L’anno scorso ebbi la fortuna di incappare nel debutto solista di Alan Sparhawk, che, come molti ricorderanno, ha fatto parte dei Low, band seminale slowcore, tanto minimalista quanto creativa.
In questa sede non voglio ripercorrere la saga della band di Duluth e nemmeno parlare della perdita di Mimi Parker, sua sodale nonché amata compagna.
Qui possiamo solo dire che dopo un periodo di riflessione, in un processo di rinnovamento silenzioso, il nostro artista si è presentato nel 2024 con un dischetto davvero notevole e interessante intitolato “White Roses, My God”, e che ben impressionò critica e pubblico subito dopo aver lasciato entrambi di sasso.
Sì, perché Alan non è un musicista convenzionale e quando ti aspetti un disco legato alle radici e che trasuda America da tutti i pori, eccolo mostrare una parte nuova, nuda e vulnerabile. “White Roses, My God”, colpì per l’abbondante uso di elettronica, di voci filtrate e di costruzioni di ambientazioni più care a band come i Radiohead post “Kid A”, o ai Nine Inch Nails.
E ora? Ci eravamo lasciati con il sottoscritto che salutava con gioia questa nuova veste e che restava ad attenderlo con vivida curiosità per percorrere nuovi lidi inesplorati; e, diciamolo subito, Alan Sparhawk ha stupito di nuovo con un ritorno parziale al passato seppur con l’aggiunta di atmosfere nuove.
A cosa è dovuto questo cambio di rotta? Non si sa con precisione, ma quel che si può dire è che il nuovo disco non è prettamente solista ma è in condivisione con una band chiamata Trampled by Turtles.
Chi sono costoro? Bella domanda. Alle nostre latitudini non sono molto conosciuti, seppur esistano da più di una ventina d’anni e provengano da Duluth, stessa città dei Low e, of course, di mister Bob Dylan.
Fondati nel 2003 da Dave Simonett, la band ha una genesi davvero curiosa. Il frontman, infatti, si ritrovò “costretto” a creare questo gruppo neo folk in quanto una sera, alla band nella quale precedentemente militava, venne rubata tutta la strumentazione compresi gli amplificatori.
Fondò quindi un quartetto costituito da chitarra acustica, basso, banjo e mandolino, ai quali si aggiunsero, nel 2007 un violino e nel 2014 un violoncello.
Naturale quindi che questo matrimonio porti a qualcosa di curioso. E in effetti così è sin dalla prima traccia e singolo apripista. Stranger viene aperto dal violino e il violoncello in un ritmo solenne ai quali si aggiungono presto la voce graffiante di Alan e i cori di tutti i Turtles.
Un banjo in sottofondo si guadagna spazio emergendo poco alla volta per capeggiare in seguito su tutta la parte strumentale.
Too High e i suoi arpeggi di chitarra ci riportano invece con la mente ai fasti del passato. Le melodie di Alan ci regalano un effetto déjà vu, almeno fino a quando il violino non corregge il tiro rendendo il pezzo più solare.
La calma e i vocalizzi ci fanno pensare a un uomo nuovo che è finalmente in pace con sé stesso e che prosegue nel suo percorso di vita (e artistico), libero da pensieri e da un passato fin troppo pesante.
Non sembrerebbe quindi un caso che la terza traccia si intitoli Heaven e ci mostri qui una band in perfetta sintonia che, come un’ottima squadra, non eccede ma si limita a dividersi i compiti per portare a casa il risultato.
Dura giusto un attimo, meno di due minuti e si accomiata di colpo cedendo il passo alla malinconica Not Broken e al cantato perfetto di Sparhawk. E’ una gemma rara e lascia interdetti per la sua bellezza. Ma la pelle d’oca giunge quando senti entrare in cuffia una voce femminile che si fa strada timidamente nel raggiungere quella di Alan.
Si tratta di Hollis Sparhawk, la figlia, e in quel momento comprendi che non possa esserci nessun altro ad eccezione di lei e di Mimi Parker per interpretare quel pezzo.
Not Broken, infatti, è una delle ultime canzoni alle quali i Low stavano lavorando prima della scomparsa della moglie.
La canzone in questa versione è arricchita dai Trampled by Turtles, i quali, smorzano l’approccio minimalista a vantaggio di un arrangiamento più malinconico e caldo. “Uno di questi giorni imparerò qualcosa che probabilmente ho già sentito; perciò accendi le luci e alza i microfoni della batteria. Alza quel “probabilmente, non lo so…”.
Questo canta Alan mentre cita lo strumento principe della moglie: la batteria.
E Hollis, come fosse sua madre Mimi, gli viene incontro nel ritornello rispondendo Non è rotto, non sono arrabbiata. I due si incontrano di nuovo nel ritornello prima di spegnere definitivamente le voci.

Perfetta come un bacio in punta di labbra. Screaming Song per un attimo ci riporta alla realtà. Per l’occasione Alan veste i panni di Leonard Cohen e di tutti i crooner senza tempo che si sono succeduti nella storia della musica americana, e questo effetto dura fino a quando un violino straziante entra con piglio deciso e, come un urlo straziante di mille falchi, trafigge la canzone.
Get Still, il pezzo successivo è anticipato dal titolo stesso e, nell’incedere calmo, si allenta la tensione e si resta fermi nell’attesa del passo successivo, quella Princess Road Surgery che, come una ventata di primavera rinfresca piacevolmente l’umore.
Le armonie del cantato di Alan e della band a supporto, in questa circostanza, cullano dolcemente e disegnano un sorriso sul viso di chi sa ascoltare in religioso silenzio.
Nella successiva Don’t Take Your Light il banjo torna protagonista di una triste danza nella quale si invoca la propria anima gemella a non allontanare il proprio spirito da quello della persona amata. Il ballo viene interrotto da un duello di viola e violoncello che animano la scena e rimarcano il concetto.
Torn & In Ashes non cambia di molto il mood e ci conduce all’ultima pagina di questo capitolo sonoro degli artisti di Duluth.
Come molte delle precedenti canzoni l’addio è secco e lascia apparentemente disorientati, anche se i pensieri volano veloci e apparentemente non hanno una meta certa. In precedenza dicevo che la calma e i vocalizzi espressi da Alan fanno pensare a un uomo in pace, ma questo non deve coglierci in fallo.
Mister Sparhawk sta trasformando il dolore in qualcosa di costruttivo e questo disco ne è la prova più compiuta.
Tracklist:
01. Stranger
02. Too High
03. Heaven
04. Not Broken
05. Screaming Song
06. Get Still
07. Princess Road Surgery
08. Don’t Take Your Light
09. Torn & in Ashes


