Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: Scippa

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Tattiche di vita contemporanea, è il nuovo singolo di Scippa, una riflessione lucida e appassionata sul bisogno urgente di reagire a un mondo che sembra correre nella direzione sbagliata. Nel brano troviamo critica e consapevolezza che si intrecciano a melodie coinvolgenti.

Tra atmosfere indie, sonorità pop e accenti rock, Scippa costruisce una traccia essenziale ma profondamente intensa, capace di catturare l’orecchio dell’ascoltatore, in un equilibrio tra ruvidità e delicatezza.

Conquistata dalla provocazione sottile e dall’invito a guardare oltre la superficie, ho fatto qualche domanda al cantautore romano.

Ascoltando la prima volta il tuo brano ho iniziato a sorridere per l’ironia, poi la piega delle labbra si è fatta più amara. Emerge una visione tagliente e sintetica della realtà, quasi degli aforismi urbani.

C’è distinzione tra il personale ed il collettivo in questa canzone?

Inizio intanto dicendo che mi piace molto la definizione “aforismi urbani’ a proposito del brano. È esattamente quello che volevo creare. Io credo che sia quasi impossibile distinguere nettamente il personale dal collettivo, quindi c’è sicuramente anche il mio vissuto dentro questa canzone, fatto di frustrazioni, desideri, momenti precisi. Ho cercato però di sintonizzarmi il più possibile anche con lo spirito di quest’epoca, con le sue contraddizioni e le sue potenzialità, in un modo tagliente ma anche scanzonato. Spero di esserci almeno un po’ riuscito.

Dal testo ho estrapolato queste due frasi: “I supermercati si moltiplicano e nessuno qui ha più fame” “La signora alla cassa vuole solo parlare”; possiamo avere tutto, ma il confronto umano sembra essere ciò che ci manca di più. Nonostante l’abbondate offerta di beni materiali, la solitudine e la superficialità delle relazioni esplodono comunque nella quotidianità, manifestando bisogni profondi di contatti autentici. Intravedi la possibilità di uscire da questo paradosso?

Sì, la intravedo, perché l’essere umano non può in fondo fare a meno del contatto sociale e relazionale. È parte della nostra natura. Stiamo sicuramente vivendo un periodo di profonde trasformazioni, in cui stiamo perdendo qualcosa, ma forse anche acquisendone qualcun’altra.
C’è questa iperconnessione che ci dà l’illusione di conoscere potenzialmente chiunque, magari solo sbirciando un profilo social, quando invece abbiamo enormi difficoltà ad entrare davvero in intimità con qualcuno.
Nello stesso tempo siamo bombardati da offerte pubblicitarie, prodotti da consumare il prima possibile, come se ci fosse una voragine in ognuno di noi da dover riempire ad ogni costo.
Stiamo perdendo la capacità di dare valore a tutto ciò che invece non si consuma, come ad esempio una relazione autentica o un tempo di qualità.
Dato che quello che non può essere consumato è in realtà parte della nostra vera natura, sono convinto che nonostante tutto non potremo mai disconoscerlo o perderlo completamente.

Tutto il testo della canzone propone una riflessione. “Le volpi e i cinghiali ormai sono arrivati in città,  ultimi baluardi di libertà, attaccheranno mentre saremo in chat, in chat“. 
Siamo “umanocentrici” piegati sui nostri device; i nostri insediamenti urbani, hanno ignorato o marginalizzato il diritto alla natura di vivere liberamente negli spazi che un tempo erano suoi.
Ci meritiamo la paura di sentirci invasi a nostra volta da chi abbiamo relegato ai margini dell’esistenza, di essere a confronto con gli aspetti selvatici che non conosciamo più?

Sì, hai detto bene. Siamo diventati sempre più “umanocentrici”, scollegati dall’ambiente circostante e dai suoi cicli e bisogni.
Questo chiaramente sta iniziando a ripercuotersi come un boomerang sulle nostre vite. Credo che però sia un bene, perché ci permette di riconnetterci con la nostra natura selvatica e istintuale che, soprattutto in coloro che vivono nei centri urbani, ha finito per essere addomesticata.
Anche se per molti vedere un cinghiale che passeggia con i suoi cuccioli in una strada trafficata, come succede a volte nella periferia di Roma, è un segnale allarmante, dal mio punto di vista è un piccolo miracolo, perché mi sembra come un invito ad accogliere di nuovo in noi quella parte selvaggia e indomita che abbiamo dimenticato.
Gli animali selvatici che si avvicinano alle nostre città non credo possano mai diventare un pericolo, ma semmai un’opportunità di conoscenza e di riflessione.
L’unico vero pericolo è rappresentato sempre dalla nostra cecità e arroganza, data dall’illusione di sentirci superiori a tutti e a tutto.

Nel tuo singolo sarebbe auspicabile “finire male per un migliore inizio”, in che modo?

Quello è un verso un po’ ironico, mi piaceva come gioco di parole. Non  penso chiaramente che sia sempre necessario “finire male” per iniziare bene qualcosa, ma almeno la mia esperienza mi dimostra però che spesso toccare il fondo o comunque passare attraverso delle prove o crisi importanti può davvero innescare una profonda trasformazione.

Qual è la tua “tattica di vita contemporanea”?

La mia “tattica di vita contemporanea” è continuare a scrivere canzoni e farle arrivare ovunque.

Foto Daria Addabbo