ANTEPRIMA VIDEO “Cerchi nell’Acqua” (cover Paolo Benvegnù) Francesco Garolfi

Nonostante la lunga carriera di Paolo Benvegnù sia rimasta confinata a una cerchia di nicchia, la sua scomparsa ha destato un clamore inaspettato.
E’ emerso un bisogno corale di celebrarlo, dando vita ad una serie ininterrotta di tributi per tutto il 2025, durante il corso del quale, moltissimi musicisti hanno omaggiato il suo repertorio, portando i suoi brani su palchi ufficiali e contesti più intimi.
Tra queste testimonianze, quella di Francesco Garolfi mi ha toccato profondamente, anche e soprattutto per la stima e l’ammirazione che nutro nei suoi confronti, avendo seguito con interesse la sua carriera negli ultimi anni.
Quando la scorsa primavera mi inviò in anteprima la sua versione di Cerchi nell’Acqua, ne rimasi commossa a tal punto da coinvolgere la redazione The Beat, che decise di chiedergli uno spazio dedicato per ospitare l’anteprima del video, non appena fosse pronto per la pubblicazione.

Oggi che quel momento è arrivato e che il brano è finalmente disponibile sulle nostre pagine, ne approfittiamo per scambiare due chiacchiere con lui e permettervi di scoprire meglio la sua storia e la sua musica.

Tempo fa, dopo la scomparsa di Paolo, mi contattasti per avere suggerimenti suoi suoi brani, confessandomi di non averlo mai ascoltato prima. Nonostante questo, la notizia ti aveva colpito profondamente.
Cosa ti ha toccato in una storia che, artisticamente, ti era estranea?

Sì, mi ha colpito sia la vicenda umana sia quella artistica. Ritengo che la scomparsa di un artista, per di più improvvisa in questo caso, sia sempre una triste perdita per la collettività. Mi rincresce non averlo conosciuto prima e non essere riuscito a intercettare la sua musica, in questi tempi in cui tutto è apparentemente più accessibile, ma allo stesso tempo difficile da toccare.
Mi colpisce che un artista così ricercato, come purtroppo a volte accade, abbia il riconoscimento degli “addetti ai lavori”, ma ottenga una grande (ma comunque relativamente breve) attenzione mediatica solo dopo averci lasciati. Ciò mi fa riflettere sul ruolo e sullo spazio riservato alla cultura nel nostro Paese e sui sacrifici di alcuni artisti che, nonostante tutto, rimangono fedeli alla propria vocazione.
E’ una vicinanza di intenti con il mio percorso artistico che, seppure con le dovute differenze, si riassume in questa stessa scelta profonda.

Come è avvenuta la scelta del brano Cerchi nell’acqua all’interno di un repertorio così vasto come quello di Benvegnù? C’è stata una risonanza particolare con il testo o con la melodia?

Ho imparato presto, nel mio percorso, che la musica, l’arte in generale, ha un potere evocativo e comunicativo che spesso anticipa e trascende la comprensione.
Mi sono laureato con una tesi in Psicologia Sociale che approfondiva, tra gli altri, i meccanismi della comunicazione e dell’interazione con l’atto espressivo e ho sviluppato la consapevolezza che esiste sempre un dialogo sottile, silenzioso, con ciò che ci circonda; possiamo decifrarlo minuziosamente o lasciarne intatta l’aura poetica. Cerchi nell’Acqua è un brano che certamente porta con sé una propria forza musicale e letteraria, ma mi ha parlato ancora prima che ne decifrassi le caratteristiche. Da qui la mia scelta.

Cosa si prova ad approcciare una cover in un contesto emotivo come questo e cosa ti ha spinto ad onorare la sua musica?

Ho una lunga storia di interprete, che ha attraversato vari stili e generi musicali e ho ottenuto diversi riconoscimenti per il mio particolare approccio alla musica di altri artisti. Il processo,  a mio avviso, deve sempre avvenire con estrema naturalezza e rispetto.
Vivo questa esperienza, che ho approfondito in album come “Odissea nel Rock” o “A Handful of Songs”, come una scoperta: una scoperta dell’altro e di sé.
Un equilibrio sottile tra la ricerca del senso che il brano custodisce e il senso che il brano assume a contatto con il mio spirito. Si tratta proprio di instaurare un dialogo con il brano e con l’artista che l’ha creato e questo dialogo, in questo caso con Paolo, non può essere che personale e intimo, dato che la creazione e l’assorbimento di un’opera avvengono svelando una parte privata della propria personalità.

Dopo esserti immerso nell’ascolto del repertorio di Paolo Benvegnù, al di là dell’omaggio, c’è un elemento, testuale, melodico od emotivo, in cui hai sentito una particolare risonanza, come un punto di contatto artistico o umano con la sua poetica?

Certamente un elemento di risonanza è avere visto Paolo come un outsider.
Con Sono Solo, il mio primo singolo cantautorale, mi sono dichiarato “a caccia di verità” e credo che Paolo, in un modo personale e non necessariamente uguale al mio per influenze e stile, lo fosse altrettanto.
Questo mi affascina da sempre: sono attratto da chi ha il coraggio di seguire la propria strada, anche controcorrente, anche fuori da situazioni di vantaggio, con coerenza e costanza. Questo credo conferisca alla ricerca artistica una forza che diversamente verrebbe a mancare e che rappresenta da sempre uno dei miei valori guida.
Riconosco in Paolo anche una consapevolezza della realtà che ci circonda, che però non rinuncia alla speranza. Anche io, a mio modo, cerco di dipingere la vita che ci circonda con lucidità e disincanto, soprattutto provando a illuminarne le zone d’ombra, con l’auspicio che ciò contribuisca ad aumentare la soglia di sensibilità e a riunire coloro i quali nutrono tale sensibilità.

Del brano hai anche realizzato un video che utilizza animazioni e passaggi dal colore al bianco e nero per accompagnare il testo, cogliendone perfettamente l’ essenza.  Come hai lavorato con il regista per far sì che queste scelte visive non solo accompagnassero la musica, ma ne amplificassero il significato profondo in maniera così sorprendente?

Volevo che il video avesse un senso e mi sembrava poco significativo riprendere me che suonavo. Come dicevo non è una questione di ego, per me, ma di arte. Così con Mag, che collabora con me e il mio studio La Gare, in cui produco sia video sia musica, abbiamo realizzato questo montaggio.
Credo sia poetico e abbia una sua grazia, in aggiunta a quella del brano. Un’altra piccola opera di artigianato che definisce il mio approccio all’arte e che spero renda ulteriore omaggio a Paolo.

La tua cover è rimasta abbastanza fedele all’originale, nonostante le tue influenze provengano dal jazz e dal blues. Questa scelta è stata una forma di “rispetto” verso il brano o sentivi che fosse il modo più autentico per renderlo “tuo”?

Intanto sono lieto che, nonostante alcune piccole licenze, il brano risulti fedele all’originale; ciò testimonia quanto dicevo prima: il rispetto per l’autore guida sempre le mie interpretazioni. Ad analizzare bene, la mia versione nasconde anche elementi personali, più di quanti forse non se ne colgano immediatamente.
Desidero sempre comparire solo in controluce, nelle mie interpretazioni, lasciando la mia firma in un angolo. A differenza dell’originale elettrico infatti la mia versione è una sfida interamente acustica.
Ho riarrangiato le parti in modo che ci fosse il minor numero di strumenti possibile, per evidenziare, anche nell’essenzialità, la forza della canzone.
Ho suonato una chitarra 12 corde e una resofonica, a cui ho aggiunto un piccolo loop di drum machine, creato ad hoc e la mia voce. Un’altra cosa che rende il brano così personale è che ho arrangiato, suonato, registrato, mixato e prodotto tutto da solo, come faccio spesso, nel mio studio La Gare. Questo è il mio modo di produrre, come un piccolo artigiano nel mio laboratorio musicale.

Hai una carriera artistica poliedrica che ti ha portato a spaziare e sperimentare, collaborando con nomi importanti come Garth Hudson, Hevia, Eric Bibb, e persino Dario Fo. Qual è il bilancio di tutte queste esperienze? Cosa ti hanno lasciato, sia dal punto di vista professionale che umano?

Sì, ho avuto il privilegio di fare esperienze magnifiche, anche con nomi di grande talento e fama, in Italia e all’estero; sono molto grato per questo.
Per un artista completamente indipendente ed estraneo alle logiche del business musicale contemporaneo sono piccoli, in termini di posizionamento e notorietà, ma grandissimi traguardi: non sono arrivato a questi traguardi sull’onda di un momentaneo entusiasmo mediatico o spinto da un potente entourage; ci sono arrivato dopo tanto lavoro e dedizione e grazie a persone che hanno riconosciuto in me qualcosa di davvero personale e autentico.
Questa stima sincera, unita a una reale esigenza espressiva, mi spinge a continuare, nonostante le mille difficoltà, in direzione ostinata e contraria, citando Faber. Confrontarmi con gli artisti che hai elencato e avere visto l’entusiasmo nei loro occhi mi ricorda la forza dell’umiltà, la bellezza nel rimanere legati ai propri sogni e la riconoscenza.

Nonostante questa varietà, c’è un genere musicale o un contesto sonoro specifico in cui ti senti veramente “a casa”?

Non essere categorizzabile, oltre a essere fuori dalle mode del mercato, non è mai un vantaggio nel nostro Paese, purtroppo. Non essere etichettabile significa essere difficilmente collocabile su uno scaffale del grande supermarket dell’intrattenimento e quindi avere meno chance di visibilità.
Ma essere eclettico non è un disvalore, non lo era nemmeno per Picasso. Suono quello che sento e, soprattutto, ciò che stimola la mia fantasia e la mia creatività. Proseguo con il mio percorso blues, da cui tutto ebbe inizio; reinventando in chiave acustica il rock della fine degli anni ’60 con il mio spettacolo dal titolo “Da Elmore James a Jimi Hendrix” realizzato con Fedro.
Proseguo a lavorare dal vivo in ambito teatrale, sia in spettacoli sia in reading letterari. Tutto questo ha dato forma alla mia casa. Certo, il mio lavoro di autore e compositore ha un posto speciale nel mio cuore. Avere scritto album di musiche strumentali che hanno sonorizzato spettacoli teatrali, pubblicità, fiction e podcast premiati a livello nazionale ha un valore profondo per me.
A breve, tra l’altro, uscirà un mio nuovo album di brani strumentali dal titolo “Cosmos”, seguito ideale del precedente ”Wild”. Il mio cammino cantautorale, inoltre, sta acquisendo sempre maggiore spazio nella mia attività artistica: credo così di poter sintetizzare in un’unica voce tutte le mie esperienze musicali, i miei studi universitari e la mia attenzione verso il sociale.
Con regolarità sto pubblicando i miei singoli cantautorali e ne sono molto orgoglioso.

Peter Walsh ti ha definito “uno dei migliori musicisti con cui abbia lavorato”, un onore notevole. Ci puoi raccontare come è nata e si è sviluppata la vostra collaborazione?

Sicuramente un altro dei fiori all’occhiello di cui vado fiero… Peter Walsh, per chi non lo sapesse ha prodotto Peter Gabriel, Scott Walker, Simple Minds, Miguel Bosé e molti altri. L’ho incontrato in studio, nel mitico Esagono di Rubiera, da dove è uscita molta della migliore musica indipendente a cavallo degli anni duemila. Uno studio bellissimo, ricco di attrezzatura di altissima qualità, che allora conteneva anche una console di registrazione proveniente dagli Abbey Road Studios di Londra, utilizzata anche dai Pink Floyd.
Ero lì per registrare il disco di Cristina Donà “Piccola Faccia”, dopo averla accompagnata in alcuni concerti acustici in duo e in reading con Davide Sapienza.
“Piccola Faccia” seguiva il suo album di brani originali “La Quinta Stagione”, appena uscito per EMI (etichetta di Beatles, Pink Floyd, Queen, David Bowie), anch’esso prodotto da Peter Walsh. L’idea era quella di creare una sorta di greatest hits, dal repertorio di Cristina, che però non fosse una semplice antologia di precedenti registrazioni, ma fosse una rivisitazione degli stessi in chiave acustica. Come detto, io ho un trascorso da interprete acustico e l’idea mi ha subito appassionato molto.
In più ero felice di collaborare in studio con Cristina e di affrontare molti brani del suo repertorio: così avevo lavorato a una pre-produzione da solo, nel mio studio La Gare, dove avevo riarrangiato i suoi brani, rivisitando le parti di chitarra, scegliendo accordature e chitarre (dalla classica, al mandolino, alla resofonica).
Ho portato le registrazioni delle mie idee in studio e il primo giorno Peter Walsh le ha ascoltate: il risultato è stato che le ha apprezzate al punto da mantenere tutte le mie scelte stilistiche e mi ha chiesto di riproporle nelle nuove registrazioni.
Questa attestazione di stima da parte di un grande nome della produzione internazionale è stata una grande prova di fiducia e stima. Le sessioni di registrazione si sono svolte nell’arco di una settimana, con regolarità, con un approccio creativo e metodico, unito a momenti di divertimento, che conservo nella memoria.
Sono state giornate intense e decisamente educative per me. Un pomeriggio, dopo pranzo, mentre passeggiavo nel giardino dello studio con Peter e Davide (Sapienza), che ci aveva raggiunti per una visita, Peter ha pronunciato quella frase sul mio conto, descrivendomi come “uno dei migliori musicisti con cui abbia mai lavorato”.
Ne sono grato ancora oggi e sono felice di essere rimasto in contatto con lui, a testimonianza che l’arte incornicia momenti indimenticabili e crea legami umani significativi.

Hai avuto la possibilità di lavorare con grandi nomi, tra i quali aggiungo la mia preferita, Cristina Donà, grazie alla quale ti ho conosciuto e alla quale sono grata. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale contemporanea e con la nuova generazione di musicisti? C’è un giovane artista o un genere che stai seguendo con particolare interesse?

Sono grato anche io che le mie esperienze musicali e le mie collaborazioni mi abbiano portato a conoscere molte belle persone, con cui ho il piacere di essere rimasto in contatto. Devo confessare di avere poco tempo per gli ascolti, purtroppo. La scena moderna è fervente di energia ma il mio studio La Gare assorbe tutto il mio tempo.
Come dicevo, essere un artista completamente indipendente è un impegno costante che assorbe completamente le mie energie: occuparmi di tutte le fasi artistiche, dalla scrittura fino alla pubblicazione e dedicarmi alla produzione della mia musica strumentale, dei miei brani cantautorali e dei live non mi lascia tempo per altro.
Inoltre nel mio studio mi occupo di produzione per altri artisti e anche di foto/video. Mi piacerebbe però collaborare maggiormente con altri artisti e per questo sono aperto a contatti per produzioni. In caso, basta scrivermi a press@francescogarolfi.it

Guardando indietro al percorso che finora hai compiuto, c’è una lezione, un momento o un incontro che ha radicalmente cambiato la tua visione della musica?

Ci sono molti episodi che mi hanno cambiato e, credo, migliorato, lungo il mio percorso e che, come dicevo, a volte stento a credere siano realmente avvenuti: avere suonato in mondovisione per il Papa, davanti a 500 mila persone il mio brano Notte di Stelle, avere registrato negli Stati Uniti, a Woodstock in particolare, insieme al recentemente scomparso Garth Hudson di The Band.
Essere stato scelto per un’esibizione a Expo nel Padiglione USA e poi avere suonato all’interno della Mola Antonelliana, al Teatro Continuo di Burri, nel cortile delle armi del Castello Sforzesco. Essere comparso in spot pubblicitari e in una fiction (“L’Alligatore” tratta dai romanzi di Massimo Carlotto) interpretando me stesso e suonando brani di mia composizione insieme ad artisti che stimo.
E poi avere portato la mia musica in università, in teatro e averla prestata a reading e podcast, o al cospetto di artisti e produttori di fama mondiale (ho suonato Northern Sky di Nick Drake davanti a Joe Boyd, produttore dello stesso Nick Drake, di John Martyn e dei Pink Floyd).
Avere vinto un premio di Arezzo Wave, festival che seguo da quanto ero ragazzo, grazie al mio brano Sono Solo, il mio primo singolo cantautorale.
Tutti questi momenti sono, come dicevo, il culmine di grandi sacrifici e allo stesso tempo un indizio che la strada che ho percorso ha valore, non solo per me. Alla radice di tutto questo c’è stato l’amore e la fiducia della mia famiglia che mi ha sempre spinto a trovare me stesso in ciò che amo.
A livello professionale e umano ci sono persone che hanno creduto in me e hanno capito subito l’essenza della mia ricerca, come Davide Sapienza e Davide Rossi per citarne solo due. La lezione per me è sempre stata una sola: essere ciò che sono. L’arte è un grande dono e non lo si può sprecare imitando altri o inseguendo le mode.