Con il loro album d’esordio “Il Gioco delle Tre Carte”, uscito il 17 ottobre per Garbo Dischi, gli Origami – Marco De Pasquale (voce e chitarra), Michele Guidotti (batteria), Aldo Barbieri (chitarra), Paolo Giannelli (basso) e Michele Bertocchini (chitarra) – fanno il loro ingresso sulla scena musicale italiana con un sound diretto, viscerale e sorprendentemente maturo.
L’album arriva dopo l’EP di esordio “Origine”
Dopo averci incuriositi con i singoli Nel Buio, Vivere e Ora d’Aria, la band presenta un lavoro che nasce da un viaggio interiore tra rischio, fragilità e desiderio di affermazione.
Prodotto da Davide “Divi” Autelitano dei Ministri, l’album si muove su un filo teso tra impulso e controllo, accompagnando l’ascoltatore in un universo di rock ruvido e istintivo.
Dietro ogni brano si intrecciano maschere e verità: il tema dell’inganno, del rischio e del bluff diventa un simbolo ricorrente, un riflesso delle incertezze e dei giochi di ruolo che attraversano la vita quotidiana.
In questo intreccio di luci, ombre e illusioni, ogni traccia sembra voler sfidare chi ascolta: quanto di ciò che percepiamo è reale e quanto è solo apparenza?
È da qui che parte la chiacchierata con gli Origami, per scoprire cosa si nasconde davvero dietro le carte del loro primo album.

Il titolo prende il nome da una truffa da strada basata sull’abilità manuale.
“Il Gioco Delle Tre Carte” è anche l’intro suggestivo che apre l’album: quanto c’è di metaforico in questa scelta? È un’introduzione simbolica al rischio e all’inganno, o riflette anche il vostro approccio musicale, dove sotto la superficie ruvida si nasconde una precisione chirurgica?
Diciamo che svolge un doppio ruolo, quello di introdurre appunto l’ascoltatore in un viaggio introspettivo fatto di fragilità ed incertezze (rischio), ma anche di consapevolezze e obiettivi più precisi (azzardo) . I due lati di una medaglia che si completa durante tutto il percorso di questo album.
Il brano Cinque Dita apre diversi scenari legati all’abbandono, alla solitudine, alla sofferenza e anche alla ricerca dell’identità.
Come viene, secondo voi, accolto il dolore personale dalla società di oggi? Presentando il disco, avete parlato di un’ispirazione a un immaginario retrò anni ’20, con luci soffuse e tavoli da gioco. Come avete costruito questa particolare atmosfera, sia sul piano sonoro che visivo?
Crediamo che ad oggi non ci si soffermi abbastanza sul dolore di ogni individuo men che meno sulle preoccupazioni e le incertezze che ne conseguono.
È un cane che si morde la coda, è come stare in equilibrio su un filo sottilissimo e cercare sempre di arrivare verso l’omologazione e l’accettazione quando il peso che hai in mano è fatto di sguardi che costantemente ti giudicano e pretendono un pezzo di te. Ecco che subentra uno scenario di un epoca passata, uno scenario che conferma che, a distanza di così tanti anni, non sia poi così diverso oggi.

Non conosco nel dettaglio le vostre esperienze musicali precedenti, ma ascoltando il disco ho avuto l’impressione che ognuno di voi abbia portato nel progetto qualcosa di personale, contribuendo a creare un mix solido, potente e ricco di sfumature. Quanto contano, per voi, le singole identità musicali all’interno del lavoro di gruppo? E come riuscite a bilanciarle nella scrittura e negli arrangiamenti?
L’identità di ogni membro della band è ciò che ha reso questo lavoro in studio qualcosa di incredibile.
Abbiamo diverse scuole di pensiero e ognuno di noi viene da una scena musicale diversa, abbiamo convenuto che avesse molto più senso svuotare tutto in un unico calderone per vedere cosa ne venisse fuori e siamo sicuri che sia stata la mossa giusta.
Alla produzione del disco c’è Divi, cantante e bassista dei Ministri. Anche se il suo nome non comparisse nei crediti, credo che si percepirebbe comunque molta dell’energia “ministrica” in questo lavoro! Com’è stato collaborare con lui? Cosa vi ha lasciato, a livello artistico o umano?
Lavorare con Divi è stato incredibilmente formativo. Non avevamo idea di come potesse essere la lavorazione di un prodotto musicale in termini professionali e nonostante tutto ci ha trasmesso la forza e la voglia di spingere sempre di più e non darci mai per vinti. Ha sempre avuto una visione che rispettasse a pieno i nostri gusti e il nostro modo di scrivere, dobbiamo tanto a lui.

Carillon si rifà a un pop-rock più morbido: parla di una relazione arrivata al punto di rottura, ma soprattutto del senso di immobilità emotiva. Potete raccontarci come avete lavorato su questo brano, sia musicalmente che emotivamente?
Crediamo che non sempre sia necessario inseguire un ordine per come siamo abituati a percepirlo, per intendersi: perché aggiustare qualcosa o inseguire qualcuno se il corso degli eventi ci porta a lasciar andare e alla fine va bene così? Il ruolo del carillon è quello di ripetere sempre e comunque il solito motivo, quando è finita la musica, ricomincia solo se lo vogliamo e abbiamo la voglia e le energie di ascoltare quel motivo di nuovo.
Il bluff è un po’ il leitmotiv del disco. In Nel Buio, ad esempio, emerge un immaginario religioso, con metafore legate al rischio e al giudizio. Mi ha colpito molto anche l’andamento ritmico, che riesce a tradurre in musica la tensione del testo. Mi parlate di questo brano?
Questo è uno di quei brani che è stato concepito inizialmente da un riff e successivamente è stato cucito un testo e una melodia. Nel buio è un’ammissione di colpa pur non avendo fatto nessun tipo di torto a qualcuno in particolare, è un faccia a faccia con la propria coscienza più che con Dio, una confessione che mette in discussione paure, ciò che è giusto e cosa è sbagliato e il ruolo della tentazione.

Mangiaspade si discosta musicalmente dal resto dell’album: è una ballad coinvolgente, con impronta folk e arricchita dagli archi.
Il richiamo è a un artista estremo, capace di incantare e inquietare allo stesso tempo — una figura di frontiera, che mette il proprio corpo e la propria vulnerabilità al centro della scena. Quali analogie trovate con la vostra band? Anche voi vi esponete al rischio per lasciare un segno?
La figura del mangiaspade è nata proprio dall’esigenza di raccontare una storia che parlasse di forza di volontà e che ci ricordasse sempre da dove veniamo. Esporsi ad un eventuale rischio è sicuramente quello che dobbiamo fare in questo momento, giocarci il tutto per tutto per lasciare il nostro segno, anche a costo di rimanere scottati.
Ora che l’album è fuori, quale “puntata” avete deciso di mettere sul tavolo con questo lavoro? Cosa vi siete messi in gioco come band?
Sicuramente la volontà di suonare più possibile è la prima necessità che abbiamo in questo momento. Abbiamo messo in gioco tutto, proprio per questo, suonare live è la cosa più bella per un gruppo, il contatto col pubblico è la diretta connessione che si crea attraverso la musica, non è solo intrattenimento, è una vera e propria esperienza per noi e per chi ci ascolta.



