Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: Caroline Pagani

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

C’è un filo sottile ma potentissimo che lega memoria, arte e visione, ed è quello che attraversa “Pagani per Pagani”, il doppio album con cui Caroline Pagani rende omaggio all’universo creativo del fratello Herbert Pagani. Un progetto intenso e stratificato, che non si limita a rileggere un repertorio, ma lo riattiva, lo rimette in circolo, restituendolo al presente con una forza sorprendente.

Vincitore della Targa Tenco come Miglior Album a Progetto, il disco è un viaggio dentro l’opera di un artista visionario, capace di attraversare linguaggi diversi — dalla musica al teatro, dalla poesia alle arti visive — anticipando temi oggi più urgenti che mai. In questo percorso, Caroline Pagani costruisce un dialogo vivo e contemporaneo, affiancata da ospiti come Danilo Rea, Fabio Concato e Moni Ovadia, tra gli altri.

Più che un tributo, “Pagani per Pagani” è un atto d’amore e insieme un gesto artistico necessario: un modo per riscoprire un’eredità culturale di straordinaria attualità e interrogarsi, ancora una volta, sul ruolo dell’arte nel raccontare — e forse anticipare — il nostro tempo.

È un vero piacere accogliere oggi Caroline Pagani in questo nuovo Batti 5.

Hai ricevuto la Targa Tenco 2025 per “Pagani per Pagani”, un progetto profondamente personale. Come convivono in te l’attrice, la drammaturga e la cantante? E come queste identità si influenzano nei tuoi spettacoli?

Credo sia anche un progetto non solo personale, Herbert Pagani ha lasciato un segno nella Storia della Musica, in particolar modo nella canzone d’autore, italiana e francese, oltre ad essere stato un attivista, ecologista, pacifista, (ha tenuto discorsi sulla pace all’Onu) e ambrogino d’oro.
Forse nello spettacolo che ho fatto su di lui c’è anche la figura dell’uomo oltre a quella dell’artista, nell’album ci sono le sue canzoni, le sue musiche, nel prossimo ci sarà anche la sua voce in dialogo con la mia.

Lo spettacolo concerto da me scritto, diretto e interpretato “Per amore dell’Amore. Herbert Pagani: Musica, Poesia, Arti Visive” è forse l’esempio più lampante e armonioso di sinergia fra scrittura, interpretazione, canto.
L’attrice, l’autrice e la cantante convivono molto bene insieme, in modo complementare, si nutrono a vicenda. Se scrivi, soprattutto per il teatro, hai in mente un’idea di direzione attoriale, sai come gli attori diranno quelle battute, come sarà la scena, ecc, se canti, non devi solo pensare al cantato, alla tecnica, ma anche ad avere una storia da raccontare e da condividere, emozioni da trasmettere.

Se ascolto qualcuno cantare, non m’interessa che sia solo un bravo esecutore formale, un virtuoso, anche, ma quello viene dopo, m’importa di più che mi comunichi qualcosa, che mi trasmetta, che emozioni. Nei miei spettacoli ho sempre cantato, canto spesso, la scrittura determina la recitazione e l’interpretazione. Queste identità sono come arti sorelle che s’illuminano a vicenda e che non possono e auspicabilmente non devono stare l’una senza l’altra.

Per Amore dell’Amore – Caroline Pagani

Nel realizzare “Pagani per Pagani” hai attraversato l’opera di Herbert non solo come sorella, ma come artista che ne reinterpreta visioni, ferite e utopie. Qual è stato l’elemento estetico o poetico che più ti ha guidata in questo viaggio, e in che modo la rilettura delle sue canzoni ha trasformato il tuo rapporto con la vocalità, con la memoria e con la forma canzone come atto drammaturgico?

Uno degli elementi, estetici e poetici, è stato il tessuto e la temperatura emotiva delle sue canzoni e le sue modalità di interpretarle. Herbert era una persona molto solare e appassionata, generoso e perfezionista nel lavoro, il tutto condito con una visione poetica, e nostalgica, l’amore per i colori, tanti tutti insieme e forti, per una certa purezza, un’integrità d’animo. Molte delle sue ferite erano e sono anche le mie, anche questa è stata una guida e un’urgenza.

Anche la storia personale, legata alla Storia dell’Italia, della Libia e della Francia in quegli anni, è stata una sorta di guida. Erano anni interessantissimi, molto fecondi per gli artisti, i cantautori, i musicisti, in quegli anni è stato fatto tutto, c’è stata buon parte della migliore produzione artistica.
L’interpretazione delle sue canzoni ha inevitabilmente trasformato il mio rapporto con la vocalità, in quanto lui era un uomo e io sono una donna, lui aveva una voce calda, suadente e anch’io ho una voce avvolgente, vellutata, ho quindi lavorato anche sulle tonalità, sulle estensioni, sull’elasticità della voce, strumento primario sia per chi recita sia per chi canta, e sul punto di vista, a volte rimasto così com’era, al maschile, a volte, quando necessario, declinato al femminile. Il mio rapporto con la memoria è rimasto intatto, si è solo espressa ed esternata, la voce in questo è come un’ostetrica, è l’arte della maieutica.

Nei tuoi lavori ritornano spesso figure femminili della storia del teatro e della cultura, da Cleopatra a Eleonora Duse fino a Moana Pozzi. C’è un filo rosso che unisce queste donne e che senti particolarmente vicino al tuo percorso artistico?

Nei miei lavori tratto spesso il femminile, in particolar modo le donne in e di Shakespeare, ci ho fatto due tesi di laurea, oltre ad averle studiate molto come drammaturga, attrice, interprete. Sono spesso donne abusate, vilipese, maltrattate, uccise, per mano di un uomo, suicide, o la cui vita si è interrotta all’improvviso.
Queste donne nelle mie riscritture trovano una forma di riscatto, Ofelia, per esempio, in uno spettacolo da me scritto, diretto e interpretato, “Hamletelia”, parla di un personaggio minore che in realtà non esiste nell’originale scespiriano, il fantasma di Ofelia, è un’eroina che vendica e rivendica il suo stesso personaggio e i ruoli che l’autore, Shakespeare, immerso in una cultura patriarcale, le ha affidato.

Un altro filo rosso è quello dell’arte dell’interpretazione, come le attrici hanno interpretato in varie epoche questi personaggi, lo trovo molto interessante e divertente, ci dice molto sul modo in cui noi recepiamo questi personaggi e quindi anche su come erano e come sono in realtà, e ci suggerisce le modalità di interpretazione.

La Cleopatra storica e prima di tutto e soprattutto quella di Shakespeare, è una delle figure femminili più interessanti, affascinanti, poliedriche ed enigmatiche in cui ci si possa imbattere. Moana Pozzi appare come una visione onirica nello spettacolo che ho fatto su Francesca da Rimini, “Luxuriàs”. L’uccisione di Francesca per mano del marito è uno dei primi femminicidi documentati della Storia, questa donna è stata ingiustamente relegata da Dante all’Inferno, nella bolgia dei lussuriosi, soltanto per un bacio, qui si parla di un vizio capitale, la lussuria, come desiderio esuberante e incontrollato, come ogni desiderio è per natura, d’amore.

L’eros, il desiderio, l’amore passionale, erotico è un altro tema che amo studiare e trattare nei miei lavori, è qualcosa che porta al di fuori di te stesso e ti fa protendere verso le stelle, come la parola “desiderio” dice.

La dimensione performativa — voce, corpo, presenza scenica — è sempre centrale e profondamente intrecciata alla parola. Quanto il tuo percorso da attrice plasma il modo in cui interpreti e re-immagini le canzoni di Herbert, e in che misura il lavoro musicale ha a sua volta ridefinito il tuo modo di abitare il palcoscenico teatrale?

La mia anima di attrice e performer è consustanziale a quella di cantante, non sono distinte, e l’una non può stare senza l’altra, l’arte e le arti non sono settoriali, abbracciano, dialogano, convivono. Il lavoro musicale influenza inevitabilmente anche l’uso del corpo in scena, non un corpo fermo e statico che esegue, ma un corpo che vibra all’unisono con la parola e la musica, accordando il corpo alla voce, il gesto alla parola, detta, interpretata o cantata.

Anche Herbert interpretava le sue canzoni da attore, è stato anche un attore, nello sceneggiato Rai i “Marco Visconti”, con Pamela Villoresi e Gabriele Lavia, interpretava un menestrello, e ha scritto tutti i testi e buona parte delle musiche. E’ stato uno dei primi ad abbattere le barriere fra musica e pittura, anche per questo lo chiamavano “Il cantapittore”, “l’artista che disegnava con la voce e che cantava con la penna”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
I miei progetti futuri sono in primis quelli musicali e discografici: cantare le canzoni di Herbert in Italia e nei paesi francofoni. Ho pronta la versione francese dello spettacolo concerto, vorrei fare molti show case di presentazione del disco e più spettacoli solo concerto. Più in là vorrei incidere un altro volume, anch’esso doppio, di canzoni di Herbert, in Italiano e in Francese, ho poi altri progetti discografici come interprete, altri come cantautrice.
Oltre a questi, ho un ventaglio di spettacoli da me scritti, diretti e interpretati da distribuire, in più lingue. Spero, poi, di riuscire a dedicarmi alla stesura dei testi e all’allestimento degli spettacoli “Desdemona: Amore e morte a Venezia”, “Sarah Bernhardt e Eleonora Duse”, “Maleficents”, sulle cattive in Shakespeare.

E la pubblicazione di un libro, un saggio, che parla di eros e del modo in cui la passione amorosa in Shakespeare è trattata nei testi e rappresentata sui palcoscenici, questo libro è in cantiere da tempo: “A letto con Shakespeare. Una tragicommedia”.
Spero di trovare l’editore giusto, è un libro che sarà anche pieno di illustrazioni colorate, poiché tratta questo tema, l’eros, l’amore erotico, passionale, il modo in cui viene rappresentato non solo in scena ma anche in pittura.

Un docufilm. E un libro, di quelli che ancora non ci sono e che solo chi ha conosciuto e amato profondamente può fare, of course, su Herbert!