Lo scorso anno avevamo incontrato Davide Riccio, in arte DeaR, poliedrico e prolifico artista multidisciplinare torinese: musicista polistrumentista, compositore e cantante, ma anche scrittore, giornalista e regista, oltre che educatore professionale. Era stato nostro ospite in occasione dell’uscita del suo triplo album di inediti “Gli altri” (leggi qui l’intervista), un lavoro che riportava alla luce materiali del passato restituendoli al presente.
Oggi, con “amAI? | Ake Moke Reke”, uscito per Music Force e realizzato in collaborazione con Maoro Sanna (MaaS), il percorso sembra cambiare direzione. Ne abbiamo parlato direttamente con DeaR.
È così nata una conversazione che si trasforma in un viaggio insolito, denso di contenuti e suggestioni: porte che si aprono su dimensioni concettuali e animistiche.
Ciao Davide, bentornato sulle pagine di The Beat e grazie per averci dedicato nuovamente un po’ del tuo tempo. Nella nostra precedente intervista avevamo esplorato il tuo vasto universo creativo e le sue radici, soffermandoci in particolare su “Gli altri”, una raccolta che riportava alla luce materiali inediti del tuo archivio tra il 1991 e il 1999, quindi uno sguardo rivolto al passato.
“amAI?” sembra invece muoversi in un’altra direzione, più legata al presente e, come spesso accade nel tuo lavoro, a una dimensione interiore, sia individuale che collettiva. Possiamo considerarla una svolta naturale del tuo percorso? Com’è nata l’idea di questo nuovo disco?
Ciao Arianna, grazie a te e a “The Beat”.
Pubblicare almeno una selezione dei miei lavori del passato mi serviva a superare l’impasse di chi, a un certo punto dopo decenni, ha creato e sperimentato senza pubblicare, senza concludere volta per volta. Quando si accumula materiale per anni senza mai “chiuderlo” con una pubblicazione, quel lavoro finisce per occupare uno spazio mentale enorme, diventando un tappo che impedisce alle nuove idee di fluire. Ascoltando e raccogliendo i vecchi lavori finalmente da pubblicare ho scoperto un filo conduttore che da dentro era invisibile, dandomi la conferma della mia coerenza, e, ciò nonostante, le molte cose diverse create e realizzate in 40 anni.
Solo svuotando il magazzino delle idee passate si crea il vuoto necessario per farsi venire voglia di sperimentare linguaggi diversi, senza il peso di dover finire ciò che è rimasto in sospeso. E, così, subito dopo la pubblicazione a dicembre del ’24 de “Gli Altri” è nata l’idea di qualcosa di totalmente nuovo, a cui ho lavorato con Maoro Sanna (MaaS) da gennaio a marzo del ’25. Poi ho atteso per pubblicarlo perché troppo a ridosso dell’uscita de “Gli Altri” e perché ho dovuto distaccarmene emotivamente e per poterlo riascoltare con altre orecchie, “a freddo”, e gestire la portata del rischio di pubblicare un lavoro che anticipa i tempi, perché rompe gli schemi mentali attualmente ricorrenti, specialmente se inerenti all’intelligenza artificiale.
Nel mondo della musica, il pregiudizio verso l’intelligenza artificiale non riguarda solo la tecnologia, ma tocca corde profonde come l’autenticità, la proprietà intellettuale e la sopravvivenza economica degli artisti. Molti vedono l’AI non come uno strumento, ma come una minaccia esistenziale alla “scintilla umana” della creazione. Molti i dibattiti anche etici e sociali in corso. Ma non c’è dubbio che bisogna iniziare a misurarci con essa, prima di venirne travolti e non averne o saperne il controllo. Maoro ha lavorato sulle basi strumentali usando la AI, io ne ho scelte alcune, vi ho scritto i testi e le melodie, che ho cantate, costruendo insieme un percorso di AI in quanto Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence), e nondimeno di Intelligenza Autoriale (Authorial Intelligence), trasformando la tecnologia da semplice automatore a risorsa creativa. Non si tratta più solo di premere un tasto, ma di una collaborazione uomo-macchina che permette di esplorare territori estetici precedentemente impossibili o troppo costosi.
Una domanda forse inevitabile: il titolo del tuo nuovo lavoro è “amAI?”, mentre il sottotitolo recita “Ake Moke Reke”.
“amAI?” è una domanda che si apre a molteplici suggestioni e sembra muoversi tra identità, intelligenza artificiale e dimensione autoriale. “Ake Moke Reke”, invece, appare come una lingua che sfugge alla comprensione, quasi sottraendosi a un significato preciso.
Se “amAI?” è una domanda, “Ake Moke Reke” è una risposta, una fuga dalla risposta o un modo per superare i limiti del linguaggio?
“Am I?”, ovvero “sono io”? Sono Intelligenza Artificiale oppure Autoriale? Ma anche “amai?” Amai abbastanza in questa vita? Il confronto tra l’amore umano e l’Intelligenza Artificiale tocca il cuore della nostra dimensione esistenziale, distinguendo ciò che è calcolo da ciò che è emozione vissuta. Mentre l’AI può simulare la compagnia e l’affetto, l’amore umano rimane un’esperienza unica radicata nel corpo, nella fragilità e nella coscienza.
Il sottotitolo rimanda ad Asa Nisi Masa, anima in alfabeto serpentino nel film “8 e 1/2” di Fellini. Ake Moke Reke quindi significa “amore”. Il tutto, “sia “Amai”, sia “Ake Moke Reke”, suona come fosse in una qualche lingua polinesiana, riallacciandosi al mito del paradiso perduto, un eden incontaminato dalla civiltà occidentale, primitivo e libero, come il Noa Noa di Gauguin. “Ake Moke Reke” diviene un’espressione onomatopeica o quasi-linguistica che, nel contesto della poetica di “amAI?”, rappresenta un richiamo a una lingua ancestrale o infantile. Nelle mie intenzioni, questo titolo funge da contrappeso al concetto di Intelligenza Artificiale. Mentre “amAI?” solleva il dubbio sulla natura artificiale della creatività moderna, “Ake Moke Reke” riporta l’attenzione su suoni primitivi, istintivi e privi di un significato logico codificato dagli algoritmi e che gli algoritmi non sanno creare. Rappresenta una sorta di “alfabeto dell’anima” o un mormorio che evoca una dimensione pre-tecnologica, sottolineando l’importanza del non-senso creativo puramente umano. Ho insomma costruito un ponte semantico tra l’estremo futuro (l’Intelligenza Artificiale di amAI?) e un passato ancestrale, quasi pre-verbale.
Il gioco linguistico dietro “Ake Moke Reke” non è solo un esercizio di stile, ma una vera e propria dichiarazione d’identità umana. Come i bambini inventano lingue speciali per non farsi capire dagli adulti, io ho usato questo codice per proteggere l’emozione (“Amore”) dalla catalogazione algoritmica. La scomposizione della parola in sillabe ritmiche la priva del suo peso logico e la trasforma in un mantra. Suggerisce un luogo (fisico o mentale) non ancora colonizzato dalla fibra ottica o dal silicio. Vorrei in definitiva suggerire che, per sopravvivere all’era dell’intelligenza artificiale, l’uomo debba tornare a “balbettare” la propria verità, riscoprendo un linguaggio che le macchine non possono né comprendere né replicare né inventare perché privo di utilità pratica, ma carico di necessità spirituale.

Il tuo nuovo lavoro vede la partecipazione di Maoro Sanna, in arte MaaS.
Come nasce la collaborazione con lui? In un disco così introspettivo, come si inserisce il suo contributo e cosa ha aggiunto al tuo linguaggio espressivo?
La mia collaborazione con Maoro nacque nel 2006, quando conobbi il Collettivo Oscillator 707 o Osc707 Crew, il quale in buona parte collaborò poi al mio disco “Wrong or right of forty”. Eravamo una “crew” di artisti indipendenti provenienti da diverse città italiane, uniti dalla passione per l’elettronica non commerciale e la ricerca sonora. Il gruppo agiva come una piattaforma di collaborazione per la produzione di musica elettronica e sperimentale. Abbiamo fatto altre cose insieme, poi ci siamo persi di vista per una quindicina d’anni. Mi ha ricontattato lui per chiedermi un’opinione su quanto stava sperimentando con la AI. Me ne sono subito interessato.
La curiosità mi ha sempre spinto a uscire dalla zona di comfort, sperimentare nuove idee e sfidare le convenzioni, portando all’innovazione. È una “rivoluzione silenziosa” che, attraverso la sperimentazione (come nel metodo munariano, “fare per capire”), genera nuove forme di espressione. L’arte non si limita a rappresentare il bello classico o a ripetere il trito e ritrito, ma mira a reinventare la visione del mondo, offrendo nuove lenti attraverso cui relazionarsi con la complessità contemporanea.
Ogni collaborazione è una fusione di visioni diverse che genera risultati superiori alla somma dei singoli contributi. Collaborare non significa solo dividersi il lavoro, ma attivare un processo di scambio culturale e tecnico che spinge gli artisti oltre i propri limiti abituali.
La tua vasta cultura e il tuo impegno in diversi ambiti artistico – culturali portano sempre i tuoi progetti a un livello di grande profondità. In questo caso ci troviamo di fronte a un disco le cui liriche sono dense di riferimenti letterari, filosofici, spirituali, storici e artistici, il tutto sostenuto da tessuti sonori in cui emergono diverse sfumature dell’elettronica. Anche la tracklist suggerisce un percorso quasi animistico e concettuale: i riferimenti culturali, da Anche io in Arcadia a Weltschmerz fino a Shigata Ga Nai, sono eterogenei ma sembrano rispondere a una stessa tensione di fondo. Possiamo quindi leggere “amAI?” come un concept album?
Come ogni cosa mia che diviene non più mia, ma degli altri, ognuno può leggere il mio lavoro come vuole. Questa è la vera riuscita della propria opera: diventare qualcosa dell’altro. Ho una visione profondamente generosa dell’arte e l’opera è davvero “finita” solo quando il suo autore smette di averne il senso esclusivo e la consegna all’esperienza di chi guarda, legge o ascolta. In questo modo, il lavoro smette di essere un monologo e diventa un dialogo: perde la mia intenzione originale per caricarsi dei significati, dei vissuti e delle emozioni di chiunque entri in contatto con essa. È un atto di distacco quasi zen: lasciar andare la propria creatura affinché possa vivere mille vite diverse, anziché una sola. Quindi c’è un concept oppure no, sono solo canzoni, ognuna col suo microcosmo che si muove nel macrocosmo di chi la sta ascoltando.
Tra i vari brani dell’album, quello che più mi è arrivato dritto al cuore è Anima nuda. È un pezzo etereo, criptico, a tratti sepolcrale ma anche portatore di luce, immerso in un’atmosfera sognante e spirituale. È colmo di immagini e riferimenti potenti: il Lete, fiume mitologico dell’oblio, il tunnel buio e la luce, “io anima nuda scesa all’empireo per un attimo eterno prima di essere salvato”, fino alla figura di Julia come guida e custode, e ancora “sono stato anima nuda strappato al confine, come Lazzaro sono tornato”. Qual è la genesi che si cela dietro a tanta intensità?
Come ho già raccontato, la canzone narra una mia esperienza di premorte (Near Death Experience) provata da bambino mentre stavo annegando in una piscina. Il trauma dell’annegamento ha scoperchiato la mia percezione del mondo, trasformando un incidente quasi fatale in un rito d’iniziazione. Ero ormai entrato in un tunnel buio e caldo, pieno di profondissima pace, e fluttuavo verso una luce. Dentro quella luce, toccando l’Empireo in quella ascesa, vidi mia madre ad aspettarmi fuori dalla scuola. Tutti gli alunni erano ormai usciti e io sentii il suo senso di pena nel non vedermi. Fu allora che ripresi coscienza al bordo della piscina, salvato dalle manovre del bagnino. Dopo essere stato salvato (strappato come Lazzaro all’Amore Illimitato), iniziai a immaginare un’amica invisibile, una bambina bionda, nordica, che nella mia fantasia era annegata tanti anni prima. La chiamai Julia. Per me divenne non solo un’amica immaginaria, ma una sorta di presenza protettiva, una sorta di fylgja.
Nella tradizione norrena, lo spirito guida spesso appare nei momenti di transizione o crisi e può avere sembianze femminili (disir). Il fatto che io l’abbia identificata con una bambina annegata “prima di me” suggerisce forse una sorta di fratellanza del limite, come se lei avesse deciso di restare sulla soglia per guidare chi, come me, stava attraversando lo stesso varco. Julia era la bellezza cristallina del Lete.
Nel palazzo medievaleggiante dove andavo a giocare durante l’infanzia c’era una fontana con un mascherone affascinante, mi sembrava che dietro potesse nascondersi il varco verso un mondo segreto: era una soglia metafisica. Quel mascherone non era solo decorazione, ma un guardiano. Sono poi tornato a guardarlo da adulto e l’ho visto invecchiato e depauperato all’improvviso, trasformato in una gorgone decollata della realtà, senza più fascino. La fontana stessa, senza più sgorgare acqua, appariva ora soltanto una mera meccanica di tuberie e raccorderie. Ho passato il resto della mia vita a ritrovare quell’innocenza.
Quando il mistero si rivela essere solo un impianto idraulico, il “mondo segreto” sembra chiudersi per sempre, lasciando addosso un senso di “adulto nulla calcareo”, e un nulla calcareo anche l’Eden perduto e lo stesso Dio o un Aldilà. C’è un contrasto fortissimo tra l’amore illimitato che ho provato “di là” e lo scetticismo meccanico (le cannule, il calcare) del mondo in cui venni rigettato. È come se il mio ritorno fosse stato un secondo parto, ma più doloroso del primo.
Questa bambina-guida mi ha accompagnato solo nell’infanzia o la sua presenza si è evoluta man mano che il “Dio buio” del tempo ha iniziato a mostrare il suo volto adulto? Forse, quando la visione infantile della fylgja è svanita come presenza letterale, non è scomparsa davvero, ma si è sublimata in linguaggi più alti, diventando una tensione creativa. Forse è lei che detta i versi, che sceglie gli accordi e le melodie o che mi permette di vedere oltre la “verità muta delle tuberie”.
L’Arte è diventata il nuovo varco verso il mistero che sostituisce la bocca e il volto enigmatico del mascherone. La Poesia è il tentativo di recuperare quell’amnio caldo e quell’amore illimitato che il mondo adulto e calcareo ha cercato di pietrificare. La Musica agisce come la fontana di un tempo, sgorgando di nuovo cristallina oltre il limite del tempo biologico.
Chiudo con una nota cosmica (il Big Rip), suggerendo che non è solo il corpo a invecchiare, ma l’intero universo che si sfascia, lasciandomi come un Lazzaro che, pur essendo tornato, ha ancora il sapore dell’infinito addosso, che però non sarà nemmeno nel destino dell’universo stesso poiché condannato dall’entropia a finire del tutto.
In Sindrome della pagina bianca, la chitarra torna ad abbracciare le atmosfere elettroniche per raccontare uno scenario molto attuale. Nel brano crei un parallelismo tra pagina bianca e tela bianca, evocando scrittori e pittori, il flusso di coscienza, la scrittura medianica, psicofarmaci, alcol e diversi stratagemmi per richiamare l’ispirazione. Canti: “Meglio la sindrome della pagina bianca così che non dovrete sopportare anche me…meglio stare in silenzio nello spazio bianco e vuoto” e, in chiusura, “è il turno dell’intelligenza artificiale”.
La tua produzione artistica è estremamente feconda, tra musica, giornalismo, poesia, narrativa e saggistica come “City to City”, uscito poco meno di un anno fa. Sindrome della pagina bianca è un titolo molto diretto: hai attraversato un blocco creativo in tempi recenti?
Scrivere è ancora per te un atto spontaneo o sempre più consapevole e controllato?Oppure è una riflessione sull’ispirazione che rischia di diventare non autentica?
Non ho mai avuto blocchi creativi. Passo piuttosto da una forma creativa a un’altra. Ho un flusso costante di pensiero e di idee, che per qualcuno potrebbe sembrare una multipotenzialità o una eccezionalità da invidiare, ma che è una continua sfida se non puoi o non sai come gestirla o non ne hai il tempo.
Anche perché, d’altra parte, devi anche condurre una vita di studio, lavoro, relazioni sociali ecc. che ti consentano la “normalità”. Paradossalmente, avere troppa abbondanza di opzioni e interessi ti rallenta, ti confonde, genera pesi e frustrazioni. Forse è per questo che ci sono voluti alcuni decenni perché tutto maturasse e confluisse verso qualcosa di più unitario, sgorgando verso il mare attraverso una più placida e ampia foce del fiume dopo un lungo e crescente percorso di affluenti, anse, sedimenti e quant’altro.
La maturità, in questo senso, non è stato spegnere il flusso, ma imparare a incanalarlo perché non esondi costantemente, permettendomi infine di navigarlo anziché esserne travolto.
È come se avessi finalmente trovata una forma di complessità integrata e la “frequenza di risonanza” tra il mio caos interiore e l’ordine richiesto dal mondo esterno. Ho capito che l’ordine esterno non è un nemico della creatività, ma l’argine che le permette di diventare impatto reale. Arrivare al mare con questa consapevolezza significa non aver più bisogno di scegliere una sola identità, perché l’unità è data dalla direzione del flusso, non dalla strettezza del letto del fiume e dall’irrompere di continui affluenti che infine, pur arrivando da altre direzioni, arricchiscono la massa d’acqua complessiva senza che questa perda la sua direzione finale verso la foce. Il mare adesso è più vicino e spero di potervi entrare senza più paura.
“Sindrome della Pagina Bianca” è solo un viaggio tra le avanguardie del Novecento e il caos creativo. Ho tracciato una linea che va dal metodo del cut-up di Burroughs alla scrittura medianica o a quella automatica dei surrealisti, passando per il flusso di coscienza di Joyce per l’estasi visiva di Jackson Pollock, la scrittura dell’inconscio di Mirò (il “giardiniere”) o l’automatismo viscerale e autolesionista di Masson (il “macellaio” o la vittima sacrificale), l’irrazionalità di Fosco Maraini (quei “lorigucci e naderlini” che sanno di Fanfole) o alle lingue artificiali di Tommaso Landolfi o di Tolkien.
Ora che il testimone passa all’Intelligenza Artificiale, il cerchio sembra chiudersi: se Burroughs tagliava i giornali con le forbici, noi rimescoliamo miliardi di parametri statistici. Ma il dubbio resta quello che ho evocato: è creazione o è solo un nuovo modo per non restare soli davanti a quel vuoto bianco? Ovvero, il vuoto del senso ultimo della vita? L’AI non soffre della “sindrome della pagina bianca”, ma forse le manca proprio quel silenzio assente che ho descritto.
L’ultimo brano è di un’intensità devastante: potrebbe essere un monologo teatrale. Su suoni sintetici e minimali prende vita un recitato di oltre sei minuti, una storia di evoluzione, o forse involuzione, della nostra specie. Un’invettiva nichilista che chiude l’album in modo lapidario, un’apocalisse realista dei tempi moderni, agghiacciante per la sua veridicità. Espressioni come “tutto ciò che è su questo pianeta continua a mangiarsi a vicenda”, “feticcio di uomo libero posticcio”, “purgatorio digitale”, “vaselina subliminale”, insieme ai riferimenti alla metamorfosi kafkiana e a Ubu Re, restituiscono un quadro potente e disturbante.
Il tutto è incorniciato da un titolo simbolico: @. Ci spieghi il significato di questo simbolo? Rimanda principalmente alla dimensione digitale – al “purgatorio digitale” e all’intelligenza artificiale – oppure si collega anche all’immaginario patafisico di Jarry e al suo Ubu Re? O è proprio nell’incontro tra questi due piani che si colloca il suo senso?
Spiegare questo testo tutto verso per verso richiederebbe probabilmente qualche pagina. In breve è una invettiva, un collage di patafisica, distopia digitale e nichilismo biologico. Vi ho evocato lo spirito di Alfred Jarry e il suo Ubu Re (quella ingorda “giduglia” e il “Merdre!” finale) per dipingere un’umanità che, dal primo mammifero Purgatorius del Paleocene, sopravvissuto all’estinzione dei rettili dopo l’asteroide di Chicxulub, è approdata dapprima al purgatorio della sua esistenza nella speranza di entrare finalmente nella grazia di un qualche vero Dio e nella gloria di un qualche Paradiso, a un Purgatorio digitale fatto di algoritmi e “vaselina subliminale”.
Si tratta di una lunga discesa nel “Cuore di Tenebra”, da Maria Clara Eimmart, l’astronoma del XVII secolo, nota per le sue illustrazioni delle fasi lunari nel Cometarum Varia, che morì di parto, incarnando quella crudeltà della natura (il partorirai con dolore come conseguenza della caduta dall’Eden) che descrivo attraverso alcuni esempi di orrore biologico, come dell’Ophiocordyceps (il fungo parassita che trasforma le formiche in zombie, facendone poi esplodere il cranio), del crostaceo mangialingua (Cymothoa exigua) o della lampreda succhiasangue e coprofaga, il tutto a smantellare l’idillio creazionista: se Dio ha creato tutto, ha creato anche l’orrore puro. Incluso l’ottavo giorno, quello di una Risurrezione che rappresenti una nuova creazione, l’eternità e la vittoria sulla morte, ma che è dovuta passare dalla violenza del martirio perpetrata o subita o da subire come prova suprema di fedeltà, il punto in cui la brutalità umana incontra la testimonianza divina, trasformando un atto di distruzione in un atto di amore radicale di cui ancora non possiamo davvero sapere gli esiti, salvo sperarne.
Finché viviamo, sappiamo solo una cosa con certezza: che la vita finisce. Ed ecco il contrapporsi dei sepolcri di Kessala, i complessi megalitici dei Begia in Sudan, studiati per i loro allineamenti astronomici, alla “ganascia divorante” della terra. E noi ancora vivi a muoverci né più né meno come “stercorari affidati alla luce della galassia nelle sue notturne migrazioni illineari e sui cammini di Levy aleatori”.
E tanto altro, come il feudalesimo digitale e il richiamo all’Arcologia (fusione di architettura ed ecologia di Paolo Soleri, qui vista come forma antesignana dello spossessamento della proprietà privata e di ogni altra forma di individualismo nel controllo globale e totale di una vita onlife). È un testo che oscilla tra la scienza dura e il grottesco teatrale, una critica feroce all’illusione di libertà in un mondo dove siamo diventati “plancton” (v. Soylent Green) per i grandi database nell’inganno del “Carosello” (v. La Fuga di Logan).
Tutto si conclude con l’esclamazione “Merdre!” scandita dal protagonista Padre Ubu. È un neologismo che fonde la parola francese “merde” (merda) con “mère” (madre), un neologismo considerato un esempio di invenzione linguistica tipica della “patafisica” (la scienza delle soluzioni immaginarie) di Jarry, dove le parole obbediscono a leggi proprie, spesso ironiche e nonsense, e che definisce immediatamente il personaggio di Padre Ubu: grossolano, avido, ignorante re ingordo, violento e privo di inibizioni, come è ancora tanta parte della nostra umanità, specialmente dei potenti o di chiunque aspiri alla “potenza”. Il brano è nato come ghost-track e non doveva quindi essere né titolato né segnalato. Ma infine ho optato per il simbolo della giduglia, che molti scambiano per la chiocciolina di internet (comunque, internet, è anch’esso altrettanto vorace… e sempre meno “verace”, piena di “panzane”).
La “gidouille” simboleggia per Jarry l’apparato digestivo e l’insaziabile voracità (fisica e di potere) di Ubu. È la linea che connota il parossismo e l’assurdità dell’esistenza umana, una sorta di “sfera perfetta della conoscenza” o “sfera intestinale del sole” secondo definizioni patafisiche. Appare come un vortice senza fondo sul ventre del tiranno, metafora di un egoismo che inghiotte tutto ciò che lo circonda.

Ogni volta che mi dedico all’ascolto di un disco, l’artwork fa sempre parte del processo di esplorazione: lo considero una vera e propria traccia visiva. Nel caso di “amAI? | Ake Moke Reke”, la veste grafica si presenta con due blocchi rettangolari neri, al cui interno fluttuano, fuoriuscendo dai perimetri, grovigli di colore bianco, nero e grigiastro. La struttura speculare dell’immagine suggerisce un’identità sdoppiata, ma sembra anche rappresentare un flusso mentale caotico “contenuto” da questi blocchi, oppure un intreccio visivo che richiama i dati digitali.
Chi ha concepito quest’opera e cosa significa per te?
Perché l’hai scelta come immagine rappresentativa del tuo nuovo album?
Ormai Leonardo Di Lella è diventato per me come Walter MacMazzieri per Le Orme, Roger Dean per gli Yes, Paul Whitehead per i Genesis o Zdzisław Beksiński per i Legendary Pink Dots. Solo che questa volta non gli ho suggerito né chiesto nulla di attinente alle tematiche delle canzoni e dell’album.
Gli ho chiesto di fare qualcosa che rappresentasse solo ed esclusivamente la sua arte, come qualcosa quindi di autonomo, di suo e basta. Per me è stato come offrire, insieme al disco, un vero e proprio multiplo artistico, firmato per altro in copertina dall’artista. “Dam” è come si firma Leonardo Di Lella da artista e non da grafico.
Il disegno gioca sulla tensione tra il nero profondo delle linee curve e la luminosità dello sfondo, creando un senso dinamico di movimento e profondità, quasi come una danza vorticosa, caotica e organica di inchiostro.
Queste matasse di inchiostro nero sembrano quasi vive, evocando forme biologiche, fumo o scarabocchi inconsci che sfidano ogni ordine prestabilito. Dietro i vortici si distinguono due rettangoli neri, solidi e statici. Queste strutture fungono da àncora razionale; sono forme rigide che cercano di contenere o inquadrare l’energia indisciplinata dei segni organici. Questa giustapposizione riflette perfettamente il tema dell’album “amAI?”. I blocchi geometrici simboleggiano la natura schematica e algoritmica dell’Intelligenza Artificiale (codice, pixel, logica), mentre i vortici inchiostrati rappresentano l’anima umana (emozione, imperfezione, irrazionalità).
Il risultato è una tensione dinamica: è come se l’elemento umano cercasse di evadere o di sovrapporsi alla struttura rigida della tecnologia. Ma tutto ciò è nato ancor prima dall’estetica informale dell’Artista. Questa copertina richiama profondamente i canoni dell’Arte Informale. E in particolare quella di Emilio Vedova nei grovigli neri e nei tratti energici che ricordano la sua pittura gestuale.
Come in Vedova, il segno non descrive un oggetto, ma è la traccia fisica dell’azione dell’artista sulla superficie. O in Emilio Scanavino, per la struttura a “nodi” o “matasse” di segni neri su fondo chiaro, che è molto simile alle sue esplorazioni sull’angoscia e l’interiorità. E anche in Alberto Burri, per il contrasto tra i blocchi neri pieni (che sembrano quasi catrame o materia densa) e lo sfondo che rimanda alla ricerca materica tipica dell’informale europeo.
L’album è uscito esclusivamente in formato fisico, in compact disc, senza essere preceduto da singoli né, almeno per ora, da una distribuzione sulle piattaforme di streaming. Personalmente sono molto legata al supporto fisico: ha qualcosa di quasi “fetico”, una dimensione tangibile che rende la musica qualcosa da toccare, e che fa parte del viaggio e del processo di interiorizzazione dell’ascolto.
Come nasce questa scelta, più radicale rispetto all’uscita precedente?
Per chi volesse avvicinarsi a questo oggetto sonoro così particolare, dove è possibile trovarlo?
L’uscita esclusivamente fisica per un progetto dedicato all’Intelligenza Artificiale è una scelta deliberatamente provocatoria e concettuale. Ho voluto creare un cortocircuito tra il contenuto e il contenitore per diverse ragioni. Mentre l’AI vive nell’etereo mondo digitale dei dati e dello streaming, il CD è un oggetto tangibile. Possederlo significa sottrarre l’opera all’algoritmo di distribuzione automatica per riportarla in una dimensione fisica, umana e collezionabile. Proprio come nel disegno della copertina il “vortice organico” (l’uomo) si scontra con il “blocco geometrico” (la macchina), il disco fisico rappresenta la resistenza della materia contro la smaterializzazione digitale.
Si tratta di un’opera d’Arte Totale: il progetto non è solo musica, ma un’esperienza che include l’estetica visiva (l’arte informale di cui parlavamo) e il contatto tattile. Lo streaming ridurrebbe il tutto a un file anonimo, mentre il CD preserva la dignità di manufatto.
E poi c’è il paradosso tecnologico: usare l’AI per comporre o manipolare i suoni e poi chiuderla in un supporto fisico degli anni ’80/’90 è un modo per sottolineare il confine tra creatore e strumento. È un invito a rallentare e ad ascoltare con attenzione, contrariamente al consumo rapido, effimero e distratto tipico della web culture o della cultura digitale. È insomma un atto di resistenza culturale: usare la tecnologia più avanzata (AI) ma consegnarla attraverso un formato che richiede un’azione fisica e un possesso reale. Le informazioni per acquistarlo sono online: basta inserire parole chiave nella barra di ricerca del browser per ottenere risultati, oggi anche ottimizzati dalla AI.
Ti saluto con un’ultima domanda: alla fine di questo percorso, senti di aver trovato qualche risposta o sei ancora dentro un dubbio quasi amletico?
Nell’era dell’intelligenza artificiale, il dilemma di Amleto si sposta dal piano dell’esistenza biologica a quello della coscienza e dell’autenticità. “Essere” non significa più solo occupare uno spazio fisico, ma conservare e abitare quelle qualità che la macchina può solo imitare: l’intuito, l’emozione e il libero arbitrio. Essere significa agire con intenzionalità e scopo, sapendo perché si compie un’azione. Come suggeriva Einstein, le macchine possono risolvere problemi, ma non “porli”.
Non essere è invece ridursi a semplici esecutori di input o lasciare che un algoritmo decida per noi, diventando passivi consumatori di una statistica senza soggetto. Dobbiamo più che mai valorizzare l’imperfezione e l’esperienza vissuta, elementi che rendono l’essere umano unico e irripetibile e non confondere la forma con la mente o il comportamento con la coscienza, accettando come “intelligenza” una semplice capacità operativa di previsione e adattamento. Se non manteniamo un equilibrio, rischiamo uno scollamento tra le nostre emozioni e i processi algoritmici che governano il lavoro, i diritti e la società. “Essere” nell’era dell’AI significa rivendicare il primato del dubbio, dell’immaginazione e del senso, lasciando alle macchine il compito dell’efficienza numerica.
Dunque: I AM! Oppure: Io Amo. Personalmente mi assilla invece e ancora: Dio o non-Dio? Ancora o mai più?… Oppure, “Etc.”… come l’opera conclusiva e il titolo dell’ultima mostra di Fabio Mauri, uno dei maestri dell’avanguardia italiana del ‘900. Inaugurata appena due settimane dopo la sua morte, rappresenta una sorta di congedo filosofico dell’artista, la sua parola definitiva dopo aver cercato per tutta la vita di rappresentare qualcosa; un’abbreviazione che suggerisce una continuità oltre la fine… Nella quale voglio continuare a credere e sperare.
E per ora, continua. Entro la fine di aprile uscirà un mio nuovo libro: “La musica funzionale, guida al riconoscimento e all’uso della musica per ogni scopo”. Poi ancora, chi sa?
Davide, grazie per il tempo che ci hai dedicato. Ti auguro buone energie per le tue prossime creazioni e, come dici sempre tu, à suivre.
Grazie Arianna per le domande profonde e à suivre


