Nick Cave – Solo Tour 19 luglio 2025 Anfiteatro Romano degli Scavi di Pompei (NA)

Sabato 19 luglio, tra le pietre millenarie dell’Anfiteatro Romano di Pompei, Nick Cave ha regalato al suo pubblico uno degli appuntamenti più attesi della rassegna  Beats of Pompeii  (BOP) giunta quest’anno alla sua seconda edizione, dopo l’importante successo d’esordio nel 2024.
L’edizione 2025, in programma dal 1° luglio al 5 agosto, consta di dodici appuntamenti live all’interno dell’Anfiteatro di Pompei con artisti di rilievo della musica contemporanea, e crea un’eclettica sinergia tra passato e presente.

Tra i grandi nomi del cartellone di quest’anno quello che ha catturato la nostra attenzione è stato quello di Nick Cave.

“Rito collettivo” è l’espressione usata sovente, e senza esagerare, per descrivere un suo concerto con i Bad Seeds. Un altro rito collettivo è quello che si è consumato la notte del 19 luglio, trovandoci in questo caso, ulteriormente avvolti da una magia ancestrale.

L’anfiteatro già di per sé carico di storia, mistero e sacralità – lo stesso luogo che fu consacrato al mito nel 1971 con il concerto dei Pink Floyd –  si è trasformato in qualcosa di ancora più intimo,  grazie alla scelta di Cave di presentarsi in duo con Colin Greenwood dei Radiohead.


Una formula essenziale, spoglia, ma potentissima: nessun maxischermo, poca illuminazione, il pianoforte a coda nero al centro della scena e poco distante il basso elettrico,  e poi la musica, nuda e cruda, offerta senza filtri ma con immensa generosità. Nessuna traccia dei fasti e della furia dei Bad Seeds: qui si è scelto il contrario.
Dove prima c’era la tempesta, ora c’è la quiete, ma una quiete che riesce a scalfire e risvegliare la pietra sopita.
Una quiete che brucia, che affonda e che accoglie.
Eravamo in tremila, ma sembravano essere poche anime. La magia del luogo, unita alla delicata potenza della performance, ha trasformato l’anfiteatro in un abbraccio collettivo, in cui la voce di Cave sembrava parlare direttamente a ognuno di noi.

In due ore e mezza di concerto e venticinque brani in scaletta (sei nei bis), Cave ha attraversato gran parte della sua carriera, scegliendo con cura i brani più adatti a questa veste minimale e confessionale. E  così, da “Henry’s Dream” a “The Boatman’s Call”, a “Ghosteen”, fino a “Wild God”  passando per le zone più oscure e intense del suo repertorio, ogni brano è sembrato rinascere sotto una nuova luce.
La luce di uno dei più straordinari performer viventi, un artista che ha attraversato le tenebre in un continuo processo di trasformazione e crescita artistica. La sua voce è diventata materia viva: si è incarnata in tutte le sue sfumature.
È proprio in questa capacità di mutare forma che si riconosce il grande artista: capace di elevarsi a canto angelico in Waiting for You, e un attimo dopo trasformarsi in un urlo viscerale e ribelle in Papa Won’t Leave You, Henry.
Accanto al talento, ciò che colpisce è la sua instancabile generosità: la volontà costante di donarsi, i mille “grazie” ripetuti con sincerità, il dialogo continuo con il pubblico che ama profondamente – “il suo amato pubblico”, come lo chiama spesso – e che non smette mai di coinvolgere.

Nick Cave ha costruito la serata come un viaggio emotivo, attraversando le ombre, la nostalgia, l’amore e persino l’ironia. L’apertura con Girl in Amber ha subito imposto un tono sospeso e rarefatto, quasi ultraterreno.
Ma la malinconia non ha escluso momenti di leggerezza: Higgs Boson Blues, con il suo flusso narrativo ipnotico, è diventata occasione per mostrare il lato più ironico e autoironico di Cave, che scherzava sul fatto che “È  una canzone lunga, se vi annoiate potete andare al bar a bere”.

Colin Greenwood, discreto ma fondamentale, ha tessuto un sottofondo pulsante e delicato. Il loro dialogo musicale è stato essenziale, privo di orpelli, e proprio per questo potentissimo.

Con Jesus of the Moon e O Children il concerto si è fatto più cupo e intimo. In quest’ultima, Cave canta per i i suoi figli, donando alla canzone un peso ulteriore, come fosse una lettera scritta nel buio, “a dark song” come l’ha definita lui.
Poi Cinnamon Horses, dove prova a replicare in falsetto l’inconfondibile timbro del sodale Warren Ellis; ed è un momento tenero, quasi familiare.

Tra i momenti più intensi, Galleon Ship, che Cave rivela essere una ninna nanna per la moglie Susie.
La magia si fa palpabile: Susie era lì, tra il pubblico, seduta in platea con un foulard di seta a coprirle il capo, vegliata da un discreto Servizio di Sicurezza.
Un’immagine di quotidianità e amore che si intreccia con la leggenda.

La parte centrale del concerto è un’escalation: I Need You, Waiting for You, Joy si susseguono come ferite aperte, e poi l’esplosione emotiva di Papa Won’t Leave You, Henry. Eppure è con Balcony Man che Cave sorprende davvero: mai successo prima d’ora; dedica il pezzo al pubblico seduto sulle gradinate, invitandoli a gridare ogni volta che pronuncia il titolo. Un piccolo gioco collettivo, che strappa sorrisi e applausi.
Subito dopo, però, arriva The Mercy Seat, l’invocazione più cupa del suo repertorio. Stavolta è dedicata a noi; “Voi che siete in platea, dovete “fucking shut up!”. Il contrasto è netto, eppure funziona.

Tra i tributi, commuove Avalanche, omaggio a Leonard Cohen: “Questa è la sua prima canzone che ho sentito”, confida.
E poi The Weeping Song, che evoca Jerry Roll Morton e Jerry Lee Lewis e si tinge di sfumature blues, quasi gospel..un gospel in solitaria, ancor più difficile.
La chiusura prima dei bis è affidata a Push the Sky Away, durante la quale Cave invita la security ad abbassare la guardia e accoglie il pubblico sotto il palco.
L’abbraccio diventa reale. Cave chiede persino al pubblico di suggerirgli i brani per il bis: un gesto che cancella ogni distanza e provoca brividi.

Nick Cave è straordinario, uno dei migliori performer viventi: artista, poeta, frontman; finché avrà vita non ci sarà mai un suo ultimo concerto perché sei già in attesa di una data futura.

Il bis è un set a parte, un piccolo concerto nel concerto. Inizia con Shivers, brano dei suoi The Boys Next Door scritto da Rowland S. Howard quando aveva sedici anni, e questa dedica è tutta per lui “che entrando nella band la rese interessante per il suo modo di suonare la chitarra”. Il viaggio prosegue con l’epica More News from Nowhere, e poi con un altro momento intimo: Man in the Moon che dedica a suo padre, Love Letter, e la cover delicata e struggente di Cosmic Dancer dei T. Rex che Cave dedica a Marc Bolan.

Il cerchio si chiude con Into My Arms, e il tempo sembra fermarsi. Il pubblico è commosso, lo siamo tutti, profondamente; rapiti da una catarsi collettiva.

Un concerto straordinario, forse uno dei più potenti e memorabili a cui abbia mai assistito. La scelta di una veste minimale, quasi ascetica, ha reso piena giustizia alla grandezza di Nick Cave: un artista che non ha bisogno di orpelli né di sovrastrutture per entrare in contatto profondo con chi lo ascolta dando il meglio di sé.

In duo con Colin Greenwood ha dimostrato che la forza della musica non risiede nella quantità di persone sul palco, ma nella verità. Ogni nota, ogni parola cantata, ogni accordo hanno avuto un peso.
E noi, tremila anime raccolte tra le pietre antiche di Pompei, abbiamo respirato insieme,  riso, pianto, gridato, abbracciato idealmente questo artista immenso.

È raro assistere a un concerto in cui l’artista si spoglia così tanto, al punto da farsi confessione. E ancora più raro è sentirsi unici e allo stesso tempo parte di un evento collettivo, intimo, irripetibile.

Non è stato solo un live. È stato un incontro; un rito laico “Into My Arms”: un abbraccio di musica e umanità.

Setlist:

01 Girl in Amber
02 Higgs Boson Blues
03 Jesus of the Moon
04 O Children
05 Cinnamon Horses
06 Galleon Ship
07 I Need You
08 Waiting for You
09 Joy
10 Papa Won’t Leave You, Henry
11 Balcony Man
12 The Mercy Seat
13 Watching Alice
14 The Ship Song
15 Avalanche
16 The Weeping Song
17 Skeleton Tree
18 Jubilee Street
19 Push the Sky Away

Encore:

20 Shivers
21 More News from Nowhere
22 Man in the Moon
23 Love Letter
24 Cosmic Dancer (T-Rex Cover)
25 Into My Arms

Un sentito ringraziamento a Hungry Promotion per averci donato le suggestive fotografie di Pietro Previti

BOP- Beats Of Pompeii