Luca & The Tautologists è una band alternative rock guidata da Luca Andrea Crippa, autore di tutti i brani e dei testi, nonché voce principale, chitarrista e suonatore di lap steel. Al suo fianco, Paolo Roscio al basso e Deneb Bucella alla batteria.
Mentre tutto passa e la vita scorre, arriva quell’album che si mette davanti a tutti e a tutto. Quello che ferma i progetti in corso per dire: “Ho io la priorità.”
È qui, ora, e chiede di essere ascoltato.
Ed eccoci quindi a dare spazio a chi questa priorità se l’è conquistata: Luca & The Tautologist e il loro ultimo lavoro “Poetry in the Mean-Time”.
Tra riff, parole e visioni sonore, ho scambiato qualche pensiero con Luca per per esplorare più a fondo il loro universo musicale.
Ascoltando la vostra musica, emergono echi che ricordano band iconiche come i Genesis, i Marillion dell’era Fish o anche Tom Petty.
Sono artisti che hanno influenzato il vostro percorso musicale? In che modo queste influenze si riflettono nel vostro sound o nel vostro approccio alla scrittura?
Ho ascoltato sempre tantissima musica da quando ero un bimbetto e ho scoperto il rock a 14 anni grazie al live “One More From The Road” dei Lynyrd Skynyrd: la prima chitarra elettrica arrivò pochi mesi dopo.
Da ragazzo sono arrivato a trovare nota per nota a orecchio, direi solco per solco del vinile, con infiniti riposizionamenti della puntina del giradischi, le parti di chitarra di tutti i dischi dei 70s dei Lynyrd e anche di “Fillmore East” degli Allman.
Poi andando a ritroso sono andato alla scoperta dei generi alla base della loro musica: blues, country, r’n’roll e psichedelia.
Dagli anni 90 sono diventato onnivoro da Lou Reed a Neil Young, da Tom Petty che hai citato all’Alternative Country, da “Kind Of Blue” di Miles Davies alle Island Songs di Taj Magal.
Tra i miei favoriti ci sono Wilco, Ryan Adams, Bruce Cockburn ma anche nomi di nicchia come Captain Beefheart o piu’ attuali come Ryley Walker o King Hannah, entrambi visti recentemente dal vivo.
I Marillon dell’era Fish non li ho letteralmente mai ascoltati ma non sei il primo a citarli; chi ha ascoltato i miei brani nomina Genesis e Joe Jackson; Dire Straits, David Bowie e Lloyd Cole. La verità è che la mia scrittura è totalmente libera.

La copertina del vostro nuovo disco è molto suggestiva e sembra avere una forte identità visiva. Ce ne parlate? Qual è il concept dietro l’immagine, chi l’ha realizzata e in che modo si collega ai temi del disco?
Il disegno della copertina è realizzato da Stefano Bonora. E’ anche la copertina del singolo: Julie Hit Her Head. Riprende una foto vintage che ritrae questo incidente occorso sul set durante le riprese del cult movie del 1954 “The Creature From The Black Lagoon” , che aveva catturato la mia attenzione: l’imprevisto che impatta il corso naturale delle cose, i ruoli ribaltati, la bellezza e la vulnerabilità della diva hollywoodiana al centro, l’evocazione del mondo di mio padre dove anche i canoni estetici dell’uomo muscolare sono diversi rispetto ad oggi
Mi sono sfidato a cercare di mettere tutto questo nella canzone. E poi il mostro della laguna era il mio preferito fin da bambino e qui vedi che non è poi cattivo.
Avete scelto di cantare in inglese: cosa vi ha portato a questa decisione? È una scelta legata al tipo di sonorità, al desiderio di raggiungere un pubblico internazionale, o risponde a una vostra esigenza espressiva?
Anni di ascolti e lettura di testi in inglese: sono stato colonizzato dalla cosa forse migliore della cultura americana. Poi certo questo è un po’ un limite nelle esibizioni dal vivo : “peccato non capire di cosa parlano queste canzoni” mi è stato detto anche in questi giorni a Messina alla fine di un mini tour nella Magna Grecia tra Calabria e Sicilia; io cerco di ovviare raccontando brevemente il senso del brano o una frase chiave prima di eseguirlo. Ma questo limite potrebbe diventare uno spunto e una opportunità per spingermi portare le mie songs all’estero, magari anche proprio in America; bisogna provarci assolutamente anche per un discorso di affinità di linguaggio musicale e perché per queste cose il pubblico in Italia è davvero una nicchia.
“Poetry in the Mean-Time” è un contenitore di suoni e liriche che si presenta con una copertina davvero particolare, tratta da un film degli anni ’50. Con questa scelta visiva volevate suggerire una certa ‘mostruosità’ nella vostra musica, oppure mettere in luce l’amore e la fragilità che possono nascondersi dietro ciò che comunemente viene definito ‘mostro’? O magari non c’era alcun intento simbolico e la scelta è nata in modo più istintivo?
Nel frattempo e in the mean-times. In parte ne abbiamo parlato sopra. Ma perché questo brano diventa poi quello della copertina dell’album e perché questo titolo? Devi sapere che avevo in programma di realizzare un altro album, anzi una sequenza di 3 album dopo il primo “Paris Airport ’77” uscito a fine 2023.
30 brani già scritti e da arrangiare con la band. Poi improvvisamente a gennaio 2024 arriva questa canzone. Si innesca un momento di creatività e arrivano altre 10 canzoni nuove scritte quasi tutte in quel mese e “Poetry In The Mean-Time” passa avanti a tutto il resto.
L’album accade “nel frattempo” mentre c’erano altri progetti anche avviati e così anche la poesia, il momento poetico irrompe nel quotidiano, come uno stato di grazia e ti dice che sei sulla strada giusta e che la realtà e la vita hanno senso anche se intorno a noi in questi tempi miserevoli nulla sembra avere un senso accettabile.
L’album arriva inatteso come quella scena che interrompe le riprese del film ma ci regala in cambio questa immagine sorprendente.

Per chi si avvicina a voi per la prima volta: da quanto tempo esistete come trio musicale e com’è nato il progetto? C’è stata un’evoluzione particolare che ha portato alla formazione attuale?
Il progetto nasce nel 2023. Il mio amico Ruben Minuto mi aiuta a realizzare il desiderio, esigenza o sogno (come dice la canzone Dreams Become Promises che cita proprio lui e Ricky Maccabruni che apporterà a quel primo album e alla canzone stessa alcune parti di piano magnifiche) di portare alla luce i miei brani originali per la prima volta.
Ero ispirato tra l’altro dalla lavorazione dei due più recenti dischi pubblicati da Ruben (“Think Of Paradise” ante covid e “The Larsen’s Sessions” live ai RecLab studios di Buccinasco registrato in 2 giornate durante la prima breve interruzione del lockdown), cui avevo partecipato come chitarrista, arrangiatore e coproduttore.
Ruben mi avrebbe quindi ampiamente ricompensato, realizzando a sua volta per il mio disco le linee di basso, aggiungendo un meraviglioso mandolino, strepitosi assoli di chitarra e tutte le seconde (terze, quarte, quinte e seste) voci.
Analogamente il mio nuovo music friend Leandro Diana avrebbe contributo con la sua chitarra al primo album, come io avevo fatto partecipando con le mie chitarre alla registrazione del suo ottimo disco “Bring It On” sempre del 2023.
Poi si è verificata una combinazione di due cose: mi sono accorto che in questi tempi avversi per la live music la formazione in quintetto era difficile da vendere adeguatamente; in più Leandro voleva dedicarsi sempre di più al blues e alla old time music e anche il mio partner musicale di una vita (Ruben) aveva dato tutto e veramente tanto nella realizzazione di “Paris Airport ’77”, seguendomi su sentieri quasi prog molto lontani dalla sua estrazione country e americana.
E le cose su cui stavo lavorando erano ancora più alternative. Invece il drumming di Deneb Bucella già presente nella formazione originale era sempre la prima opzione e lui era pronto ad avventurarsi nel nuovo materiale.
E poi avevo la possibilità di coinvolgere Paolo Roscio, bassista extraordinaire che era perfetto per arricchire e sostenere con la sua tecnica e inventiva anche le mie composizioni più ardite.
Avete in programma un tour per portare dal vivo questo nuovo lavoro? Ci saranno date imminenti o particolari modalità con cui avete pensato di proporre il disco live?
Sto toccando con mano quanto sia arduo trovare situazioni di ascolto adatte a queste canzoni (per di più anglofone), brani di atmosfera a volte contemplativi o visionari un po’ fuori dai clichè anche per chi è’ abituato ad ascoltare musica americana. In questo giretto nei pub calabresi e in Sicilia ho puntato più su cover country-rock o americana o pop inglese revisited e il brano più apprezzato è stato un classicone come The Power Of Love dei Frankie Goes To Hollywood che chiudeva le serate.
Anche la sequenza southern rock Gimme Three Steps – Can’t You See – Melissa ha scaldato il pubblico. Su 36 brani totali eseguiti nelle 3 serate sono riuscito a proporre anche 8 brani miei e mi ha fatto piacere che siano stati molto apprezzati al primo ascolto: Indian Breeze, Undelivering, Is It All That You Learnt. Ma servirebbe un booking agent e, anche se più impegnativo, vorrei vedere che effetto fa proporre questi brani all’estero, nei paesi anglofoni.
Please Buy This Song è la mia preferita dell’album. Puoi raccontarci da dove nasce l’ispirazione dietro questo brano? C’è qualche storia o esperienza particolare che ha dato vita a queste parole e a questa melodia?
Il brano racconta proprio delle difficoltà che raccontavo sopra, accresciute dai tempi dello streaming gratuito: il titolo dice tutto (teniamo conto che una canzone da far tua per la vita costa su bandcamp meno di un caffè) e anche la frase “no, I don’t bring any people to the place, but cats and dogs are a good audience when it rains”.
Come ti dicevo a volte è l’idea del testo che condiziona il linguaggio musicale; all’ascolto del brano il mio amico bluesman newyorkese Jake Walker mi aveva commentato: “Se non ti conoscessi, direi che non posso credere che lo stesso ragazzo che suonava in una cover band dei Lynyrd Skynyrd abbia fatto questa musica. È come l’estetica opposta. Molto bello. La tua voce mi ricorda un po’ Marc Bolan e Lou Reed. Mi piace anche l’atmosfera e i suoni della registrazione.”
Ascoltando Your Own Way, a me viene in mente subito lo spirito degli Iron Maiden, anche se il vostro sound è molto diverso. C’è qualche elemento o ispirazione che, pur senza essere direttamente collegata, vi ha portato a questo tipo di energia o atmosfera nel brano?
Sono 4 accordi rock steady (forse più Tom Petty che Iron Maiden): li ho subito abbinati a un testo, scritto al volo, con cui auguravo a mio figlio, appena tornato a casa sollevato dopo il passaggio rituale dell’esame di maturità, di trovarsi la sua strada e andare avanti facendo leva sulle sue qualità e le sue caratteristiche, libero di scegliere “his own way”.
Nel disco c’è anche un brano dedicato alla laurea di mia figlia (Soon Was A Distant Yesterday): insomma il 2024 è stato un anno di tappe importanti un po’ per tutta la famiglia.
Nel vostro processo creativo, cosa arriva prima: la musica o le parole? E come lavorate per farli convivere e dare vita a un brano completo?
Le canzoni nascono da spunti musicali che mi evocano un’idea, poi arriva un titolo o una linea di testo o un testo completo in pochi minuti e da lì si definisce la melodia, si modella il mood, il sound e l’arrangiamento. E’ un processo da scultore, meraviglioso nel suo accadere e affascinante a ripensarci.
Poi mi trovo con Deneb che ci mette la batteria e mi aiuta a finalizzare la struttura e infine Paolo aggiunge le parti di basso.
I brani nascono comunque già molto strutturati chitarra e voce.
State già lavorando a nuovi brani o progetti? Ci potete anticipare qualcosa su cosa ci aspetta dopo questo disco?
Abbiamo brani pronti per altri 3 album: Songs About Love; 1999 e Mystery …The Greatest” con la title track già uscita come singolo e nell’ EP. “Suddenly Last Session” registrato vicino a Varese l’estate scorsa ai Niton Lab – Laboratori di Sperimentazione Sonora, che anticipa 5 brani di “Songs About Love”.
Assurdamente questo EP è stato registrato la settimana prima di “Poetry In The Mean-Time” : 5 gg di registrazione per ciascuno in due studi differenti. Infatti Poetry e’ stato realizzato a Inzago al Trai Studio di mighty Fabio Intraina.

Nel brano Julie Hit Her Head e nella copertina dell’album compaiono due figure femminili. Rappresentano qualcuno in particolare o sono una metafora di qualcosa di più profondo?
Sono le due figure al centro di questa scena che quasi ricorda come composizione quelle della natività: gli uomini intorno, mostro compreso (il più preoccupato di tutti) intorno alla bella attrice Julie Adams ferita alla fronte e accudita dall’infermiera accorsa per medicarla.
Se Julie rappresenta quasi l’icona della bellezza femminile al centro dell’attenzione dell’universo maschile quasi adorante, qui in una inattesa vulnerabilità che declina quella attenzione in preoccupazione, la figura inginocchiata dell’infermiera rappresenta l’altra facciata della donna che accudisce, si prende cura e risolve le situazioni con il suo senso pratico e le sue capacità.
Questa immagine è la riprova di come basti un momento di discontinuità con il nostro tran tran quotidiano per far scaturire i mille significati possibili e accessibili dietro l’apparenza delle cose.
Le nostre vite scorrono come se nulla fosse o inseguendo mete vane e effimere e nei frattempo di questa sequenza di momenti appare all’improvviso la poesia che ci induce a fermare il tempo a sottolineare anche con la musica (la musica che abbiamo dentro) quell’istante o quell’immagine rispetto alle altre.
Grazie ancora per le tue domande mai banali e per il tuo tempo.


