Happy Birthday: 9 Maggio 2006 “Gulag Orkestar” Beirut

Beirut - Gulag Orkestar

Quando, nel maggio 2006, esce Gulag Orkestar, il panorama musicale alternativo è già attraversato da un crescente interesse per le sonorità dell’Est Europa. Da un lato l’energia trascinante dei Gogol Bordello, che l’anno precedente pubblicano “Gypsy Punks: Underdog World Strike” e portano dal vivo il loro gypsy punk esplosivo anche nei club italiani. Dall’altro, la diffusione in Occidente dell’immaginario balcanico passa anche attraverso le composizioni di Goran Bregović, che tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, con la Wedding and Funeral Band e le celebri colonne sonore realizzate per il cinema di Emir Kusturica (Time of the Gypsies, 1988; Underground, 1995), contribuisce a consolidare l’ingresso di queste sonorità nell’immaginario musicale occidentale.

In quegli anni cresce la tendenza a “importare” sonorità non occidentali nel pop e nell’indie, che entrano progressivamente nel linguaggio della musica alternativa.

Il 2006 è ancora un’epoca pre-streaming e pre-Facebook: MySpace, radio indipendenti, blog e passaparola digitale sono fondamentali per la scoperta musicale. Un disco come questo si diffonde quindi in modo “lento ma virale”, soprattutto tra comunità indie e forum musicali.

In questo contesto, il debutto di Beirut si inserisce come una reinterpretazione più intima e rarefatta di quel mondo sonoro balcanico e mitteleuropeo, trasformando ritmi nomadi e suggestioni folk in un linguaggio personale e malinconico.

Zach Condon alias Beirut

C’è qualcosa di dissonante, quasi disturbante, nel titolo Gulag Orkestar. “Gulag” evoca un passato di repressione e dolore; “orkestar” apre invece a un mondo di ottoni, danze e tradizione popolare. È proprio in questo contrasto che nasce il primo impatto sull’ascoltatore: un cortocircuito emotivo che incuriosisce, disorienta e prepara a un viaggio in un altrove immaginato.

Zach Condon, alias Beirut, all’epoca ventenne, nato a Santa Fe e cresciuto ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, costruisce con questo disco straordinario un immaginario balcanico del tutto personale, esplorato più per intuizione e fascinazione che per radici dirette. Un territorio sonoro che non eredita, ma reinventa, filtrandolo attraverso una sensibilità profondamente immaginativa.

La voce che accompagna le undici tracce del disco, richiama gli aspetti più “lunari” del timbro Morrisseyano, con quei colori delicati, malinconici, teatrali.

Zach Condon alias Beirut

Apre l’album The Gulag Orkestar, è qui che inizia a prendere forma l’immaginario di Beirut che  canta e registra gran parte degli strumenti in prima persona -tromba, strumenti a corda, percussioni, tastiere – ricorrendo a tecniche di overdubbing che includono anche stratificazioni vocali dal timbro corale verso il finale del brano.

È un valzer malinconico quello di Prenzlauerberg, che prende il nome da Prenzlauer Berg, quartiere berlinese nel distretto di Pankow, un tempo parte di Berlino Est.
Dalla seconda traccia in poi entrano in gioco anche altri musicisti: Jeremy Barnes (percussioni, fisarmonica), Heather Trost (violino), Perrin Cloutier (violoncello) e Hari Ziznewski (clarinetto).

La terza traccia, Brandenburg, amplia il perimetro geografico spostandosi dal tessuto urbano berlinese alla regione che lo circonda, mantenendo intatto l’immaginario centro-europeo che attraversa il disco, introducendo un’accelerazione ritmica e una forte coloritura gipsy.

Apre totalmente il cuore Postcards from Italy, inno alla nostalgia, marcetta con un delizioso ukulele affiancato da fiati. Una cartolina che arriva da un luogo dove bellezza e struggimento convivono, con una potenza seducente e lacerante.

“E so che l’inverno passerà lentamente, senza il mio cuore, cosa posso fare?”: ecco l’apertura di Mount Wroclai (Idle Days), insieme a una fisarmonica dal ritmo vivace, stile Les Negresses Vertes.
Il saliscendi della voce di Zach Condon è sostenuto da cori e fiati incalzanti. Anche questo brano rapisce e mantiene un registro emotivo rarefatto e malinconico: il tempo non guarisce, ma si fa consapevolezza senza soluzione, sottolineata dall’ingresso progressivo delle percussioni nella seconda parte del brano.

Come il Reno attraversa il cuore dell’Europa, così la vita sembra scorrere lungo l‘asse centrale del proprio cuore. “La vita, la vita va bene sul Reno” ripete Beirut in Rhineland (Heartland). Sarà davvero così?

Una deviazione di stile di due minuti di guizzo effervescente con Scenic World, che, con un allegro piano elettrico, cede subito il passo ad una banda di ottoni per la successiva Bratislava.

Zach Condon alias Beirut

 The Bunker e The Canals of Our City tracciano città immaginarie, dove memoria e malinconia scorrono tra strade e canali.

“Cosa puoi fare quando cala il sipario? Andare a sinistra o a destra”. Con questo “koan balcanico” di After the Curtain, l’album si conclude. Tutto rimane aperto, ma la scelta non lascia sospesi: chi siamo quando cala il sipario? Quale direzione prendiamo? Qualunque sia la risposta, battiamo le mani, perché qualsiasi direzione sarà una nostra scelta definita che non lascia sospesi.

Salutiamo i 20 anni di questo album con uno sguardo alla sua copertina, trovata da Zach Condon in una biblioteca di Lipsia, strappata da un libro. Per molto tempo l’autore della foto è rimasto sconosciuto: il booklet originale del disco spiega solo che l’immagine era stata scoperta “per caso”.

Zach Condon alias Beirut

La paternità dell’opera è stata attribuita successivamente a Sergey Chilikov. Le sue istantanee della quotidianità post-sovietica, in bilico tra documentazione e surrealismo, entrano in totale sintonia con l’immaginario sonoro di Beirut.

Oggi, celebrare i vent’anni di questo album significa riconoscere la forza di un’opera nata dal caso ma destinata a restare. Tra le melodie degli ottoni e la grana di quella celebre fotografia, Zach Condon ha costruito un ponte tra mondi lontanissimi, facendoci immergere in dimensioni sospese e contemplative, lasciandoci in eredità un debutto folgorante che non ha ancora smesso di emozionare e di farci viaggiare restando immobili.

Tracklist:

01. The Gulag Orkestar
02. Prenzlauerberg
03. Brandenburg
04. Postcards from Italy
05. Mount Wroclai (Idle Days)
06. Rhineland (Heartland)
07. Scenic World
08. Bratislava
09. The Bunker
10. The Canals of Our City
11. After the Curtain

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