Vi siete mai chiesti che cosa voglia dire crescere? Mi è capitato, in uno di quei momenti nei quali ti fermi, pensi, ti fai domande “profonde” e ti dai risposte che in qualche modo devono bastarti, per poter proseguire un po’ più saggio – e più resiliente – di prima.
E volete sapere che cosa mi sono risposta? “Diventi grande quando fai una scoperta: che l’America, quella più luminosa e promettente, non esiste.”
È esattamente questa consapevolezza, sospesa tra disillusione e tenerezza, che ho trovato dentro uno dei dischi di questo 2026 che mi rimarranno maggiormente impressi: si tratta di “Rumore di Fondo”, ultimo disco di un giovane cantautore che risponde al nome di Alberto Moscone, in uscita il 4 settembre.
Ma su questo illuminante concetto torneremo tra poco.
Alberto è nato a Roma, cresciuto a Genova e tornato successivamente nella capitale per studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia, per poi lavorare professionalmente come sound designer, montatore del suono e compositore di colonne sonore per il cinema.
Nel 2024 era uscito il suo primo lavoro, l’EP dal titolo “Io perdo sempre”, onestissima dichiarazione di normalità che già dava una chiara idea del tipo di messaggio che Alberto voleva urlare al mondo; e già con il tipico suono che pare disturbato, trascurato in apparenza, ma a un orecchio attento ed esperto, invece, ricercato e studiato nei dettagli, quel bedroom pop – che ritroviamo anche nel disco in uscita – perfetto per esprimere concetti molto intimi, personali e riflessivi. E che io, personalmente, adoro.

Il disco si apre con L’ho detto male: percussioni ovattate, come dentro una stanza, una voce che implora quasi disperata e ondeggia tra un registro e l’altro, fragile uno e risoluto l’altro. La scrittura e l’interpretazione molto evocative emergono da subito, in questo primo pezzo dedicato alla difficoltà di comunicare, oltre che di comprendere se stessi e ciò che si tenta di dire. “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo”, cantava Manuel Agnelli trent’anni fa. Chi non ha mai provato il fallimento comunicativo di avere dentro qualcosa di chiarissimo, per poi non centrare il concetto nel momento in cui bisogna trasformarlo in linguaggio?
“….e non partire, che poi non ne parliamo più per non soffrire e per non litigare, e non capire cos’è che ieri sera io volevo dire, aveva un senso, poi però l’ho detto male”.
Che fare musica aiuti a risolversi e a comprendersi è una delle mie certezze più forti: la bellissima Io per te ritrae un protagonista fragile, troppo irrisolto per vivere sereno in una relazione. Gli acuti che ne chiudono i versi più significativi richiamano immediatamente la vocalità di Edda: un’assonanza che mi sembra tutt’altro che casuale, anche considerando che il mixaggio dell’album è affidato a Luca Bossi, già al lavoro su diversi dischi di Stefano Rampoldi.

Il titolo del disco restituisce perfettamente quel sound costruito attorno alle “chitarre nastrose” tanto amate da Alberto: un suono caldo, un po’ degradato, compresso, con piccole imperfezioni e una certa sensazione di vecchio – o vintage, se preferite. La massima resa dei brani è a volume altissimo direttamente in cuffia, per coglierne ogni rumore, ogni piccola sfumatura, per costruirsi nitida nella mente una scena, un’immagine: ciascuno di quelli che potrebbero parere rumori di fondo, appunto, sono in realtà particolari necessari – o meglio, indispensabili – senza i quali l’ascolto avviene per metà.
Continua distorto, acido, questo bel viaggio introspettivo, con Il cielo di pietra, dove spiccano i bellissimi toni bassi della voce di Alberto, che mi ricordano un po’ i Voina.
Molto bella la struttura del brano: forse non avanguardia musicale, ma la tensione plasmata nelle strofe, che esplode letteralmente nel ritornello compone un brano che certamente funziona sia a livello sonoro che emotivo.

Il tenue e croccante rumore della pioggia, o lo sfrigolío di una fiamma, non saprei dire con esattezza quale sia il rumore di fondo nell’esordio della delicatissima Dentro ai ghiacci: Alberto Moscone non nasconde niente del proprio mondo interiore, dentro cui si studia a fondo e restituisce in musica le proprie fragilità. Ogni brano è come la scena di un film – la vita – in cui si scioglie un nodo, si libera un groppo in gola. E in cui si aiuta, un pochino, a sopravvivere a quella ferita invisibile, provando a discolpare qualcuno ma dovendo necessariamente trovare un colpevole.
Non mancano, nel disco, la freschezza e il mood scanzonato, che però sono spesso un travestimento per rendere tollerabili tematiche molto tristi, come succede in Il giorno del mio compleanno. Solitamente non amo la formula della “canzoncina” che racconta temi tristi, a meno che non riesca a equilibrare alla perfezione i due elementi, restando credibile senza oltrepassare le righe: qui, invece, la struttura dolceamara che combina argomenti e suoni risulta particolarmente efficace.
È un contrasto che ritroviamo, seppure in una forma diversa, anche in Stomaco: qui è la poetica cruda e lacerante del testo a scontrarsi con una dolcezza estrema, quasi straniante, nel modo di cantare.
Possiamo tornare a quell’illuminante concetto che ha fatto da risposta a me tanto quanto, evidentemente, a questo musicista che si fida di noi ascoltatori sconosciuti a tal punto da raccontarci un doloroso ricordo d’infanzia, nel brano che ha intitolato proprio America: dietro una storia molto semplice si cela un discorso piuttosto amaro sulle aspettative e sul modo in cui diventiamo, a nostra volta, il sogno o la delusione di qualcun altro.
Alberto ha raccontato che cosa significa per lui questo pezzo: nient’altro che il lento tramutarsi dei sogni in delusioni, accanto alla scoperta che anche noi stessi possiamo deludere; una storiella che è quanto di più adulto si possa ascoltare per guarire un pochino da questo dolore necessario.
“Quando ero bambino, con la mia famiglia abbiamo cambiato molte case e molte città. Avevo circa quattro anni quando mio papà è rientrato a casa con quattro biglietti per gli Stati Uniti, me lo ricordo molto nitidamente. C’era un clima di grande entusiasmo riguardo a questa nuova vita oltreoceano, anche se ero minuscolo ricordo che ne percepivo l’importanza. Ora che sono più o meno adulto rivaluto molto quel periodo. Questo brano nasce da una riflessione su quante volte ci troviamo ad inseguire le nostre Americhe per poi rimanerne delusi, e di come, crescendo, noi stessi possiamo diventare l’America per qualcuno.”
Quante “Americhe” cerchiamo di raggiungere nella nostra vita? Crediamo che lì staremo bene finalmente. Lì in quel luogo, in quella situazione, con quella persona. Un mitologia privata nella quale crediamo cambierà tutto, senza dimenticare una cosa fondamentale: ovunque andiamo ci porteremo dietro noi stessi.

Ascoltate attentamente l’interpretazione di Alberto in brani intensi come questo: probabilmente non sarò l’unica a scorgere in lui la stessa intenzione che avevo trovato nei Nadàr Solo (se non li conoscete andateli a recuperare), validissimo gruppo torinese che manca dalla scena da molto tempo.
Ma c’è anche dell’altro: “Ho creduto in tante cose, nelle persone soprattutto; credevo fermamente di poter essere parte di un tutto ma ogni volta mi ritrovavo sempre solo, cosi ho cambiato amici…” : emerge limpido il tema dell’appartenenza, necessario a una specie gregaria e sociale come quella umana.
Memoria e mancanza sono i protagonisti di Come la neve: vengono evocate attraverso piccoli gesti, semplici immagini e suoni delicatissimi che arrivano da un passato che non tornerà. Questo brano è l’emblema dello “stile” di Moscone: avrete notato che l’emozione non viene quasi mai spiegata direttamente, ma trasferita su oggetti e immagini concrete, molto semplici ma estremamente evocative.
Non c’è una “lieto fine” in “Rumore di fondo”, ma a suo modo La tua forma è un perfetto pezzo di chiusura: “Se non ti va di stare in piedi, se non ti va non dovrai farlo più”. Si tratta quasi di una catarsi, il perdono e l’accettazione, il diritto di esistere così come si è.
In mezzo a una folla di gente – gli altri, quegli altri in mezzo ai quali ci si sente sempre sbagliati, diversi, strani – alla fine il nostro posto è giusto, perchè, pensateci: proprio quegli altri non sono una moltitudine tutta uguale, ma un’insieme di tasselli tutti diversi, multiforme, magari non proprio tutti, ma molti di loro convinti di essere a loro volta sbagliati. “Guarda, hai già cambiato un’altra forma, se non fa male è quella giusta”.
Un concetto così semplice da esprimere ma così difficile da vivere, se almeno una volta vi siete identificati in questa splendida metafora.

Se vi sentite troppo normali, se avete pensato più di una volta che vivere in questo mondo sia difficile, ma non si può dire perché quello stesso mondo ci vuole felici, sicuri e performanti.
Se vi identificate in questa situazione di essere umano piccolo, perdente e che non ha mai trovato davvero il proprio posto.
Se questa è un po’ la vostra identità e avete scoperto che l’America non esiste, allora le “chitarre nastrose” di “Rumore di fondo” fanno proprio per voi: crederete di ascoltare un nastro magnetico, impastato, qualcosa di non perfettamente definito, ma saprete che ascoltarlo vi curerà, almeno un pochino.
E vi farà fare pace con pensieri che si possono rivelare solo a bassa voce.
Tracklist
- 01- L’ho detto male
- 02- Io per te
- 03- Il cielo di pietra
- 04- Dentro ai ghiacci
- 05- Il giorno del mio compleanno
- 06- America
- 07- Stomaco
- 08- Come la neve
- 09- La tua forma
Foto Renata La Serra


