Marco Giongrandi: Musica d’artigianato tra visioni folk e improvvisazioni jazz

Cantautore di origini sarde ma milanese di nascita, Marco Giongrandi si è diplomato nei conservatori di Milano e di Bruxelles, dove vive e compone. Musicista eclettico, suona chitarra e banjo in diversi gruppi internazionali ed è forse anche grazie a queste esperienze che in lui risiedono diverse anime. Una sicuramente acustica, ma una anche più elettrica, con le quali gioca muovendosi in territori ora jazz, ora più folk, fino ad approdare a un pop sperimentale.
Ad ottobre ha pubblicato un album tutto suo intitolato “When Birds Call in the Darkness” e abbiamo quindi deciso di incontrarlo per qualche domanda

Ciao Marco, grazie per avermi incontrato. Il mese scorso è uscito “When Birds Call in the Darkness”, che se non sbaglio segna il tuo debutto come solista.
Ti chiedo innanzitutto come mai, dopo esperienze all’interno di gruppi (ad esempio negli Hendrik Lasure Warm Bad, Kettle of Kites, Marta Del Grandi Quartet), hai deciso di uscire con un lavoro tutto tuo e, come mai gli hai dato un nome così evocativo come “Quando gli uccelli cantano nell’oscurità”.

Ciao! Grazie a te, è un piacere! Ho deciso di uscire con un progetto a mio nome perché quando lavoro come sideman, nonostante io cerchi sempre di portare il 100% della mia sensibilità e visione artistica, ovviamente non ho mai l’ultima parola sulla direzione artistica da prendere. Invece in un progetto a mio nome ho questa libertà e posso chiedere agli artisti che sento più vicini di accompagnarmi nei miei intenti.
Citerei come progetti che hanno funzionato da prerogativa a questo album i Warm Bad , Kettle of Kites e Honolulu Orchestra.
Il quartetto di Marta del Grandi, invece, è stato il primissimo passo in questa direzione, tanti anni fa. Il titolo è stato scelto per diverse ragioni.
Deriva da un verso del primo pezzo dell’album, Maria and the Sea: visto che il mare è un tema ricorrente nell’album, volevo che vi ci fosse un legame anche nel titolo, anche se non proprio esplicito.
Quando canto quel verso ho in mente l’immagine molto forte di stormi di uccelli che cantano sopra le scogliere. Tendenzialmente ciò accade all’alba o al tramonto: atmosfera che trovo coerente con la musica dell’album per colori e suggestione e vari significati che si possono trarre da questo momento tra giorno e notte.

Ho letto qualcosa in rete in merito alle tue influenze, ma devo dire che in questo disco c’è molto di più. Mi riferisco ad esempio alla traccia The Doors And The Book, una canzone nella quale condividono molte influenze. La struttura, ad esempio, in alcuni tratti rintraccio delle soluzioni molto vicine al progressive. Non tanto per la complessità della trama, quanto per i cambi di tempo e in generale nell’eclettismo scaturito.
Per certi versi, l’utilizzo della voce mi ricorda una band svedese chiamata Anekdoten, ma anche Tim Bowness (che ha anche collaborato in progetti di Steven Wilson e del “nostro” Giancarlo Erra). Ti trovi d’accordo con questa mia impressione?

Devo ammetterti che non sono un grande ascoltatore di progressive – non tanto per scelta, ma, se il progressive fosse un luogo, ti direi che ci sono stato solo di passaggio.
Però non è la prima volta che mi si affianca, a me o a gruppi in cui lavoro come i Kettle of Kites, a quell’universo.
Cito i Kettle of Kites perché forse è proprio dal lavoro fatto con loro che la mia visione del folk e della musica generale ha portato a una svolta decisiva nel percorso verso questo disco; sia per quello che è il mio ruolo nella band, sia per i riferimenti musicali che ci siamo sempre scambiati tra i membri della band.
Tra questi citerei molto cantautorato anglosassone: Joanna Newsom, Nick Drake ovviamente, Daniel Rossen e i Grizzly Bear, Julia Holter, Sufjan Stevens (e non solo quello di Carrie and Lowell), ma anche i Sigur Ros, Bjork, musica folk irlandese, jazz ecc. Anche in tutti questi riferimenti spesso le strutture e le metriche sono molto articolate, ma quasi non ce ne si rende conto: è piuttosto a questo che mi ispiro.
Tendenzialmente non cerco mai i cambi di tempo o strutture complesse a priori, ma tutto nasce a servizio di ciò che l’intuito mi ha portato a fare nella parte iniziale della scrittura. Ho un rispetto quasi reverenziale verso la prima idea che ha dato vita a una canzone: è quella che comanda. Se genuinamente mi sono cantato delle melodie in tempi dispari o seguendo strutture asimmetriche, quasi sempre quelle cose rimarranno tali fino alla fine, e la stessa cosa vale per i casi contrari.
In fase di arrangiamento invece, i riferimenti potrebbero essere quelli tipici dell’impro e del jazz: da lì i concetti di suonare con e suonare contro, di distribuire i ruoli tra le parti – scritte o no – di modo che diventino complementari.

Mi racconteresti qualcosa del tuo processo creativo? Hai uno strumento base di partenza con il quale abbozzare una canzone che poi diventa elemento principale?
O al contrario, serve solo per creare la traccia ma può anche essere abbandonato in corso d’opera? Quant’è importante l’improvvisazione ed eventualmente l’intervento ‘esterno’ di un collaboratore che fa parte della tua band?

Quasi tutte le tracce di questo disco sono state scritte o su una chitarra o su un banjo (nel caso di We’ll Be Leaves).
Come dicevo già prima, il momento cruciale per me è quello dell’intuizione, dell’idea iniziale: di solito è quello più pregno del colore e dell’imprinting emotivo del pezzo che verrà, sebbene possa trattarsi anche solo di una piccola melodia di 10 secondi. Il più delle volte questa idea arriva quando ho uno strumento in mano: se riconosco l’intensità adatta in un’idea, la registro immediatamente al cellulare per non perderla.
Poi, tutto il lavoro successivo consiste nel dare voce a quell’imprinting emotivo stretchandolo in una struttura completa: questa seconda fase può durare un’ora come un mese ed è probabilmente la fase più legata all’ “artigianato” di questo mestiere.
Anche per quanto riguarda i testi vale la stessa cosa: sono le parole che sono uscite naturalmente mentre cantavo in gibberish che hanno guidato i testi di quest’album. Dalla prima bozza poi capivo di cosa stessi parlando e mi muovevo di conseguenza. Quindi insomma, per questo album mi sono affidato molto all’intuito e all’inconscio.

Poi arriva il lavoro con la band: una volta completa, porto la canzone in studio in una struttura più o meno definitiva: questa può essere poi modificata a seconda delle necessità. L’obiettivo è sempre quello di lasciare spazi a interpretazioni estemporanee. Quindi alcune parti, se ritenute fondamentali per la realizzazione di quel colore iniziale di cui sopra, rimangono “scritte”; altre vengono lasciate “aperte” per dare voce al sentire momentaneo dei musicisti. Ed è per questo che la personalità dei musicisti scelti è essenziale e importantissima alla realizzazione di questa musica.
E sì, la parte strumentale scritta originalmente può essere anche rimossa se ritenuta non più di servizio alla musica, ma la maggior parte delle volte è rimasta.

Ho ascoltato con attenzione le otto canzoni di “When Birds Call in the Darkness”, e nonostante ognuna di loro brilli tranquillamente di luce propria, le sento collegate. Non intendo per forza un concept, ma c’è per caso un filo conduttore che le lega tutte insieme?

Grazie mille, mi fa molto piacere che tu colga una continuità. Si, sicuramente il filo conduttore c’è ma non so se riesco a razionalizzarlo se non riparlando del processo creativo già descritto e facendo riferimento a una sensibilità creata negli anni, mia e degli altri musicisti con cui ho registrato. Niente di deciso a priori.

Questa è una mia curiosità personale. Sono rimasto molto colpito da Graveyard, perché trovo che sia una canzone che riesce a scavare nel profondo. Tutti gli strumenti sono in armonia, ognuno ha il proprio spazio ed è indispensabile per la costruzione di una determinata atmosfera.
È intima e potente. Mi potresti raccontare qualcosa nello specifico? Un aneddoto, qualcosa di particolare…

L’aneddoto è che la canzone stava per essere esclusa dal disco ahah.
Eppure anche io sono molto legato a quel pezzo. È stata dura trovare una forma definitiva ed è un pezzo che dipende molto dall’estemporaneità dell’esecuzione. Qui l’istruzione data a Casper per almeno tutta la seconda metà del pezzo è stata: la batteria deve suonare contro la band/il pezzo, e così è stato. In studio dopo qualche take Casper mi disse “quello che potevo dare l’ho dato”. Non si potevano fare più take di quelle perché avrebbero perso di freschezza e spontaneità.
Un’altra scommessa di quel pezzo è quella di non renderlo troppo drammatico: senza scendere in dettagli tecnici di armonia posso dire di aver chiesto ai musicisti per la parte centrale di rimanere liberi ma di non suonare certe note degli accordi scritti, per rimanere su una linea emotiva precisa e sottile.

Leggendo qualcosa in merito alla tua biografia e andando più nello specifico a verificare i crediti del disco, noto che i nomi riportati corrispondono a musicisti di altri progetti in cui sei, a più o meno titolo, coinvolto. Mi riferisco a Hendrik Lasure che suona per te chitarra elettrica, sintetizzatore e piano e Casper Van De Velde, impegnato nelle percussioni, e Soet Kempeneer al basso.
Come sono nate queste collaborazioni?

Hendrik e Casper oltre a far parte delle persone a me più care in Belgio, sono due musicisti che mi hanno folgorato dal primo istante (11 anni fa…). Loro sono famosi per diverse collaborazioni, tra cui Schntzl, il loro duo, e numerosi altri gruppi.
Da quando sono arrivato in Belgio, anche grazie al fatto che frequentavo il conservatorio con Hendrik, ho iniziato a trovarmi regolarmente con loro, con Sam Comerford (guest in Long Wait) e Soet. Abbiamo avuto diverse occasioni di suonare composizioni degli uni e degli altri privatamente, in studio o attraverso live in diverse formazioni.
Il momento cruciale poi è stato quando Hendrik ha fondato Warm Bad nel 2017, gruppo con cui abbiamo fatto un disco e un tour abbastanza esteso e altre date con altri repertori. Il live del primo disco consisteva in una scaletta improvvisata di diversi pezzi che grosso modo avevano una forma canzone ma che potevano essere manipolati abbastanza radicalmente. Quando ho dovuto scegliere i musicisti della band quindi la decisione è stata abbastanza naturale, visto la vicinanza umana, la comunione d’intenti e la stima incredibile che provo per loro.

Hai scelto tu la copertina dell’album? Com’è nata l’idea?

La foto di copertina è stata scattata dalla fotografa Chloë Delanghe. Chloë è un’altra artista e persona a me molto cara qui in Belgio. Quando le ho comunicato il titolo dell’album, e abbiamo parlato del concept generale di questo lavoro (quindi del rapporto col mare, gli uccelli e altro), lei mi disse che aveva una serie di foto scattate sulla costa irlandese che potevano fare al caso mio, e così è stato. Poi è stata proprio Chloë a ideare tutto il concept e il formato dell’LP e io sono estremamente entusiasta del lavoro che ha fatto. Non potevo desiderare un artwork più adatto.

La tua formazione personale è jazzistica e, per questo motivo, prima di salutarci vorrei chiederti se dal vivo i tuoi pezzi acquisteranno una veste differente più rivolta all’improvvisazione, o se invece la struttura resta legata a dettami pop. Inoltre, quando ci sarà la possibilità di vederti in futuro a casa tua, qui in Italia?

Direi qualcosa a metà strada: i pezzi sono quelli del disco; la direttiva ultima per i live è quella di tenere la musica il più organico e viva possibile. Non so se parlerei di improvvisazione ma parlerei sicuramente molto di estemporaneità e una certa inclinazione all’accogliere qualsiasi accadimento musicale spontaneo. Come per quando abbiamo registrato il disco, alcune parti fanno parte della composizione, ma le altre devono essere manipolate con creatività.
Per adesso in Italia ho due live in solo:
Il 18/12 al Magnolia di Milano e il 9/1 al circolo vie nuove di Firenze. Stiamo lavorando per trovare festival quest’estate e per far venire più volte la band al completo ma nulla è ancora stato confermato. Vi terremo aggiornati!