Grazian è la nuova veste con cui Alessandro Grazian torna a presentarsi al pubblico: solo il cognome, che è anche il titolo del nuovo album e inaugura un capitolo inedito della sua storia musicale. A volte è necessario “cambiare pelle”, e così Alessandro Grazian sceglie una nuova identità; decide, a modo suo, di ridefinirsi, riportando al centro il proprio percorso artistico e aprendo simbolicamente un nuovo tratto del suo viaggio nella canzone d’autore.
Il suo percorso artistico attraversa vent’anni di attività, plasmati da una ricerca espressiva costante, da un gusto sonoro estremamente personale e da un ventaglio di esperienze e collaborazioni che ne ha ampliato continuamente l’orizzonte creativo.
Nel decennio in cui si è dedicato alla forma canzone, ha pubblicato quattro album in studio che hanno definito la sua identità artistica: “Caduto” (2005), “Indossai” (2008), “Armi “(2012) e “L’età più forte” (2015). Sono lavori diversi tra loro, ma uniti dalla continua ricerca di un equilibrio tra scrittura intima e cura per l’arrangiamento.
Dopo il 2015, Grazian ha sospeso temporaneamente la propria attività da cantautore per dedicarsi ad altri percorsi creativi. In questi anni si è immerso in diversi progetti paralleli, il più rilevante dei quali è Torso Virile Colossale, un’avventura artistica strumentale dedicata a colonne sonore e sonorizzazioni legate al cinema peplum italiano degli anni ’50 e ’60, di cui è ideatore e principale autore.

Un percorso che, ad oggi, è culminato nella pubblicazione di due album: “Volume I – Che gli dei ti proteggano” (2017) e “Volume II – Mondo peplum” (2022), e che in futuro vedrà anche una terza uscita. Inoltre, lo troviamo con L’Orchestrina di Molto Agevole, ensemble votato alla rivisitazione contemporanea del liscio tradizionale, una dimensione musicale che gli ha permesso di esplorare nuovi territori sonori e possibilità espressive.
Parallelamente, Grazian ha lavorato con numerosi artisti come musicista, arrangiatore e co-autore, contribuendo alla realizzazione di dischi e partecipando a tournée molto diverse tra loro. Una varietà che testimonia la sua versatilità e la sua capacità di adattarsi a linguaggi sonori differenti. Non ultimo, lo troviamo coinvolto anche nelle arti visive come pittore e illustratore.
Con il suo nuovo album, Grazian porta l’ascoltatore nel presente della sua musica; scopriamone insieme la bellezza.
È un percorso sonoro che nasce in totale libertà artistica: pubblicato per ora solo sulle piattaforme digitali, è stato interamente autoprodotto e costruito pezzo dopo pezzo da Alessandro Grazian, che ne ha curato anche arrangiamenti e orchestrazioni, compresi archi e fiati. Il cantautore si è immerso nel progetto suonando gran parte degli strumenti (chitarre, basso, pianoforte, organo, Moog, Fender Rhodes, banjo) restituendo l’immagine di un lavoro intimo, plasmato con il cuore e con le proprie mani. Proprio come un manufatto artigianale.
Al suo fianco, come complice creativo, c’è Davide Andreoni, produttore e musicista che ha contribuito in modo sostanziale sia alla registrazione che alla definizione del suono, oltre a intervenire con Moog, organo e chitarre elettriche. Le tracce si sono “materializzate” tra Milano, Padova e i colli aretini dove è stato allestito uno studio mobile che ha permesso di registrare in un’atmosfera raccolta, quasi domestica.
C’è qualcosa di poetico e profondamente simbolico in tutto questo, la registrazione su più luoghi contribuisce a dare una dimensione geografica e narrativa: l’album in studio si fa metafora di una sorta di diario di viaggio personale. In alcuni brani, una piccola cerchia di ospiti fidati contribuisce a colorare il lavoro: Enrico Gabrielli ai fiati, Francesco Chimenti al pianoforte, Franco Pratesi al violino, insieme ai tocchi percussivi di Gino Sorgente e i cori di Alfonsina Pansera. Presenza costante lungo tutto l’album è invece Emanuele Alosi , alla batteria e alle percussioni.

Grazian ci consegna un album che abbraccia un ampio spettro sonoro. Tutto è curato nei minimi dettagli, c’è perizia, eleganza, densità, forza espressiva ed immenso spessore. Nei dodici brani che compongono l’album incontriamo momenti di cantautorato italiano “vecchia scuola”, quell’immaginario estetico di fine anni ’60, anni ’70, primi anni ’80.
Sono suggestioni molto personali ma mi è sembrato di sentirci le visioni di Luigi Tenco, Lucio Dalla, Mina, Ornella Vanoni e del sodalizio Mogol–Battisti, per citarne alcune. Ascoltandolo si viene proiettati in quel periodo in cui vinili e musicassette erano i veri portavoce della musica. Momenti acustici cedono il passo a spazi più elettrici che si contaminano di progressive e psichedelia. Se dovessi utilizzare un solo termine tratto dal linguaggio colloquiale da generazione X per definire lo spessore sonoro, gli arrangiamenti e le orchestrazioni, quello più appropriato sarebbe: pazzeschi. Non è un termine ricercato, non si addice molto al contesto ma è diretto e immediato ed è quello che, secondo me, rende meglio l’idea del tutto.
A questa ricchezza sonora corrispondono liriche dall’atmosfera intima e dal tono confessionale, ma non per questo lievi. Il filo rosso che lega gran parte dei brani è l’amore, declinato nelle sue molteplici forme e sfumature: attese, momenti di languido erotismo, sconfitte, epiloghi disfunzionali, consapevolezza, rinascita.
Appaiono momenti di critica sociale conditi da sano sarcasmo e ironia, desiderio di redenzione, riflessioni sulla vita in generale, soprattutto per chi vive di arte e musica, e l’Italia di oggi non è certamente il posto più accogliente per farlo
Ragazzo/a apre questo diario di vita, ambientato in gran parte a Milano, la città che ha accolto Grazian, di origini padovane. L’apertura dalle sonorità e dai richiami fiabeschi evoca l’atmosfera sognante dei vecchi vinili-fiaba anni ’70, quelle collane tipo Fiabe Sonore, Il Cantastorie, dove la voce narrava favole su uno sfondo musicale ovattato, quasi magico. Qui la fiaba prende forma come un incantesimo, su scenari di un gioco erotico oscillando fra seduzione e ignoto. È il punto in cui si accende la scintilla, quando ancora è tutto da scrivere.

Con il secondo brano, Scontro Frontale, il sipario si apre su uno scenario totalmente diverso. Le sonorità si fanno più corpose: tastiere, pianoforte e fiati guidano il brano, abbracciando una batteria asciutta e scandita. La melodia giocosa crea uno scarto ironico rispetto al testo, che invece è un grido su più fronti, a partire dall’incipit perentorio: “La canzone d’autore è morta”. Più registri semantici si sovrappongono, è un conflitto: personale, culturale e umanistico.
È la collisione fra due visioni della musica – quella che nasce da un’urgenza espressiva, emotiva, e quella che risponde alle logiche del consenso e del mercato. Un mondo che esplora, disturba e pone domande, e un altro che ottimizza, intrattiene e rassicura. La canzone diventa così un campo simbolico, dove la crisi dell’autorialità rispecchia quella dei sentimenti del mondo circostante. Forse qualcuno ha davvero ucciso la canzone d’autore con il disinteresse e l’indifferenza.
Questa morte è una provocazione ma anche una metafora: se la canzone e l’amore condividono la stessa vulnerabilità, significa che la crisi riguarda anche la nostra capacità di sentire. A completare questa visione ci sono le parole di Grazian, nostro gradito ospite nello spazio Batti 5 in occasione dell’uscita del brano (qui l’intervista).
Voglio Amarvi muta nuovamente registro sonoro, accelerando il passo con un ritmo vivace e un’atmosfera elettrica, tra sofisticate tonalità dance e un’eleganza anni ’80.
La musica contrasta con i frammenti di disagio narrati nel testo: piccoli lampi di una coppia al limite della rottura si alternano alla consapevolezza che l’amore non sempre trova redenzione, ma si concede solo nella misura in cui viene ricambiato.
Con Cuore, Grazian propone una ninna nanna d’addio romantica e malinconica: l’amore qui è guerra e pace, un graffio sul cuore esausto. In Una Cosa domina una linea di basso avvolgente e ipnotica, con un andamento sinuoso che accompagna un’impasse emotiva: l’indecisione, le scorciatoie per gli addii e l’ambiguità che precede la separazione.
Una canzone d’amore infranto in vecchio stile, dove la “sete” e il distacco convivono con la mancanza, non può esserci un lieto fine.

La traccia successiva, Uno Shot, dilata lo spazio sonoro creando un’atmosfera fluida che richiama incontri notturni, desideri di fuga e nuovi inizi. Continuiamo poi a camminare sul filo dell’orizzonte che si apre davanti a noi, e lì incontriamo Nonostante, che scorre su bagliori lennoniani, un inno di speranza e luce.
Racconta il desiderio di andare avanti, l’attesa del momento giusto, e le gioie fatte di prime volte: che sia una bambina che vede il mare, o un uomo che sente il battito del proprio cuore. Un brano che mescola nostalgia e fiducia, pieno di delicatezza e calore emotivo.
L’amore che non va apre un altro spazio di contaminazione sonora: linea di baso viscerale, atmosfere di nebbie elettriche, fluidità elettronica e sintetica, distorsioni psichedeliche fanno da sfondo ad un funereo epilogo: Eros e Thanatos. Non c’è via d’uscita.
La traccia successiva, Quei Due, viaggia su binari semantici e sonori completamente diversi. È un breve frammento acustico colmo di riverberi e vocalizzi. Racconta quel momento fluttuante che precede l’unione fra due persone: uno sguardo, un incontro e l’inevitabile cambiamento che ne consegue per entrambi.
Il viaggio continua con Via Saterna, qui Grazian intreccia un sound ritmato con dilatati frangenti elettrici in levare, raccontando una storia notturna ambientata nella via immaginaria di Milano citata in Poema a Fumetti di Dino Buzzati.
La visione del viaggio inferico di Orfeo ed Euridice si mescola a misteriose sparizioni di giovani, che ora passeggiano nell’aldilà, unendo fantasia e critica sociale alla chiusura dei locali della città.
Arriviamo a Chiedi a Barabba, penultimo tassello di questo itinerario, in cui Grazian propone una ballata intima e malinconica, caratterizzata da un’introduzione acustica, morbida e avvolgente. Il brano esplora il passato turbolento delle anime sbandate, le verità del cuore e la capacità di salvarsi e perdonarsi, ricordando che al cuore non si comanda. Non manca un tocco di ironia, con la comparsa di Ponzio Pilato e Barabba nella disputa.

Siamo giunti alla fine di questo percorso sonoro e l’album ci dà il suo commiato con la rilettura strumentale del primo brano. Una conclusione impeccabile; l’atmosfera ricorda i titoli di coda di un film, arricchita da arrangiamenti morbidi e sognanti, fiati, synth ed effetti che rendono magico il finale.
In un’epoca come la nostra, dominata dalla mistificazione culturale, da una massificazione devastante e da un’assordante velocità che tutto ingoia senza assaporare, ascoltare artisti di tale levatura, capaci di restituire profondità e visione, è un privilegio raro e prezioso. Grazian infonde in questa rinascita tutta la sua ampia esperienza, consegnandoci un album di grande spessore, sofisticato e intenso.
Ogni brano è un percorso di ricerca e cura compositiva: ne emerge un mosaico bizantino moderno, che affonda le sue radici nella tradizione del cantautorato italiano del secolo scorso, facendolo dialogare con le fragilità del presente.
È una realtà ritrovata: la canzone d’autore non è morta… il killer è rimasto senza armi e senza parole.
Tracklist:
01. Ragazzo/a
02. Scontro Frontale
03. Voglio Amarvi
04. Cuore
05. Una cosa
06. Uno shot
07. Nonostante
08. L’amore che non va
09. Quei due
10. Via Saterna
11. Chiedi a Barabba
12. Ragazzo/a (ripresa)
Foto Alessandra Rinuado


