Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
Kalpa, all’anagrafe Angelo Mallardo, torna con il nuovo disco “Post”, uscito il 13 Marzo su tutte le piattaforme di streaming digitale, distribuito da Triggger.
Dopo il primo album “Manuale del piccolo ingrato” e aver aperto concerti di artisti come Cosmo, Il Mago del Gelato, Okiorgio e Iako, Kalpa esplora ora territori sonori più ampi, dall’indie folk fino alle derive elettroniche più radicali.
“Post”, è un lavoro che parla di trasformazione, della necessità di evolversi, del disagio della vita contemporanea, della sincerità e della tensione tra dubbi e desideri, offrendo un racconto generazionale intenso e personale. L’album consegna all’ascoltatore una serie di riflessioni intime e quotidiane: momenti di incertezza, desiderio di cambiamento, piccoli fallimenti e conquiste. È un disco che mostra come la musica possa essere un modo per elaborare esperienze e sentimenti, lasciando emergere la complessità del presente senza filtri.
In questo Batti 5, Kalpa ci accompagna nel dietro le quinte della sua scrittura, del processo creativo e delle emozioni che attraversano ogni traccia del disco.

Il tuo nuovo disco “Post “ ruota attorno all’idea di “post-”, cioè di ciò che viene dopo una fine o una trasformazione. Qual è stato la spinta, la necessità di cambiare direzione per poter ripartire?
Sentivo di aver dato tutto quello che potevo col primo disco, di non avere più nulla da dire. Sforzarmi a scrivere qualcosa di nuovo aveva l’effetto contrario, perciò ho vissuto dei mesi di totale blocco in cui non sapevo nemmeno se avrei continuato.
Poi come sempre, basta aspettare di avere qualcosa da dire, e l’urgenza torna: nonostante lo smarrimento iniziale, in poco più di un mese avevo scritto quasi tutto “Post”.
Nei testi emerge spesso il tema dell’onestà emotiva e del dubbio, come nel brano Sincero. In un’epoca in cui tutto sembra filtrato, costruito, faticoso, quanto pensi che il disagio di vivere renda difficile essere veramente autentici?
È difficilissimo quanto essenziale. La sincerità è una delle poche cose che ci rimangono, specialmente nella musica che al giorno d’oggi viene più consumata che effettivamente ascoltata. Alla gente in verità basta poco, se scrivi canzoni perché ne hai bisogno veramente se ne accorgono, e secondo me prima o poi quello ti premia.
Anche se sono imperfette, almeno sono vere: credo fermamente che dobbiamo riappropriarci del diritto di fare un po’ schifo.
Nell‘album tornano spesso temi di disagio molto contemporaneo: lavoro, aspettative, sindrome dell’impostore. In che modo queste tensioni quotidiane diventano il carburante creativo che guida la scrittura del disco?
Sono esperienze che ho vissuto in prima persona, diciamo che ero nel posto giusto al momento giusto. La realizzazione di questo disco è stata l’unica valvola di sfogo in un periodo in cui la vita mi sembrava scivolare sempre più dalle mani: ero mangiato dal lavoro, non riuscivo più a fare nulla delle cose che amavo fare, insomma mi ero scontrato per la prima volta a muso duro col capitalismo e le sue conseguenze.
Quindi il “trauma” è stato in realtà vitale per “Post”, senza probabilmente avrei scritto di tutt’altro (o magari non avrei scritto proprio, chissà).
I generi di questo progetto cambiano traccia dopo traccia. Come le transizioni sonore possono essere uno strumento per raccontare stati d’animo o momenti diversi della vita?
Amo cambiare veste musicale in continuazione, mi riconnette di più con la mia parte da ascoltatore attento e curioso e meno con quella da spocchioso musicista snob (perché alla fine di base quello siamo). Soprattutto, mi diverte molto creare forti contrasti: un brano apparentemente scanzonato e gigione come “Lo sai (che non è facile)” parla in realtà di attacchi di panico e della paura costante di non farcela, ad esempio.
La realtà di base è che semplicemente ho sempre ascoltato di tutto ma senza essere mai del tutto infognato con un genere, il che mi ha permesso magari di cogliere alcune sfumature senza dovermi per forza stagnare su determinate sonorità.
Rispetto al tuo primo album “Manuale del piccolo ingrato”, cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere e raccontarti?
A livello di scrittura e composizione, tendenzialmente è cambiato il punto di partenza: se prima magari partivo da un sample o qualche suono particolare, con “Post”, sono ripartito dalle chitarre e dagli strumenti suonati, cosa che sicuramente va a favorire in qualche modo la struttura e la forma canzone.
Per il resto invece, oggi sono sicuramente molto più consapevole di determinate dinamiche all’interno dell’industria musicale, e me la vivo con molta più serenità. So bene che una proposta artistica come la mia non avrà mai vita facile in questo paese, ma so anche che non ha senso combattere con un’industria che ha come unico interesse quello di creare rumore di sottofondo: a volte è meglio cercare e trovare il proprio posto nel mondo, piuttosto che adattarsi sempre.


