“Il territorio delle meduse” – Katana Koala Kiwi

I Katana Koala Kiwi sono una band nata a Trieste, composta da cinque amici cresciuti tra i quartieri di Scorcola e San Giacomo. Il gruppo è formato da Alessandro Fulvio, Pietro Giannini, Gilberto Tomasella, Andrea Basso e Lorenzo Avanzini, che condividono una scrittura collettiva sia nei testi che negli arrangiamenti.

La loro identità è profondamente legata alla città: Trieste viene raccontata come un luogo di confine e contraddizioni, capace di generare un rapporto ambivalente fatto di fascino e rigetto, immobilismo e tensione emotiva. Proprio da questo contesto nasce la loro urgenza espressiva: un bisogno di trasformare rabbia, inquietudine e desiderio di umanità in un suono compatto.

Il loro stile si muove tra territori ampi: shoegaze, art rock, post rock, ma anche suggestioni più insolite come nenie liturgiche, ritmi tribali e influenze popolari, con una scrittura che alterna esplosioni sonore e momenti di silenzio, per abbattere ciò che loro stessi definiscono un “muro”.

Il primo passo importante arriva nel 2024 con l’EP d’esordio: “Per farmi coraggio mi sono buttato dal piano terra” , un lavoro di sei brani che mescola post rock, midwest emo e vena pop, considerato dalla band una chiusura e insieme un inizio di ricerca. Nel 2025 pubblicano: il singolo Radici, accompagnato da un remix realizzato dalla band romana Macadamia. A settembre 2025 esce “Precipitiamo di sicuro”, EP composto da tre brani più quattro remix elettronici, con collaborazioni con altri giovani artisti triestini come Kalpa (qui la nostra intervista), Klen-Fi & RENTAL0012, Tom Ether.

Parallelamente, tra fine 2024 e 2025 iniziano a costruirsi una forte dimensione live, suonando in tour in diversi locali italiani e aprendo anche a nomi noti della scena.

“Il territorio delle meduse” è il loro primo album, in uscita il 10 aprile 2026 per Dumba Dischi con distribuzione Believe.

Il disco viene registrato tra autunno e inverno 2025, in un periodo descritto come rapido ma intenso, quasi sofferto: un lavoro in studio vissuto con urgenza e ossessione. La produzione è curata dalla band insieme ad Alessandro Giorgiutti, che si occupa anche delle registrazioni e di gran parte del mix.

Il titolo e l’immaginario dell’album ruotano attorno alla figura della medusa, ispirata a una citazione di Haruki Murakami: l’idea che il mondo reale sia più profondo e oscuro di quanto percepiamo, e che gran parte di esso sia abitato da creature silenziose, misteriose, resistenti, un luogo interiore che appartiene solo a chi lo vive.

Già dalla prima canzone, Viscere, ci ritroviamo in un mondo sospeso nell’oscurità, con un inizio apparentemente vuoto ma carico, pronto a esplodere con batterie e chitarre. Una lentezza da danza macabra, proibita, quasi blasfema; chitarre laceranti che sembrano riportare col vento delle presenze. “Ribolle nel sangue / Trema nella pelle / Spira nelle viscere”. Da una parte questo dolore straziante, espresso dalle parole carnali di chi sembra davvero aver visto e attraversato sulla propria pelle il male; dall’altra la delicatezza delle rose, della neve, di chi vuole ancora vivere.

In Noia vampira invece troviamo un ritmo più accelerato, dallo shoegaze incalzante, come se il tema principale del testo venisse affrontato con una voracità insaziabile che porta a voler vivere le relazioni al massimo pur di non sentire, almeno per un po’, il dolore. “Cullami / Fammi soffrire / Come se non sapessi / Cosa voglia ottenere / Ba-ba-baciami, abbracciami, mordimi / Come se volessi / Tutto il mio sangue”. Una sofferenza primigenia urlata, una voglia di avere ciò che, per incapacità o forse incuria, ci è stato negato, oppure ci è stato dato nel modo sbagliato e che, per quanto negativamente, cerchiamo solo in quella forma, perché è quella che conosciamo, quella che ci fa sentire vivi anche se ci fa male.
Dolore consapevole, perché le brutture ci fanno analizzare i meccanismi del mondo più degli altri. La gioia è il dolore, perché sappiamo già dal principio che ciò in cui stiamo per tuffarci è sbagliato, ma non possiamo fare a meno di farlo: per sentirci vivi, in quell’urlo grunge assetato di dolore e rabbia.

Tornare a casa, tra gli arpeggi iniziali quasi dolci, che mi riportano a una dimensione immaginifica e infantile, fa pensare a una cura negata in un’età in cui “un suono che culli” era necessario e invece non c’era nessuno: “nessuno animale verrà ad accertarsi che stia bene”. E quel dolore è rimasto, vivo, ed esplode con il riff di chitarra finale, in cui “i tuffi al cuore sono un aquilone in fiamme”: un’infanzia negata dalle brutture e dall’assenza.

C’è un momento in cui il disco sembra prendere coscienza di sé e cambiare direzione. Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo, invece, mi sembra un punto di svolta nella narrazione. C’è la fatica di allontanarsi da una situazione stantia, forse da un paese troppo piccolo, con le borse piene di sale perché alla fine il passato ce lo portiamo sempre dietro, con tutto il suo dolore. Ma la frase “abbiamo tagliato le nostre antenne” segna una rivoluzione, un punto di svolta in cui il nu metal, paradossalmente, crea una traccia calma e carica di consapevolezza: un addio gridato ma lucido.

Di vele e naufragi, ma anche un “non si annega mai da soli”, a mio parere: positività da fine film, dove si fa un resoconto nel bene e nel male. “Ricordo ancora il calore di quella festa/ricordo ancora il sapore di quell’abbraccio”. I luoghi in cui viviamo sono sempre uguali, che cambiamo noi o no è irrilevante. “Chissà se questo mare è lo stesso in cui tuo padre sognava di naufragare.” New wave e art rock che si fondono in una musicalità magnetica e diversa da tutto l’album, forse perché siamo in un punto in cui la natura non è più battagliera ma profondamente compresa nella sua indifferenza e bellezza.

Verso la fine sembra emergere una forma di pace, o almeno di accettazione. Con Di vele e naufragi è il momento in cui il disco smette di combattere contro il dolore e inizia a guardarlo con lucidità. Emerge una positività da fine film, dove si fa un resoconto nel bene e nel male. “Ricordo ancora il calore di quella festa / ricordo ancora il sapore di quell’abbraccio”. I luoghi in cui viviamo sono sempre uguali; che cambiamo noi o no è irrilevante: “Chissà se questo mare è lo stesso in cui tuo padre sognava di naufragare”. New wave e art rock si fondono in una musicalità magnetica e diversa dal resto dell’album, forse perché siamo in un punto in cui la natura non è più battagliera ma profondamente compresa nella sua indifferenza e bellezza.

Nella pancia del lupo si muove su un registro un po’ pop punk. “Non so se la pioggia sarebbe un’alba, ma il calcetto, i segni di pace” : la pancia del lupo diventa un’incubatrice in cui racchiudersi e avere il tempo di crescere, mai avuto.

C’è una città che sembra sempre restare a metà, sospesa tra conservatorismo e novità, con l’Austria ancora presente più del dovuto e un mare infinito e malinconico nella sua fragilità. Formaldeide è l’inno alla nevrotica Trieste: “fragile, flebile, esile”, come la volontà del suo meta-cittadino Zeno Cosini di smettere di fumare. La famosa ultima sigaretta: un brivido che consuma. Una città sempre a metà, anche storicamente, tra conservatorismo e forse novità. Gli arpeggi appena accennati e i volti pieni di sale della canzone sembrano restituire proprio questa stessa sospensione.

Il territorio delle meduse è la canzone finale dove nostalgia e calma apparente si abbracciano senza darci risposte apparenti.

Mi viene difficile pensare a questo album e classificarlo: c’è la bellezza della contraddizione, quella di una città continuamente “movimentata”, “nevrotica”, ricca di sale e di sole, con radici che, dubbiose, compiono il loro percorso. C’è la bellezza del riconoscersi, del rendere il mondo un richiamo poetico, del ribaltarlo in positivo anche quando non lo è; delle mani usate per raccogliere l’altro dal buio; dell’oscurità che si può abitare e da cui si esce con rabbia: una rabbia primigenia, legittima, ragionata, infuocata.

Tanta bellezza e tanta poesia. Consigliato.

E’ in corso una campagna di crowdfunding per la stampa del disco, è possibile aderire QUI

Tracklist:

01. Viscere
02. Noia vampira
03. Tornare a casa
04. Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo
05. Strade private
06. Sul fondo del fiume
07. Di vele e naufragi
08. Nella pancia del lupo
09. Formaldeide
10. Il territorio delle meduse

Foto Francesco Manzoni e Elena Brenna