Novamerica, dopo un inizio nella musica attraverso lo studio del pianoforte jazz, trova con varie sperimentazioni la sua forma espressiva attraverso la canzone.
Attivo dal 2016 e con due album alle spalle, ha maturato esperienza nei principali festival italiani della scena indipendente.
Con questo suo ultimo lavoro, un album composto da otto tracce intitolato “Vivere tanto per vivere”, ha creato uno spazio d’ascolto ricco di influenze internazionali ma allo stesso tempo molto ancorato alla tradizione italiana cantautoriale.
Lo si percepisce nelle influenze synth pop, sufficientemente allegre ma in realtà polisemiche, per la loro stessa natura frammentaria, che si lega perfettamente alla sensazione di provvisorietà che permea tutto l’album.
Questa stessa tensione si ritrova anche nei testi: malinconici, ma al tempo stesso attraversati da un’energia vitale — quella di chi raccoglie ogni filo di vento, ogni coccio di bottiglia, il bello e il brutto di questo mondo, per trasporlo e dargli vita creativa, perché altrimenti finirebbe dimenticato.

Penso che il punto centrale dell’album sia questo: un insieme di elementi messi insieme, la paura della dimenticanza, celebrare la bellezza degli altri, delle donne cantate nell’album, che alla fine diventano uno specchio del proprio sentire.
Il percorso che compie il disco, a parere mio, potrebbe definirsi spirituale.
Si inizia con Va così e così, in cui, nella frase “non c’è nessuno che mi viene a insegnare cosa devo fare”, si percepisce sia un richiamo a ricordi puerili, con la perdita dell’innocenza e dell’infanzia, sia la voglia di avere una guida, ma anche quello schiacciamento che può far sentire la vita adulta così frammentaria.
In “E ti addormenti per paura di stare da sola” di A denti stretti viene espressa la caducità dei rapporti umani, che da una parte può essere riscontrabile soprattutto nell’età adulta, ma che in realtà penso si possa collegare a un senso esistenziale più profondo: c’è quasi un gioco di resistenza.
Afferro con forza l’amore che ho davanti adesso, lo proteggo con le unghie e con i denti, e con una silenziosa preghiera chiedo che non se ne vada. Prendere, quasi esigere, per paura del tempo che passa, della vecchiaia. Vivere un meccanismo per cui la vita si afferra tutta e con forza, perché potrebbe seguire il vuoto e la dimenticanza.

In “l sesso, l’alcool, l’altamarea (Emily) la figura di Emily viene delineata con delicatezza: nel suo essere madre, nel suo percorso vitale, ma anche attraverso l’abbattimento di quel muro che ci separa dagli altri e dall’idea che le loro vite siano perfette e definite. Non è mai così, e forse saperlo ci permette di avvicinarci meglio, vedere con più chiarezza, senza paura o sovrastrutture.
“E dopo tutto cosa vuoi che sia / ci vivi dentro la follia”: la consapevolezza che le vite degli altri sembrino un caos ordinato solo perché non sono le nostre, mentre se ci fossimo dentro potremmo riconoscerne le potenzialità molto meno.
C’è questo riconoscere e creare arte intorno a una figura, quasi prendendo tanti pezzetti di mondo e riordinandoli, per renderla una musa, ma anche forse per cristallizzare delle sofferenze e dare loro un senso — l’altamarea — che altrimenti sarebbero finite nel dimenticatoio a breve.
L’altro diventa una luce in cui rispecchiarsi e i suoi girotondi diventano un modo per riordinare i nostri.

Quindi, per collegarci all’altra canzone, Sei come un Dio, l’altro può diventare una divinità, ma senza quella dimensione sacra, perché forse Dio risiede in quel momento in cui ci sentiamo connessi all’altro, come sembra suggerire anche la frase “respiro il nome tuo che è in me”.
È interessante come, in questo album, la parte strumentale sembri adattarsi di volta in volta al messaggio che vuole trasmettere. In questa canzone, infatti, si percepiscono richiami quasi esotici, suoni che rimandano altrove, che creano un senso di movimento e di viaggio sonoro.
Quelli che ti danno la droga si apre con suoni distorti nella voce: robotici, evocativi, quasi da scenario post-apocalittico. Sullo sfondo, il testo recita “lo stomaco non brucia a vent’anni”, punto centrale in cui tutte le preoccupazioni si condensano.
Quest’atmosfera densa esplode nel ritornello, dove la musica diventa più incalzante e viene ripetuto più volte “dov’è l’MD? Dov’è l’MA?”. È il picco di energia dato dalle sostanze, per non pensare, perché la nostalgia è troppa, per andare avanti quando il peso della vita diventa insostenibile.

Nella terzultima canzone, Vivere tanto per vivere, che dà anche il titolo all’album, ascoltiamo una voce cantata che emerge quasi come un grido feroce, scavalcando la parte strumentale, in alcuni punti più malinconica.
“Accoppiarsi come pecore / senza gli occhi per le lacrime” è, forse, una delle frasi più rappresentative dell’album. C’è una voglia di lasciare tracce, ma quasi senza vederle, come se stare al centro dell’attenzione e non essere dimenticati fosse quasi un automatismo per il nostro ego.
Abbiamo proprio tutta questa necessità di essere ovunque? Oppure un giorno potremo fare come Phoebe Bridgers, nel suo brano “I Know the End”, e dire con la calma di chi ha visto tutto: “I’m not afraid to disappear / the billboard said the end is near”?
“Alla notte un po’ ci crede / il giorno dopo tutto crolla”: qui viene rappresentata un’altra donna, Margherita, che nel contesto della canzone è una persona che confida in incontri inaspettati o in connessioni momentanee che possono cambiare il destino.
Ma forse, più che sperare nell’incontro della vita, la sua risposta sta nel saper semplicemente comprendere e godere della constatazione del titolo: Non siamo soli mai. Mica poco, no?

Nel brano che chiude il disco, I cantautori, questa rimembranza trova la sua massima espressione nel verso “Ricordati di noi / noi siamo i cantautori che non sanno niente”.
In questa frase convivono sia la voglia artistica di dare ordine al caos, sia la dissoluzione di ogni pretesa di intellettualismo. La necessità della memoria, della celebrazione delle persone e della vita sembra nascere soprattutto dall’esigenza di non sentirsi soli, senza alcuna teoria che possa mai rappresentare pienamente il grido doloroso di quel sentimento.
Mi viene da pensare che la forza di questo album potrebbe essere amplificata se facesse da sottofondo a una serata cinema con unx amicx che non si vuole lasciar andare, magari con Hiroshima mon amour di Alain Resnais in televisione. In questo film, la paura di dimenticare l’amore coincide con la paura di dimenticare la guerra, un dolore perfettamente rappresentato in questo monologo:
“Niente. Proprio come nell’amore esiste questa illusione, l’illusione di non poter mai dimenticare. Allo stesso modo, davanti a Hiroshima ho avuto l’illusione che non avrei mai dimenticato, proprio come nell’amore… Come te, ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro l’oblio, come te ho dimenticato… Come te ho desiderato avere una memoria inconsolabile, una memoria di ombra, di pietra. Ho lottato per conto mio, con tutte le mie forze, ogni giorno, contro l’orrore di non capire più il perché di quel ricordo. Come te, ho dimenticato. Perché negare l’evidente necessità della memoria?”.
Tracklist:
01. Va così e così
02. A denti stretti
03. Il sesso, l’alcol, l’alta marea (Emily)
04. Sei come un dio
05. Quelli che ti danno la droga
06. Vivere tanto per vivere
07. Non siamo soli mai
08. I cantautori che non sanno niente


