Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
Six Impossible Things è il progetto di Nicky Fodritto e Lorenzo Di Girolamo. Oggi, ospite del nostro Batti 5, è proprio Lorenzo.
Dopo aver conquistato attenzione e consensi con Eight and a Half, i Six Impossible Things tornano con Nevermore, il nuovo singolo uscito il 24 settembre per Dear Gear Records.
È il lato A di un doppio singolo che mostra due anime diverse della band: se il primo episodio giocava con strutture non convenzionali e tinte sonore più oscure, Nevermore segna un ritorno a quella malinconia intima e luminosa che ha reso riconoscibile il progetto sin dal passaggio da duo a full band, avvenuto con l’EP “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living” (2023).
Registrato in studio con Daniele Mandelli e Maurizio Baggio (già al lavoro con Messa, The Soft Moon, Glazyhaze ( qui la nostra recensione di “Sonic” ), Nevermore è un brano sospeso tra armonie vocali accoglienti e chitarre sognanti, capace di evocare un senso di fragilità domestica, profonda ma mai disperata.
Nato durante il periodo più isolato della pandemia, e custodito per anni prima di essere finalizzato, il brano si presenta oggi come un piccolo frammento di tempo cristallizzato: riflessivo, vulnerabile, reale.
Nevermore è stato scritto in un periodo molto particolare della tua vita, tra isolamento e introspezione. La scorsa estate avete ripreso il brano per completarlo. Quanto di quel vissuto personale è rimasto intatto nella versione finale del brano?
Il nostro obiettivo, quando lavoriamo a una canzone, è quello di mantenere il più possibile la sensazione che il pezzo ci dava quando era nella sua forma originale.
Speriamo sempre che nonostante le numerose revisioni e prove di arrangiamento, il messaggio che il brano voleva dare all’inizio rimanga intatto.
In questo caso però abbiamo ripreso in mano una canzone più di tre anni dopo averla scritta, quindi penso che abbia inevitabilmente preso un significato leggermente diverso, in funzione delle persone e dei musicisti che siamo ora rispetto al momento in cui abbiamo abbozzato la prima stesura.
La chitarra in Nevermore ha un ruolo centrale, ma è usata in modo molto atmosferico. Come avete lavorato sul suono in studio insieme a Daniele Mandelli e Maurizio Baggio per ottenere quella texture così densa e ambientale?
Abbiamo lavorato ai reamp delle chitarre insieme a Daniele all’Elfo Studio in provincia di Piacenza. Conosciamo molto bene Dani e abbiamo un rapporto di fiducia reciproco, lui ci ha lasciato totale libertà nello sperimentare con ampli e pedali e questo è stato un fattore importante nella costruzione del sound.
Tra le tante cose abbiamo avuto la fortuna di poter usare anche uno Space Echo originale della Roland che era presente in studio, e sicuramente è una delle cose che più di tutte ha contribuito alla texture densa e ambientale di cui parli, anche se la pasta di suono è sempre fatta di un grande insieme di cose.

Nevermore è una parola che porta con sé un significato potente e definitivo. Nel comunicato parlate di una “malinconia confortevole e domestica” che emerge nel brano. Sono parole molto evocative, che già da sole suggeriscono uno stato d’animo ben preciso. Potete raccontarci meglio cosa significano per voi e come si riflettono nel brano, sia a livello sonoro che emotivo?
Penso che in questo caso le lyrics più identificative siano “I’m locked in this house / This last November was colder than ever / Keep prayin’ for you to save me / December tends to be so cruel”. La sensazione che volevamo dare era quella di raccontare le nostre paure inserendole in un contesto quotidiano e “relatable”, il che può sembrare una contrapposizione. Allo stesso tempo però mi chiedo: non è nelle situazioni consuetudinarie che ci troviamo più spesso a combattere con i nostri mostri?
Il vostro ultimo EP del 2023 ha sancito il passaggio da duo a full band. Come ha influito questa trasformazione sul modo in cui scrivete e arrangiate i brani?
Il modo in cui scriviamo canzoni è rimasto più o meno lo stesso: le canzoni partono sempre da idee chitarra e voce o piano e voce. L’approccio è cambiato molto invece per quanto riguarda gli arrangiamenti. Enrico (bassista) in particolare è un ragazzo con un sacco di idee, spesso pazze, e ci ha aiutato molto a guardare i brani sotto altri punti di vista, dando una mano importante al risultato finale per quanto riguarda la nostra identità da quando siamo una full band.

Avete da poco suonato a Mechelen, in Belgio, portando la vostra musica fuori dall’Italia. Com’è stata l’esperienza di trasmettere le atmosfere intime e personali dei vostri brani a un pubblico europeo?
Era la nostra prima volta in Belgio e la prima volta fuori dall’Italia con una formazione completa, quindi le emozioni sono state tante. Viaggiare per andare a suonare e fare esperienze del genere è sempre formativo ed è una cosa che amiamo. Poterlo fare in occasione del release show di una band di amici come i Maquillage è stato ancora più speciale.


