentito il bisogno di capire in che direzione volevo andare con i Nosound. “Allow Yourself”, l’ultimo album uscito prima di questo, aveva una componente elettronica più marcata. In quel disco ho voluto esplorare alcune delle mie influenze musicali, ma anche fare qualcosa di diverso.
E qui si apre un’altra parentesi: nel frattempo abbiamo vissuto il Covid, e credo che anche l’industria musicale sia cambiata parecchio.
Ti dirò la verità: io sono anche un po’ frustrato dal formato album, al contrario di tanti altri artisti. Mi spiego meglio: il concetto di album, inteso come un insieme di brani legati fra loro, a me piace.
Però oggi, con la quantità di musica disponibile e i ritmi della vita quotidiana, questo formato inizia a sembrare un po’ superato. Le persone sono più occupate, ascoltano tracce singole, e spesso si perdono i pezzi più importanti di un disco.
Anche questo tipo di riflessione ha fatto parte di questo processo.
Avevo molto più materiale, ma questi brani, che compongono “To the Core”, erano quelli davvero legati tra loro.
Fuori dalle politiche commerciali ho parlato con Kscope, che mi ha supportato molto, e abbiamo deciso di uscire adesso con un mini-album. Poi vedremo cosa succederà. Scegliere di non rispettare il formato album tradizionale, questa volta, ci ha permesso di comunicare un senso di urgenza e di essenzialità.
I brani erano pronti, e semplicemente… li abbiamo fatti uscire.

Sì, hai ragione, tutto torna. Lo si coglie già dal titolo, “To the Core”: è molto evocativo e, in poche parole, riesce a racchiudere l’essenza del disco. Suggerisce un ritorno al centro vitale, al sé, al nucleo delle cose, degli elementi spogliati da ogni orpello. Richiama un movimento interiore, un percorso di introspezione verso ciò che è essenziale e necessario.
Sì, esatto. Il titolo dell’album rappresenta quella che è la natura dei pezzi.
Si tratta di un processo di sintesi che avevamo già iniziato in precedenza, con brani più brevi e senza ripetizioni strumentali o assoli lunghi dieci minuti, elementi che non mi appartengono musicalmente.
Non sono mai stato un grande fan della musica tecnica, soprattutto quella strumentale nel rock. Andare all’essenza è quindi sia il contenuto musicale dell’album, sia una tappa di maturazione artistica e personale.
Quando manca questa confidenza, si tende spesso ad abbellire con arrangiamenti o dettagli che non sono necessari al messaggio musicale, ma servono solo a riempire o arricchire qualcosa che non è stato messo a fuoco.
Secondo me, con la maturazione personale e artistica, invece, si arriva ad un punto in cui si è poi in grado di essere o sentirsi, se vuoi, concreti… completi: si può scrivere qualcosa di pieno e compiuto senza bisogno di contorni superflui.
Questo concetto è ben espresso nell’album. Credo sempre che un bel pezzo rock o pop funzioni anche solo con chitarra acustica e voce, o piano e voce.
Se per far funzionare un brano devi aggiungere tutta una serie di orpelli, forse significa che l’essenza manca. Dal punto di vista musicale, questa è stata la nostra attitudine.
Per quanto riguarda i testi, il percorso è stato parallelo: uso allegorie ed elementi figurativi. Vocalmente, l’album è più diretto, ruvido, meno abbellito.

La title track arriva dritta al cuore, toccando corde profonde. Parlaci di lei, è una creatura molto delicata ed intensa allo stesso tempo.
To the Core è stato uno dei primi brani che ho scritto per l’album. È nato in relazione a un episodio molto personale: la morte di mio padre, avvenuta alcuni anni fa.
Un’idea simile era già presente in Departure Tape, dove però prendeva forma in una parte strumentale. Probabilmente allora non ero ancora pronto, mancava qualcosa.
In To the Core, invece, ci sono anche le liriche, e credo che questo segni una maturazione. Quando accadono certe cose nella vita, soprattutto quando coinvolgono relazioni complesse, si inizia a vedere ciò che è davvero essenziale.
Se si ha abbastanza maturità, queste esperienze diventano anche un bagno di umiltà.
E To the Core parla proprio di questo: non serve molto per esprimere certe emozioni profonde, e lo si percepisce anche nel testo.
Personalmente, trovo bellezza nell’essenzialità. Mi ha sempre affascinato la capacità di comunicare qualcosa di intenso con pochi elementi.
Questo non vuol dire che la musica debba essere scarna: i miei brani, così come la musica che amo, sono spesso ricchi a livello sonoro.
Ma non sono mai stato un grande fan del progressive classico o della musica troppo tecnica. Quando ci sono troppi elementi, troppi “effetti speciali”, il mio interesse scema un pochino. Ho sempre bisogno di ritrovare il nucleo, cosa c’è di essenziale in ciò che sto ascoltando o componendo.
Parlavi di un disco essenziale, e in effetti anche il sound sembra riflettere questa scelta. Dopo l’estetica più elettronica di “Allow Yourself”, “To the Core” torna ad abbracciare sonorità più naturali e calde: batteria acustica, chitarre, archi, pianoforte… strumenti reali, pur sempre affiancati dai sintetizzatori.
Cosa ti ha spinto verso questo ritorno alla materia più “fisica” e organica del suono Nosound?”
Il percorso è sempre quello dell’esplorazione.
Con “Allow Yourself“ abbiamo indagato una dimensione più elettronica, perché in quel momento sentivo che fosse il passo necessario per andare avanti.
A volte, per evolversi, bisogna cambiare direzione; altre volte, invece, tornare indietro può essere a sua volta un cambiamento.
È un processo evolutivo continuo. “Allow Yourself”, come suggerisce anche il titolo, mi ha permesso di esplorare un territorio nuovo, di esprimere emozioni attraverso un minimalismo quasi elettronico, con meno chitarre, meno materia sonora tradizionale. Dopo aver attraversato quella fase, il ritorno all’essenzialità è stato quasi naturale, istintivo. È qualcosa che appartiene anche alla mia musica solista: il pianoforte, gli archi, le chitarre; strumenti con cui nascono molti dei miei brani.
In realtà, in ”To the Core” c’è ancora una componente elettronica, ma ha un ruolo diverso: viene usata più come elemento ritmico, come nell’ultimo brano, piuttosto che come fondamento dell’arrangiamento.
Un altro brano molto potente è il singolo Worn-Out Parts, che hai definito come uno dei pezzi più forti della discografia dei Nosound. Cosa lo rende così speciale per te?”
Sicuramente la componente musicale. Lo trovo un brano abbastanza immediato: le strofe scorrono in modo diretto, mentre il ritornello si apre in modo ampio, con una linea vocale molto alta, ariosa.
E poi c’è il duetto con Louise Pigott, che è anche la prima volta che succede nella discografia dei Nosound.
Sì, è vero. Il duetto con Louise Pigott ha un’atmosfera molto particolare: ha un tono raccolto, ma allo stesso tempo lascia una sensazione di ampiezza e apertura.
Com’è nata la vostra collaborazione?
È stato un processo piuttosto naturale. Louise, oltre ad essere una talentuosa musicista folk è anche una illustratrice: ha curato anche tutto il progetto grafico del CD e del vinile, dalla copertina agli interni, con disegni fatti a mano.
Come ti dicevo, è stato tutto molto spontaneo perché Louise è la mia compagna; quindi, ha vissuto l’album insieme a me, fin dall’inizio.
Questo brano in particolare, per me parlava di alcune cose, ma per lei aveva un significato personale diverso, molto preciso, che io conosco bene. È una cosa che mi ha sempre colpito. Un giorno, mentre eravamo in casa a fare delle faccende, ha iniziato a canticchiare un’armonizzazione su Worn-Out Parts, at random, come fa spesso. Appena l’ho sentita, ho pensato che fosse perfetta per essere registrata così, immediata, come era nata.
È stato un momento autentico, non costruito, nato in modo del tutto spontaneo.
La vostra collaborazione si estende anche al videoclip, dove siete riusciti a trasmettere il ‘core’ del brano anche visivamente.
L’atmosfera delle immagini amplifica la forza emotiva della musica, creando una forte corrispondenza tra quella struggente, quasi abbagliante, potenza sonora e le scene che l’accompagnano.
La melodia ha un tono malinconico, che potrebbe far pensare a una certa tristezza; ma se si entra nel testo, emerge una luce diversa, come in quei versi che cantano: “Vene di pietra sotto la pelle / Sepolte in profondità, dove inizia la vita.”
Sì, questa è proprio una caratteristica delle liriche dei Nosound: c’è sempre un’introspezione, ma non fine a sé stessa. Serve ad attraversare le cose e le situazioni, per superarle, piuttosto che restarci intrappolati. In fondo, non è mai davvero buio.
Questo concetto ritorna anche in altri brani del disco. The Nothing We Gave, Interrupt e Closure li ho percepiti come tre capitoli di uno stesso racconto: evocano frammenti, rotture, perdite.
Eppure, Closure non suona affatto come un epilogo definitivo; anzi, sembra quasi un’apertura verso qualcosa di nuovo. In generale, mi sembra che ogni brano di chiusura dei tuoi dischi, sia con i Nosound che nel tuo percorso solista, rappresenti sempre un culmine emotivo, quasi un punto di elevazione del climax dell’album.
Sì, è così; presto sempre molta attenzione al brano di chiusura, ci tengo davvero.
Così come l’inizio di un disco ha il compito di introdurre una storia, la fine deve chiuderne il cerchio. È un processo piuttosto naturale per me.
Dietro ogni fine — intesa come rottura, che sia di un’amicizia, di una relazione — a meno che non si parli della perdita di una persona cara, c’è sempre un’apertura.
Closure, in questo senso, contiene già il seme di ciò che verrà dopo. È questo il suo significato più profondo.
In particolare, in quel brano c’è anche il tema dell’osservare. Il testo ruota attorno a una frase che si ripete spesso: “Il treno su cui eravamo non aveva né curve né fermate.”
Con questa immagine volevo raccontare come, a volte, certi legami, che siano sentimentali o di amicizia, finiscono. Spesso cerchiamo di capirne le cause, ma quel tentativo rischia di trasformarsi in una caccia al colpevole. In realtà, credo che la cosa più sana sia semplicemente osservare quello che è successo.
Come nel caso di un treno che, proprio perché non ha curve o fermate, è destinato prima o poi ad infrangersi. Closure è questo: un’accettazione lucida, senza rancore né strascichi. Un prendere atto. Ed è proprio questo, secondo me, il modo migliore per andare avanti.
Il nuovo album è interamente scritto e prodotto da te: un lavoro che ti ha visto coinvolto a tutto tondo, sia nella dimensione creativa che in quella tecnica.
Quanto è stato difficile conciliare l’urgenza espressiva con la minuziosa cura del suono e della produzione? Chi ti segue sa che questi due aspetti sono da sempre i tuoi due punti di forza e tratti distintivi della tua musica.
In realtà, con l’età l’attitudine al perfezionismo tecnico tende un po’ a smussarsi.
Ad un certo punto ti rendi conto che il perfezionismo, preso da solo, non serve poi a molto: anzi, rischia di sacrificare la componente emotiva e più spontanea della musica. Forse ero molto più scrupoloso agli inizi, probabilmente ora sono perfezionista semplicemente per esperienza. Non ho più quella sensazione per cui un album non è mai davvero finito.
In generale, quello che ho imparato è che bisogna saper cambiare “cappello”: c’è una fase creativa, in cui segui l’istinto e l’urgenza espressiva, e poi c’è quella più tecnica, legata alla produzione, agli arrangiamenti, al missaggio. Separare questi due momenti è fondamentale. E con il tempo ho imparato a dare molto più spazio alla componente emotiva, senza farmi trascinare troppo nella ricerca infinita del dettaglio tecnico. Riprendendo il discorso di prima, il formato del mini-album, come in questo caso, aiuta molto a mantenere viva e intatta questa vena creativa.

Facciamo un passo indietro: prima accennavamo all’artwork, un elemento che mi piace sempre approfondire. Tu sei anche un artista visivo e hai sempre dato grande importanza all’aspetto grafico, sia con i Nosound che nei tuoi lavori solisti.
“To the Core” si presenta con un’immagine essenziale, in bianco e nero: una figura stilizzata in ombra, vista sia nella sua forma reale che come riflesso capovolto. Sembra la stessa persona, ritratta da bambino e poi in età adulta.
Un doppio riflesso che richiama subito il tema dell’introspezione, del viaggio verso il centro di sé. L’effetto sfumato evoca sensazioni collegate ai ricordi, ai sogni.
Com’è nata questa idea?
Come ti dicevo, tutto è nato insieme a Louise. Sapevo fin dall’inizio di non voler più un artwork fotografico: sentivo il bisogno di esplorare un linguaggio diverso, più legato al disegno, più grafico. Il disegno permette un tipo di espressività differente, e quel tipo di copertina — più illustrata che fotografica — è qualcosa che mi ha sempre affascinato. Essendo Louise un’illustratrice, era il momento perfetto per provare questa strada. Il punto di partenza è stato il titolo, “To the Core”, che avevo già deciso: da lì abbiamo iniziato a sviluppare idee, immagini, concetti.
La circolarità è stata una delle prime suggestioni, poi il desiderio di mettere una figura umana al centro, prima un adulto, poi un bambino.
Tutto è nato così. Il risultato finale è un concept grafico molto minimale, in bianco e nero, stampato su carta da disegno… molto bello.
Quando riceverai il disco vedrai che è un progetto coeso, pensato in ogni dettaglio.
Io ho contribuito nella fase iniziale, definendo l’approccio e alcuni elementi chiave, ma poi Louise ha seguito l’intero processo: ha ascoltato il disco nelle varie fasi e ha interiorizzato ciò che la musica le trasmetteva.
È stato molto bello vedere come ha tradotto quelle sensazioni in immagini, lei ha trascritto l’album in maniera visuale. Tante delle illustrazioni che ha realizzato sono anche molto personali, sono scene di quando facciamo passeggiate qui con Juno (Ndr. Juno è una splendida cagnolina nera, la vera mascotte dei Nosound) oppure luoghi in cui ero andato con mio padre.
Sono tutte immagini, elementi che hanno un significato personale.

Il vostro album live “This Night – Live in Veruno” è la testimonianza di una band affiatata e compatta. Io ero lì quella sera e, come in molte altre occasioni, siete riusciti a trasmettere al pubblico tutta la vostra sinergia. In “To the Core” hai lavorato di nuovo con gli stessi musicisti: ti va di presentarceli?
Certo! Sì, con grande piacere. Ci conosciamo da tanti anni, abbiamo il nostro modo di lavorare, che è fondamentale soprattutto quando si lavora a distanza, come spesso capita. Con noi c’è Paolo Vigliarolo alle chitarre: è un elemento storico dei Nosound, suoniamo insieme da quando avevamo quattordici anni… sono trent’anni che condividiamo la musica, è quasi un fratello per me.
Alle tastiere c’è Marco Berni mentre al basso c’è Orazio Fabbri e alla batteria Daniele Michelacci.
Per Orazio e Daniele questo è stato il primo album in studio con noi, perché non facevano ancora parte della band ai tempi di “AllowYourself.”
Alla base di quella sinergia che hai percepito tu — e che cerchiamo sempre di portare sul palco — c’è prima di tutto il rapporto umano. È chiaro che conta cosa suoniamo e come lo suoniamo, ma al centro di tutto resta il legame personale che ci unisce.
Quello fa davvero la differenza.

Possiamo sperare in qualche data live prossimamente?
Abbiamo suonato da poco a Padova, in apertura ai Marillion, è stata una bellissima occasione. Altre date live ci saranno, perché abbiamo voglia di suonare.
Inoltre, ho altra musica pronta, che devo ancora finire di pubblicare, c’è in programma anche un nuovo video, ci sono alcune cose che vorremmo realizzare.
Diciamo che la direzione ormai è abbastanza chiara: essere semplicemente noi stessi e fare quello che sappiamo fare. È lo spirito che c’è anche in “To the Core”.
Per quanto riguarda i concerti, suppongo che qualcosa arriverà verso la fine dell’anno.
Al momento è tutto pieno, ma appena ci saranno novità le comunicherò come sempre attraverso i canali social.
Perfetto! Allora, mi tengo pronta in ricezione… e ci vediamo sotto a un vostro palco. Grazie per il tuo tempo e per questo disco. Bentornati!
Ma grazie a te, grazie a voi! Speriamo di rivederci presto allora.
Giancarlo Erra ed i suoi Nosound ci regalano così un altro sincero tassello del loro percorso artistico; un’impronta sonora inconfondibile, una visione che si evolve e una direzione chiara: restare fedeli a ciò che si è.
Kscope – Foto 1,3,6,7 Vincenzo Nicolello



