Ecco un album che ha risuonato senza sosta nel mio stereo, quei dischi che ti catturano al primo ascolto, come un’esplosione di rumore e sentimento, che accende tutte le luci dei sensi. Trentasei minuti di concentrata bellezza, con la spinta irresistibile a schiacciare di nuovo play, per farsi raccontare ancora una volta tutto da capo.
“La fine dei vent’anni” è il primo album solista di Motta, che ha stregato le orecchie di molti, tanto da aggiudicarsi la Targa Tenco 2016 nella categoria “Opera prima”.
Prima di affermarsi come cantautore solista, Motta aveva già costruito una parte importante della propria identità musicale nella band Criminal Jokers. Con il gruppo aveva esplorato sonorità punk new wave, muovendosi in una scena alternativa italiana in forte fermento nei primi anni Duemiladieci. Dopo due dischi e diversi live, però, il percorso della band si interrompe e Motta attraversa una fase di cambiamento personale e artistico.

È proprio da questo momento di transizione che nasce il progetto solista. L’incontro artistico con il produttore Riccardo Sinigallia diventa fondamentale: qui come in altri progetti, il suo tocco peculiare è immediatamente riconoscibile. Come un architetto del suono, Sinigallia plasma ogni dettaglio, costruendo spazi musicali inconfondibili.
Alle spalle di questo album ci sono anni di esperienze intense di Francesco Motta: i tour e le collaborazioni con Nada, Zen Circus, Il Pan del Diavolo, e Giovanni Truppi e il lavoro come compositore di colonne sonore.
Queste esperienze, unite al lavoro e alla collaborazione con diversi artisti, hanno contribuito a definire l’impronta unica di questo disco: Motta è affiancato da alcuni dei musicisti che hanno arricchito la produzione: Giorgio Canali (C.S.I. P.G.R Giorgio Canali & Rossofuoco), Cesare Petulicchio (BSBE), Guglielmo “Ghando” Ridolfo Gagliano (Paolo Benvegnù, Negrita), Laura Arzilli (Tiromancino), Alessandro Alosi (Il Pan del Diavolo), Andrea Ruggiero, Lello Arzilli, Andrea Pesce, Maurizio Loffredo.

Motta ridefinisce il proprio linguaggio musicale, passando dall’energia collettiva della band a una scrittura più personale e narrativa. Il titolo stesso suggerisce un passaggio di fase: non solo anagrafico, ma anche artistico. Le canzoni sembrano nascere proprio da quel momento sospeso in cui si guarda indietro a ciò che si è stati e si prova a immaginare quello che si diventerà.
Da qui prende forma un disco che non racconta semplicemente la fine di un’età, ma la ricerca di una nuova identità musicale e umana, tema che attraverserà anche i lavori successivi di Motta.
In questa nuova fase Motta sembra voler rallentare e guardarsi dentro, trasformando esperienze personali e riflessioni generazionali in canzoni più intime.

Sono queste istantanee personali, insieme alle osservazioni che si allargano al mondo esterno, a costruire la forza e l’umanità del disco.
La scrittura di Motta è senza dubbio uno degli aspetti più distintivi del progetto. I testi oscillano tra intimità e osservazione generazionale. Le immagini sono quotidiane, a volte quasi scarne, ma proprio per questo riescono a essere immediate. Motta lascia spazio a pensieri spezzati, visioni e momenti di vulnerabilità.
E lo fa partendo con una immagine di copertina dove ti guarda dritto negli occhi, occupa col viso tutto lo spazio disponibile, come a suggerire “tutto quel che c’è di me, ora è qui”.
Apre il disco Del tempo che passa la felicità. “La magia della noia, del tempo che passa la felicità” è la frase centrale: il valore magico della noia, la potenza del semplicemente stare, l’esplodere della felicità dopo aver percorso lunghe strade perché “partiti da lontano”. Impossibile non lasciarsi trascinare dai cori, dalle percussioni e dalla chitarra, suoni che nel finale assumono un sapore più scuro e acido. Forse non riusciremo mai a dondolare nella felicità: c’è sempre un timbro che ci richiama al pericolo della sua durata… e infatti la canzone si interrompe di colpo.
La title track ha un inizio quasi sospeso, le chitarre e il ritmo costruiscono lentamente una tensione emotiva che nel suo crescere mi riporta immediatamente ad un passaggio di William, It Was Really Nothing degli Smiths. Il brano cresce con leggerezza ma non rinuncia a un sottile senso di malinconia, fino a chiudersi in un equilibrio tra tensione e rassegnazione.
Con Prima o poi ci passerà, il disco trova la sua prima vera esplosione. La struttura della canzone è quasi ciclica: cresce lentamente e si cristallizza nel ritornello, che ritorna come un mantra dal quale è impossibile sfuggire. Si fa strada un’idea di sollievo, la possibilità che paure e inquietudini possano davvero dissolversi quando troveremo “un posto dove stare”, perché in fondo, “siamo sporchi, siamo uman”, scanditi dal pulsare costante del basso di Laura Arzilli.
La tensione narrativa rimane alta, mentre il registro musicale cambia assumendo un approccio ‘acid tropical’. Sei bella davvero nasce dalla penna di Motta e Riccardo Sinigallia. Il testo si confronta con la storia di una donna trans, evocata da “quelle scarpe giganti e un nodo alla gola”. È una poesia, una carezza lieve in questa narrazione densa di umanità, scevra da giudizi: un affresco che si costruisce nei dettagli, tra il visibile e l’invisibile.
La carica sonora continua a salire anche con Roma stasera, con le percussioni in primo piano: decise, taglienti, potenti, trascinanti. Un realismo urbano e sporco, dove il contatto fisico con la città diventa quasi violento, intrecciando immagini di presa, sottomissione e abbandono.
Mio padre era comunista ci dona un affresco famigliare il chiave folk, impreziosito da archi e cori.
Si prosegue con i suoni dilatati di Prenditi quello che vuoi. Atmosfere world music che richiamano mondi esotici.
Con Se continuiamo a correre il disco riprende slancio. La partenza suona come un sitar acido, che imprime una scia psichedelica per tutto il brano. Ad intrecciarsi con la voce di Motta arriva anche quella più ruvida di Alessandro Alosi aggiungendo tensione e spinta al pezzo, rafforzando l’idea della corsa condivisa evocata dal titolo.
Disillusioni, rimpianti, amarezze si mescolano a diverse immagini di dolore, errori ed una consapevolezza che arriva troppo tardi.

Maternità è forse il brano più “isolato” rispetto al tour dell’epoca; non mi sembra che fosse sempre presente nelle setlist dei diversi live che ho visto durante quel periodo.
Un approccio acustico per Abbiamo vinto un’altra guerra, la sopravvivenza di un amore, costantemente sopraffatto ma in qualche modo in vita.
A distanza di un decennio, il disco rimane uno dei debutti più significativi del cantautorato italiano degli anni Dieci: un lavoro che non pretende di spiegare la fine di un’era, restituendo la sensazione di un’età che si chiude e di un’identità che sta ancora cercando la propria forma.
La Fine dei vent’anni: correre contro tutto, prima che tutto ti corra dietro.

Tracklist:
01. Del tempo che passa la felicità
02. La fine dei vent’anni
03. Prima o poi ci passerà
04. Sei bella davvero
05. Roma stasera
06. Mio padre era un comunista
07. Prenditi quello che vuoi
08. Se continuiamo a correre
09. Una maternità
10. Abbiamo vinto un’altra guerra



