Articolo a cura di Cristian Arnò
Sono le 18:00 di domenica 22 marzo quando imbocco la tangenziale verso Milano. Il traffico è intenso, ma sono partito per tempo — per fortuna, perché stasera non voglio perdere nemmeno un minuto. La destinazione è l’Arci Bellezza, storico circolo milanese che da anni ospita i nomi più interessanti della scena indipendente italiana. Stasera suonano Druga & Ghando, e l’emozione che sento mentre guido è difficile da spiegare.
Andrea Franchi in arte Druga, cantautore e polistrumentista, porta dentro di sé quasi trent’anni di musica vissuta dall’interno — su tutti, quasi vent’anni al fianco di Paolo Benvegnù. Nel 2022 pubblica La Carne, album che esplora il confine tra materia e spirito. Accanto a lui stasera c’è Guglielmo Ridolfo Gagliano, in arte Ghando: polistrumentista e produttore, tastierista dei Negrita e compagno di Druga nel progetto Benvegnù.
Stasera però non è solo un concerto di Druga & Ghando — è un ritrovamento. Due amici che tornano a suonare insieme, e lo fanno portando sul palco anche il mondo di Paolo Benvegnù, scomparso nel 2024. Con loro, Alessandro Grazian, Daniela D’Angelo ed Enrico Gabrielli — tre nomi che bastano a capire che questa non sarà una serata ordinaria.
Io e Joshin (che ha organizzato l’evento) abbiamo la fortuna di sederci a cena con loro prima del live. Risotto allo zafferano, vino rosso, conversazioni che scivolano naturali.
Si parla di furgoni scassati e chilometri macinati tra un live e l’altro, di figli, di spiritualità, dei progetti di ognuno al di fuori dell’attività live, di chitarre che ci accompagnano da una vita, di come la produzione musicale sia cambiata: less is more — meglio poche cose buone che mille suoni brutti. Si parla anche di creazione inconscia, di come si scriva per necessità espressiva senza capire davvero cosa si stia dicendo — e di come il senso di quello che si è fatto emerga solo col tempo, a volte grazie all’interpretazione di qualcun altro. È come stare tra amici.

Il live parte con tre brani da La Carne. Ed è subito chiaro che questa non sarà una di quelle serate in cui si viene a celebrare qualcuno — si viene a suonare. Ella, Il Vento Caldo, Orgasmo: Andrea con la sua Gretsch semiacustica arancio, Ghando che alterna la Telecaster a una Squier CV Bass che non fa sentire la mancanza di nessun bassista, con il sequencer a tenere tutto in equilibrio. Il live è dinamico e avvolgente, mai statico. Orgasmo in particolare conferma quanto il ritornello abbia quella forza immediata che si attacca addosso senza chiedere permesso.
Il quarto brano è Johnnie and Jane ed entriamo nella magica aura di Paolo. È il primo pezzo della serata che omaggia Benvegnù, e Andrea e Guglielmo lo suonano da soli, come si deve — non si può non rimanerne affascinati. Salgono poi sul palco Enrico Gabrielli — polistrumentista, fondatore dei Calibro 35, uno che sembra capace di suonare qualunque cosa gli venga messa tra le mani — e Alessandro Grazian, cantautore padovano, milanese d’adozione, pittore, autore di colonne sonore, una figura preziosa della scena indipendente italiana.
Inizia Io Brucio e i quattro insieme creano una bella alchimia — tutto è nella posizione giusta. I fiati di Gabrielli si intrecciano col tema di Druga e il canto di Grazian è intenso ed evocativo. Ad un certo punto Alessandro saluta con un cenno verso l’alto — il Paolo che ci osserva, ovunque sia.

Entra Daniela D’Angelo — cantautrice e chitarrista milanese, scrittura intima e diretta come un appunto nel diario. Dopo anni con la band Distinto e il suo progetto solista “Petricore”, porta sul palco quella sua capacità rara di stare dentro una canzone come fosse l’unico posto al mondo. Inizia La Schiena e l’intreccio delle voci è nobile, e la cosa straordinaria è che non ci sono state grandi prove — il segreto risiede nel cuore e nell’esperienza live di ognuno di loro. L’Invasore, scritta da Andrea Franchi e brano conclusivo di “Hermann”, è un’ulteriore conferma: le parti di Gabrielli sono cesellate, incastrate con “una grazia irreale”.
Torna Daniela, e in tre suonano Il Pianeta Perfetto, pezzo scritto da Ghando e presente anch’esso in “Hermann”. Prima di suonarlo, Ghando racconta: avevo scritto il brano senza dargli troppo peso, l’avevo portato a Paolo. “Mi ha chiesto di cantarlo io. Gli ho risposto: ‘sei fuori’. Lui: ‘ok, cambio però una parola’.” E Ghando confessa che solo col tempo — grazie a come Paolo aveva interpretato quelle parole — ha davvero capito cosa aveva scritto. È esattamente quello di cui si parlava a cena: si crea per necessità espressiva, e il senso di quello che si è fatto emerge dopo, spesso grazie agli occhi di qualcun altro.

Una piccola pausa dal mondo di Paolo, e si torna a La Carne. Love Is è il brano di Druga che mi colpisce di più in questa serata: “Amore è arrendersi alla prossima guerra e combattere il prossimo nemico, amore è clonare ogni tuo sentimento e non reagire di un tuo movimento.” Ascoltandolo capisco davvero quanto Andrea Franchi sia stato importante nel percorso artistico di Paolo, fin dai tempi di “Piccoli Fragilissimi Film”.
Cheng Wei, altro brano di Druga, ci riporta nell’orbita di Benvegnù come fosse naturale — e in fondo lo è.
Il palco si svuota. Rimane Alessandro Grazian, solo con la sua Martin consumata dal tempo e dai live. Suggestionabili è un momento sospeso: Alessandro la porta avanti accompagnandola col ricordo di quando la ascoltò per la prima volta, l’emozione è tanta e la sua interpretazione convincente. Alessandro è un abitante naturale delle canzoni. Il Mare Verticale è poesia da stanza vuota — Gabrielli, Ghando e Druga, e il resto del mondo potrebbe anche sparire.

Tutti sul palco per Cerchi nell’Acqua, e sembra l’abbraccio finale — invece no. La serata si chiude con La Piccola Statua di Sale, brano di Andrea Franchi, che ha reso l’intimo palco del Bellezza casa, accogliendoci tutti.
Al Bellezza, questa sera l’emozione presente sul palco è la stessa presente nel pubblico in sala. Paolo Benvegnù, sacerdote di un cantautorato che sembra svanire. Ma questa sera, nelle voci di Grazian e D’Angelo, nelle dita di Gabrielli, in ogni nota di Druga & Ghando, io ho sentito vivere.



