Vi ho da poco presentato un piccolo gioiellino, dal titolo “Pezze Americane” (leggi la recensione qui), album d’esordio del giovane Vito Topputo: musicista pugliese che a pane e musica ci è cresciuto, Vito ha realizzato un album sincero, semplice e a tratti infantile, si potrebbe dire.
Album che invece, a un ascolto attento e dedito, denota una maturità e una personalità già piuttosto presenti e marcate.
Quando un artista emergente porta il proprio lavoro con onestà e senza cercare consenso cattura sempre la mia attenzione. E questo perché sono certa di non dover affrontare la smania di piacere a tutti i costi, che solitamente è per me, al contrario, piuttosto repulsiva.
Per questo motivo sono stata davvero felice di rivolgergli qualche domanda, per scoprire qualcosa in più sul suo percorso artistico e sul suo disco: ne è nato un piacevole dialogo in cui Vito si racconta e ci parla della propria crescita personale, dei suoi mentori e anche della sua Puglia.
Ciao Vito, innanzitutto ti faccio i miei più sinceri complimenti per il tuo splendido lavoro, “Pezze Americane”.
Come prima cosa vorrei chiederti che cosa provi e come ti fa sentire aver realizzato il tuo primo disco, anche in relazione alla tua giovanissima età.
Mi viene difficile avere un’idea chiara e precisa su una cosa che ho realizzato.
Ci sono momenti in cui, pensando al disco, mi sento entusiasta e soddisfatto, ma soprattutto in questa fase successiva alla pubblicazione tendo ad avere una visione molto critica. Mi muovo tra questi due estremi, infatti il più delle volte cerco di evitare di pensarci troppo.
Sicuramente un live fatto bene e una bella parola da qualcuno che ha ascoltato aiutano a chiarirmi le idee.
Mi ricollego alla riflessione che avevo fatto quando ho scritto del tuo album: molto spesso, infatti, sono proprio le imperfezioni a trasmettere le emozioni più autentiche. I brani di “Pezze Americane” mi sono risultati molto “di pancia” .
Molte loro piccole e bellissime imprecisioni, secondo me, sono una delle chiavi che rendono tanto autentico e credibile il tuo lavoro, creando un filo diretto con chi ti ascolta, senza risultare asettici, ma, al contrario, presentandosi quasi con il “cuore in mano”. Hai scelto di attuare questo metodo di comunicazione oppure si è trattato di un risultato inconsapevole?
Quando scrivo, mi metto nell’ottica che ciò che sto scrivendo lo dovrò risuonare per anni. Quando una canzone non ha quell’impatto, lo capisco in fretta, perché mi annoia subito. Magari, col tempo, mi rendo conto di errori tecnici e formali in un pezzo, ma questo non toglie nulla al cuore pulsante di una canzone sincera.
Diciamo che è parte del mio gusto e mi viene molto naturale cercare quell’imperfezione, ma non direi che è qualcosa di totalmente inconsapevole.

Prima di addentrarci nell’album, vorrei chiederti come è nata l’idea di realizzare un teatrino delle ombre nell’artwork di copertina: è un’idea che hai sempre avuto, a mano a mano che prendeva forma il disco, oppure è nata in seguito?
E come mai proprio un teatrino delle ombre?
È un’idea arrivata all’ultimo momento. Durante la realizzazione dell’album avevo tutt’altre immagini in mente, tutte molto complicate e arzigogolate.
Alla fine, guardando delle reference, è uscita l’idea del teatrino delle ombre e ce ne siamo innamorati.
È un concetto molto semplice ed elegante, che richiama il tema infantile presente in tutto l’album, ma soprattutto è una metafora che rappresenta il disco alla perfezione: un gioco di storie e immaginazione con me stesso.
Il tuo modo di scrivere e di cantare mi ha ricordato molto la penna e la voce di Francesco De Leo, de L’Officina della Camomilla: ingenuo ma maturo al contempo, scanzonato ma anche estremamente credibile.
Se li conosci, senti anche tu qualche affinità? Ci sono scrittori o cantautori a cui ti ispiri nella scrittura dei tuoi testi?
L’Officina della Camomilla è stato il primo gruppo indie italiano che ho ascoltato, e ricordo che mi sconvolse, perché dimostravano tutto il contrario di quello che pensavo sulla musica: Francesco De Leo cantava stonato e senza impegno, scriveva testi perlopiù privi di senso e la produzione musicale era economicissima. Eppure li adoravo.
Tra tutti i cantautori, nessuno mi fa sognare più di Dalla, se devo pensare ad una reference esterna alla musica dico le poesie di Cesare Pavese, che mi hanno insegnato tanto.
Il mio pezzo preferito del disco, in assoluto, è la splendida Falene: ho amato il passaggio dal tono etereo e quasi sinistro dell’esordio, fino all’esplosione del ritornello “tu sei il pensiero che mi tiene sveglio la notte e che mi butta giù dal letto all’alba.…” Ci racconti come è nato questo brano e qual è il suo messaggio?
Una cosa che mi piace molto di Falene è che basta leggere i primi versi per capire come e quando è nata. Un po’ di tempo fa ho passato un brutto periodo: non riuscivo a dormire né a mangiare. Mi svegliavo sempre molto presto e non riuscivo mai a riprendere sonno, e una mattina mi misi a scrivere.
Non è una canzone che ha un messaggio o una morale: è la descrizione di quello che è stato un momento drammatico per me. Le canzoni sono spesso modi in cui metto in ordine i pensieri; a volte mi aiutano a sentirmi in controllo di certe situazioni su cui controllo non ho, e penso che Falene sia una di queste.

Contrada Sant’Oceano si porta dietro tutto l’immaginario geografico della tua zona d’origine: quanto – e a che livello – la Puglia, e in particolare le zone nelle quali sei cresciuto hanno influenzato la tua musica?
La Puglia è un posto bellissimo ma ostile per chi ci vive.
Si può parlare per giorni della contraddizione assoluta di questo posto.
Concentrandomi su quella che è stata la mia adolescenza qui, la più grande influenza che mi ha dato la mia terra è stata la noia: la noia di un posto che schiaccia e opprime chi prova a fare cultura.
La villa in Contrada Sant’Oceano l’abbiamo trovata io e i miei amici perché ci stavamo annoiando: pur di fare qualcosa, prendevamo la macchina e ci giravamo le campagne a zonzo.
Di recente hai preso parte e vinto il contest SEI D’Autore promosso dal Sud Est Indipendente Festival, realtà molto importante in territorio pugliese.
Come stai vivendo il tuo percorso artistico in relazione alla zona nella quale vivi? Pensi che ci siano, in ambito musicale, sufficienti realtà e iniziative come questa che promuovono artisti emergenti e che diano loro strumenti per far arrivare altrove la nuova musica?
Cerco ogni giorno di prendere le cose con serenità e calma.
Ho sempre preferito fare le cose a piccoli passi, e quello del SEI D’Autore è senza dubbio un passo molto grande… e un po’ mi spaventa.
Le realtà musicali underground in Puglia ci sono, solo che ho sempre l’impressione che siano sul filo del rasoio. Penso che manchi l’interesse istituzionale a finanziare certi progetti.

Ci sono artisti che ti hanno fatto avvicinare in particolare modo al mondo della musica e che ti hanno fatto decidere che sarebbe stata per te una cosa seria?
I Radiohead, per primi, mi hanno messo in testa il sogno di avere una band.
Quando poi ho scoperto la scena indipendente italiana, ho capito che non dovevo per forza seguire una strada mainstream.
C’è qualcosa che non hai ancora raccontato e che ti piacerebbe raccontare su “Pezze Americane” o sul tuo percorso musicale?
Vi voglio parlare del Casiotone MT-11, un giocattolo degli anni ’80 comprato usato per quattro spicci, che però è stato fondamentale nel lavoro di arrangiamento dell’album.
La maggior parte delle tastiere nel disco escono da lui e sono suonate da me, che — per la cronaca — sono un tastierista totalmente incapace.
Altri suoni di tastiera vengono dal Farfisa e dal Siel Orchestra di Paolo Palmieri.
Grazie mille!! 🙂
Foto Alessia Carucci


