Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: MET

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Con il suo nuovo singolo Un altro posto, MET (Mattia Pellicoro) traccia un percorso personale dove cantautorato pop ed elettronica si fondono. La sua ricerca si muove tra corpo e parola, tra impulso e riflessione, dando forma a brani che sanno essere allo stesso tempo fisici e introspettivi.

Al centro del suo immaginario c’è il movimento, inteso non solo come spinta ritmica ma come condizione emotiva: un modo per attraversare il tempo, le relazioni e le trasformazioni personali. In questo equilibrio instabile, la musica diventa un luogo altro, in cui perdersi e riconoscersi, mettere alla prova la propria capacità di sentire.

Con Un altro posto, MET esplora una dimensione più intima e notturna. Il brano si sviluppa come un flusso di coscienza fatto di immagini sensoriali e frammenti emotivi, in cui il tempo accelera e il presente sembra sfuggire. Tra silenzi, contatto e memoria, prende forma uno spazio condiviso fragile ma necessario, in cui la vicinanza diventa un atto di resistenza.

Un lavoro che anticipa il nuovo progetto “Si ballerà” e che conferma una poetica in bilico tra club e introspezione, tra urgenza e sospensione.

Diamo il benvenuto a MET in questo Batti 5 di oggi.

Nel brano la scrittura segue un flusso di pensieri, mentre l’elettronica che l’accompagna è una tessitura morbida, che si muove in un gioco tra introspezione e ritmo. Il risultato è un bilanciamento perfetto di queste dimensioni: quali strumenti o scelte sonore ti hanno aiutato a ottenerlo?

Il brano nasce come un flusso di coscienza notturno, quindi porta già dentro di sé un ritmo naturale, quasi fisico, legato alle immagini e alle sensazioni che emergono. Volevo che questa dimensione rimanesse centrale, anche nella produzione.

La chitarra è stato il primo elemento: una ritmica presente, ma mai invadente, capace di sostenere la voce e lasciarle spazio, accompagnando quel flusso senza interromperlo.

Su questa base si è poi costruita la parte elettronica, con una sezione ritmica e suoni che richiamano il mondo della techno, ma trattati in modo morbido, mai aggressivo. L’idea era proprio quella di creare un equilibrio tra introspezione e movimento, tra ascolto intimo e dimensione clubbing, che è poi uno degli elementi chiave del progetto che sto sviluppando.

“Siamo stati di stelle che sono esplosi” è una delle immagini più evocative del brano: le stelle, in senso scientifico, sono ciò che ci dà la materia di cui siamo fatti. Quanto ti interessa questo legame tra dimensione cosmica e dimensione emotiva?

Le stelle, quando esplodono, attraversano una trasformazione radicale: passano da uno stato di equilibrio a condizioni estreme. Mi interessava proprio questo passaggio, perché in quel momento della mia vita sentivo qualcosa di simile: una perdita di stabilità, un’accelerazione continua di pensieri, ansie, emozioni, e anche di un rapporto che stava cambiando forma.

L’immagine delle stelle mi ha permesso di tradurre tutto questo in qualcosa di più universale. C’è un legame forte tra dimensione cosmica ed emotiva, perché entrambe hanno a che fare con ciò che non riusciamo davvero a controllare o comprendere fino in fondo.

Il cosmo, essendo in gran parte ancora ignoto, diventa per me uno spazio immaginativo: un “altrove” in cui poter proiettare le emozioni, lasciarle espandere senza confini. È un modo per dare forma a qualcosa di molto intimo, ma allo stesso tempo infinito.

Nel testo usi immagini molto sensoriali: odore, contatto, vento… Se dovessi descrivere Un altro posto con una sola immagine, quale sarebbe?

Due corpi nudi in un letto, che si guardano e si sfiorano appena con le dita.
La stanza è in penombra, entra una luce leggera da una finestra aperta, e all’improvviso tutto si ferma. C’è una calma sospesa, come se per un attimo il tempo smettesse di scorrere.

Molti testi banalizzano o mortificano il sesso, ma nel tuo brano diventa libertà e consapevolezza profonda. Ne parli in maniera emotiva e viscerale senza stereotipi o spettacolarizzando. Il contatto interrompe il flusso del tempo e crea uno spazio ‘altro’: nella tua visione è qualcosa che si costruisce in due o che esiste già dentro di noi?

Qui entriamo in una dimensione più psicologica. La capacità di fermare il flusso dei pensieri, di creare uno spazio “altro” in cui il tempo smette di essere un’ansia, è qualcosa che ci appartiene. Non sempre però riusciamo ad accedervi da soli: spesso abbiamo bisogno di uno stimolo esterno, di un contatto, di una presenza che interrompa quel rumore.

In questo senso, “Un altro posto”  nasce dentro di noi, ma prende forma davvero quando si è in due. È più facile raggiungerlo quando c’è fiducia, stima, e una forma di bellezza che non è puramente estetica, ma profonda, quasi universale. Quando c’è questo, il contatto diventa uno spazio in cui fermarsi, e il tempo perde peso.

Qual è il tuo “altro posto” geografico?

Non esiste per me un “altro posto” geografico preciso. È più una condizione che nasce dal movimento: il viaggio, la scoperta, l’incontro con nuove persone.

Sono queste esperienze a generare ogni volta un altrove diverso. Non è tanto il luogo in sé, ma quello che succede dentro mentre lo attraversi.