Maquillage: i volti dietro alla maschera

I Maquillage sono una band belga formatasi nel 2022 e che si muove in territori shoegaze, post-punk e dream pop. Il mese scorso è uscito il loro album di debutto sulla lunga distanza, intitolato “ArMor” e The Beat ne ha approfittato per fargli qualche domanda e scoprire qualcosa di più su questo interessante progetto.

Buongiorno ragazzi! Ho ascoltato con attenzione il vostro primo disco e ho notato come stili quali shoegaze, post-punk e dream pop si sposano perfettamente donando un risultato unico nel suo genere.
Volevo però avere qualche coordinata in più e sono curioso di conoscere qualcuna delle vostre preferenze musicali. Chi vi ha maggiormente ispirato?

Ognuno di noi arriva da percorsi diversi, e questo ci permette di mescolare molte influenze. Sicuramente ci sentiamo vicini alla scena shoegaze e post-punk come Slowdive, The Cure, Joy Division, DIIV ma anche ad artisti più moderni che lavorano sulla dimensione sonora ed emotiva.
Non cerchiamo di imitare nessuno: lasciamo che le influenze si dissolvano dentro qualcosa che suoni autentico per noi.

Qual è il processo creativo che caratterizza un pezzo dei Maquillage? Si tratta di un percorso iniziato singolarmente e poi approfondito attraverso una sessione di gruppo, o, al contrario, si tratta di pura improvvisazione da parte di tutta la band?

Il processo creativo è per la maggior parte in mano a Nick (basso e voci) nella parte musicale, e a Gioia per quanto riguarda i testi. Di solito partiamo da una prima bozza che poi viene presentata alla band, e insieme costruiamo l’arrangiamento e la forma finale del brano.
A volte però l’ordine si inverte completamente, come nel caso del singolo Moon, dove la musica è nata da un’idea del nostro tastierista Walter. Ci piace lasciare che le canzoni si sviluppino in modo naturale, senza schemi fissi.

La mia collega che vi ha recensito (qui l’articolo) ha notato come il titolo del vostro debutto racchiuda due parole forti con le quali si gioca bene insieme.
Una è “Amor”, che ovviamente riconduce all’amore, l’altra è “Armor”, che in inglese significa armatura. E’ un gioco di parole voluto? L’amore è una corazza oppure ci si sta difendendo dall’amore perché è un sentimento forte e che fa paura?

ArMOR è il riflesso di un anno intenso, in cui abbiamo imparato che l’amore non è solo luce. È anche paura, protezione, distanza. A volte diventa una corazza che costruiamo per non ferirci, o per non essere feriti. Il disco nasce da questa ambiguità, da quella linea sottile tra l’aprirsi e il chiudersi al mondo.
Non volevamo dare una risposta, ma lasciare aperta la domanda.

A proposito della vostra ‘ragione sociale’: Maquillage – Maschera. A volte le band tendono a nascondersi dietro a maschere e recitare dei ruoli. Nel vostro caso invece come funziona? La vostra maschera che potere ha? Da cosa vi protegge?

Attraverso la musica riusciamo a dire ciò che a parole non sapremmo esprimere. La maschera ci protegge, ma allo stesso tempo ci espone: è il filtro che trasforma la fragilità in qualcosa di bello e condivisibile.

La vostra musica, dicevo prima, è caratterizzata da diversi elementi che si sposano perfettamente. C’è però qualcosa in più. Da un ascolto attento non si può non notare come ci sia una cura particolare al sottofondo.
E’ come se si stesse in un bosco, dove non c’è mai un completo silenzio; al contrario, la natura e gli animali che lo popolano mantengono vivo il suono.
Siete d’accordo con questa definizione?

Ci piace molto questa immagine del bosco. Cerchiamo sempre di creare un mondo sonoro vivo, in movimento, dove anche i suoni più piccoli hanno un peso. Non c’è mai silenzio assoluto, ma un equilibrio tra pieni e vuoti, rumore e respiro. È lì che nasce l’emozione vera, nel confine tra caos e calma.

Nonostante siamo in piena era di musica liquida faccio molta attenzione alle copertine e le considero un perfetto biglietto da visita per ogni band.
A tal proposito voi cosa ne pensate? Entrando nello specifico potreste raccontarci qualcosa in merito? Chi ha scelto la cover di “Armor”? Ha un particolare significato per voi?

La copertina viene da una foto scattata da Gioia nella cattedrale di Mechelen, la nostra città. Una figura di pietra, ferma ma viva, che riflette la tensione del disco: amore e difesa, vulnerabilità e forza. È come se quell’immagine ci avesse trovato lei, non il contrario. Abbiamo curato tutto da soli, anche l’artwork, perché volevamo che ogni dettaglio parlasse la stessa lingua della musica: sincera, imperfetta e intima.

Negli anni ’90 alcune band hanno aperto una via che, a dire il vero, sembrava essere stata abbandonata da molti ad eccezione di qualche affezionato, tra cui il sottoscritto. Come valutate questo ritorno prepotente dello shoegaze? Può essere il risultato del periodo incerto che stiamo vivendo?

Forse lo shoegaze torna perché è un linguaggio emotivo, autentico, che permette di nascondersi e mostrarsi allo stesso tempo. In un periodo incerto come questo, in cui tutto è iper-esposto, quel tipo di introspezione e di rumore poetico può diventare una forma di resistenza.

Ho un paio di domande legate alla parte “Live”. Quando potremo rivedervi dal vivo in giro per l’Italia? A tal proposito, la vostra proposta in chiave live è aperta all’improvvisazione?

Abbiamo in programma un tour nel sud Italia per maggio, che annunceremo a breve. Non vediamo l’ora di tornare anche nel nord, dove abbiamo sempre trovato un pubblico caloroso. L’Italia per noi è casa, in un modo o nell’altro.
Sul palco i brani cambiano forma e non ci limitiamo a riprodurre il disco. Ci piace lasciare spazio all’imprevisto, ai suoni che nascono nel momento.
Ogni concerto è diverso, e ogni volta racconta una sfumatura nuova di ArMOR.

Shore Dive Records Silverback Artists Collective